Stefano Accorsi fa il renziano ante litteram. I déjà vu di “1992”
15 Giu 2015

Stefano Accorsi fa il renziano ante litteram. I déjà vu di “1992”

Senza fare i Savonarola del caso, né mettersi a dirigere alcuna orchestra su transatlantici affondanti: le serie televisive oggi competono col cinema e altri prodotti culturali per qualità, profondità e tematiche. Anche l’Italia si è buttata nella corsa alla serialità televisiva cercando di imitare i formati delle produzioni straniere nella durata delle singole puntate, nell’utilizzo della macchina da presa e in altre cose che un esperto vi identificherà con facilità imbarazzante come marchi di fabbrica. E diciamocelo: non senza un certo successo, anche di pubblico, dal momento che serie come Boris, Romanzo Criminale e Gomorra hanno generato fandom, parodie e, più in generale, cultura pop degna delle migliori produzioni statunitensi. Siccome personalmente ho apprezzato molto il genere di Romanzo Criminale e Gomorra, appena ho sentito parlare di 1992, prodotta da Wildside in collaborazione con Sky e LA7 e in onda da marzo ad aprile 2015, mi ci sono buttato a pesce. Perché si presentava come una narrazione televisiva su Tangentopoli e mi attiravano le affinità tra questa e le altre serie che ho citato; perché ci doveva essere la politica, l’historical metafiction, gli intrighi italiani alla Lucarelli, il complotto. Eppure le differenze tra 1992 e Romanzo Criminale e Gomorra ci sono e sono appariscenti: in primis il fatto che non sia nata da un testo madre di riferimento ma spontaneamente, giura la sigla, da un’idea di Stefano Accorsi, il quale proprio in quegli anni ’90 cominciava a mietere i primi successi della sua carriera da attore – Jack Frusciante è uscito dal gruppo, e Du gust is megl’ che uan, ricordate?

E poi, la serie è in realtà qualcosa di più complesso, e forse di più pretenzioso: si incontrano e si intersecano le storie di ben sei personaggi che vorrebbero essere rappresentativi degli anni Novanta, con l’inchiesta Mani Pulite che, lungi da essere il focus di una serie di Storia romanzata, gioca a fare di volta in volta da sfondo o da linea narrativa principale; ne nasce senza dubbio un po’ di confusione. Ma tralasciando giudizi tecnici e critica di 1992, c’è qualcosa che colpisce subito dopo aver visto le prime puntate: è una sensazione di déjà vu, ma non è solo quello. È come se la serie fosse palesemente costruita ad hoc per captare mode e altro tipo di flussi del nostro 2015, superficiali e meno superficiali. È come se, dei materiali storici utilizzati, venissero enfatizzate da una parte le componenti che mostrano una continuità con il presente, e, dall’altra, gli elementi che più vanno di moda per un motivo o per un altro ai giorni nostri; questo è ancora più evidente se si confronta 1992 con le altre serie di riferimento. Vediamo dunque qualche motivo per cui non potevamo che aspettarci una serie come 1992, nel 2015.

Perché Roma, poi Napoli, poi Milano. Finora l’ambientazione delle serie di qualità italiane è sempre metropolitana: Romanzo Criminale e Gomorra hanno creato una vera e propria mitologia in immagini delle città in cui sono ambientate. Gli spazi, le borgate romane e Le Vele di Scampia, giocano un ruolo fondamentale nelle due serie, e la macchina da presa spesso indugia in riprese dall’alto o esterne che mostrano sempre gli stessi luoghi, come fossero anch’essi personaggi in azione. Se, a onor del vero, anche 1992 è in parte ambientata a Roma, è Milano a farla da padrone. È una Milano sempre vista dall’alto, dal cielo o dalle finestre dei palazzi d’affari e degli attici di lusso; il Duomo rimane sempre sullo sfondo, quasi sfuocato, per dare spazio al Pirellone, al Palazzo di Giustizia e alle sedi delle imprese. Viene così a comporsi un panorama in cui spiccano le luci dei grattacieli e le gru, che mostrano una metropoli in fermento cementifero, correlativo oggettivo ed espressione materiale di quei flussi di tangenti presi di mira dall’inchiesta Mani Pulite. Dopo Roma e Napoli, dunque, nel 2015 era giusto il momento di Milano e di una sua mitologia di immagini luminose e granitiche. E poi, quasi mi dimenticavo, nel 2015 a Milano c’è l’Expo.

Perché gli anni Novanta vanno di moda. Piaccia o non piaccia, è in voga una vera e propria nostalgia per i ‘90s, che – mi si conceda la proporzione un po’ contorta – stanno ai nostri anni ’10 come gli Ottanta stavano agli anni Zero. Una nostalgia che si dispiega in numerosi gruppi sul web (ovviamente con Facebook in testa) dove si idolatrano i videogiochi, i colori, la moda (se ce n’era una, sospesa tra il fascino eroinomane degli anni Ottanta e i gabber dei primi Duemila), persino le sfavillanti divise dei calciatori degli anni di Tangentopoli. 1992 è contornato di una miriade di piccoli memorabilia, cimeli televisivi e non solo, nomi che si ripetono come accatastati in quel cassettone di ricordi da cui siamo abbastanza vicini per ricordarne ancora il sapore e abbastanza lontani per poter emettere un sospiro pensandoci: Zeman, Craxi, l’AIDS, Mani Pulite, gli albanesi, Laura Palmer, la Guerra del Golfo, Berlusconi, l’uranio impoverito, Berlusconi, il walkman, Berlusconi.

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No, non è Zeman, e neanche Berlusconi…

Perché 1992 è un grande museo della televisione, che sembra essere il basso continuo della serie: se in Romanzo Criminale erano piuttosto i brani della colonna sonora (intra ed extradiegetica) ad orientarci, nel contesto di una sorta di ergonomia cognitiva che permette allo spettatore di riconoscere l’epoca storica, in 1992 questo compito è assolto dalla televisione e dai televisori accesi negli uffici delle agenzie di marketing, nelle procure, nelle case private. Non tanto i telegiornali o le immagini di repertorio, come avviene da tempo nelle serie più agiografiche dei principali canali televisivi (Il giovane Ratzinger, per intenderci), bensì i programmi di intrattenimento nati sulla soglia di quegli stessi anni Novanta: la scena dell’omicidio di Salvo Lima ripreso dalle telecamere di Studio Aperto sfuma sulle note della sigla di Casa Vianello, per dirne una. Perché c’è crisi, la gente non si può permettere la gita fuori porta e allora guarda Domenica In, si sente a casa comprando i prodotti di Giovanni Rana, mentre è Non è la Rai a dettare mode e canoni della jouissance (alle ragazzine e – fa notare malizioso il pubblicitario Leonardo Notte – ai loro padri). È, in un certo senso, la televisione che celebra se stessa; paradossalmente, un’emittente satellitare e di un gruppo straniero che guadagna ascolti dando ai telespettatori quelle immagini di repertorio delle principali reti italiane che la nostalgia di cui sopra fa tanto desiderare: che bei colori, che bei jingle, che begli shorts, ah gli anni Novanta (di Rai e Mediaset, ma noi li vediamo su Sky).

Perché la Lega primordiale somiglia tanto al Movimento 5 Stelle. C’è, in 1992, questo movimento politico (con la v minuscola), anzi, un vero e proprio partito, dove tutti parlano sboccati, urlano che vogliono mandare tutti a casa, entrano nel parlamento e si guardano attorno spaesati, poveri Cristi tentati in un deserto d’immoralità fatta sistema. Ma non è il Movimento 5 stelle, è la Lega Nord in fasce: è un déjà vu ancora più incredibile se si pensa ai complessi di corruzione sistematica che ad ogni livello non hanno smesso di venire alla luce negli ultimi anni. Pietro Bosco, uno dei sei personaggi di cui sopra, è un ex militare che dal Golfo è stato congedato con disonore: tornato a Milano, gli capita di salvare a suon di pugni un omuncolo aggredito da due albanesi (perché siamo negli anni Novanta, la Vlora è da poco attraccata nel porto di Bari e l’immigrato nell’immaginario collettivo è l’albanese). L’omuncolo in questione si rivela essere un candidato della Lega Nord, che gli propone di essere inserito in lista assieme a lui come rappresentante uno di quegli “uomini del popolo” che piacciono tanto anche ai leghisti di oggi: di quelli che che i soprusi di corrotti e immigrati li combattono in strada e coi muscoli in vista e che, al contrario dei leghisti di oggi, forti del vigore morale padano, vogliono mandare a casa la corrotta classe politica romana. Insomma, dal pestaggio degli albanesi Bosco esce un po’ come uno Stacchio ante litteram (anche se va detto che il benzinaio veneto sembra aver cercato in un certo qual modo di sottrarsi, con scarsi risultati, alla strumentalizzazione leghista). Entrato in parlamento e trasferitosi a Roma, Pietro, che proprio per una questione di integrità morale è stato radiato dall’esercito, si barcamena in equilibrio tra l’opportunismo politico insegnatogli da un vecchio democristiano in decadenza e il rispetto della sua morale integerrima professata in ogni circostanza: perché se il potere logora chi non ce l’ha, è anche vero che il potere l’odora, chi non ce l’ha. Tutta la linea narrativa costruita intorno al suo personaggio gioca su questa precarietà, sul dubbio se sarà in grado di mantenersi sul filo, in alto, più in alto di quella cosa sporca che è la politica, o no. Che è poi un po’ la domanda che si sono fatti tutti qualche anno fa, al momento dell’ingresso in parlamento dei grillini: riusciranno i nostri eroi…?

Riuscirà il nostro eroe..?

Riuscirà il nostro eroe..?

Perché la politica è prima di tutto storytelling. Un tempo, tra teologia e critica letteraria si parlava di interpretazione figurale. In soldoni – non me ne voglia Auerbach – si tratta di un’interpretazione per cui, in ambito di esegesi biblica, personaggi e storie dell’Antico Testamento venivano identificate dai primi teologi come profezie del Nuovo: per esempio, cito da Wikipedia, “Mosè era figura Christi, e la liberazione degli ebrei dall’Egitto era figura della Redenzione, cioè della liberazione dell’umanità dal male”. Ecco, a proposito di déjà vu, Leonardo Notte, il personaggio interpretato da Stefano Accorsi, sembra in tutto e per tutto figura di Matteo Renzi. Notte è un’intelligente e fascinoso pubblicitario di Publitalia ’80 (concessionaria di pubblicità del Gruppo Mediaset) al soldo di Marcello Dell’Utri. Ha mille risorse, un incredibile successo con le donne, la battuta sempre pronta ed è uno dei primi a cogliere le potenzialità di una possibile discesa in campo di Silvio Berlusconi. Proprio in questa commistione di marketing e politica, che è la cifra del modus operandi dei fedelissimi di Dell’Utri, la politica ne esce come puro storytelling, come capacità di raccontare storie (principalmente, storie rassicuranti e che promettano un futuro luminoso) agli elettori-consumatori. Se infatti, per riprendere un esempio di prima, Giovanni Rana deve comparire in persona nelle pubblicità per raccontare la qualità del suo prodotto e far sentire in famiglia il consumatore, perché un imprenditore di successo non dovrebbe raccontare una storia per cui l’Italia è un’impresa, un’impresa in crisi, e sarebbe ora che se ne occupasse lui, che di imprese se ne intende? Qui si incontrano Leonardo Notte e Matteo Renzi, che, proprio per autorappresentarsi come giovane politico all’avanguardia nelle prassi comunicative moderne al pari del personaggio di Accorsi, si è fatto fotografare mentre acquistava il libro dal titolo eloquente La politica nell’epoca dello storytelling dello scrittore francese Christian Salmon.

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Salmon già in Storytelling. La fabbrica delle storie (2008) teorizzava la nascita di un Nuovo Ordine Narrativo, di una rete di flussi narrativi imbrigliati dai detentori del potere (economico e politico) per condurre le condotte (politiche e di consumo) delle masse. Il problema della diagnosi di Salmon, come evidenziato in questa recensione e come risulta anche da 1992, e che non c’è nulla di nuovo nel Nuovo Ordine Narrativo: da sempre i potenti hanno raccontato storie per giustificare il potere, e da sempre si sono opposte loro delle contronarrazioni; si tratta solo di scegliere da che parte stare, con gli apocalittici o con gli integrati.

Notte e Renzi si incontrano anche in molti altri aspetti: il giovane pubblicitario di successo ha sempre una ricerca di mercato, un esperimento di Harvard, una battuta sagace, un aneddoto con cui giustificare ogni sua piccola scelta, ogni sua proposta, commerciale e politica (gli manca solo la lavagna). E poi, Notte un tempo era di sinistra: giovane settantasettino bolognese, ha rinnegato il suo passato di lotte e di eroina per passare dall’altra parte della barricata; alla luce della scintillante yuppiness milanese i suoi ex compagni sono ridotti a bacchettoni e moralisti, gufi che si oppongono al cosiddetto progresso. E allora, se nonostante la contrarietà della madre fricchettona sua figlia quattordicenne aspira a diventare una ballerina di Non è la Rai, potrà opporvisi Leonardo Notte, che del diritto al godimento ha fatto la sua filosofia di vita?

Il problema dunque quando ci si trova davanti a una serie come 1992 è capire se il passato, nello specifico gli anni di incubazione del ventennio berlusconiano che ha segnato profondamente politica e immaginario nostrani, ci viene presentato come origine o come ritratto del nostro presente. Per rispondere a questa domanda, come un Leonardo Notte qualsiasi, vi racconto un aneddoto. Ho guardato una delle prime puntate insieme ad un amico che ha vissuto molti anni a Milano; davanti ad un’inquadratura della Stazione Centrale lui è saltato sul divano gridando all’errore: “Si vede il triangolo di Botta! Non poteva esserci nel 1992, l’hanno montato da poco!”. Si tratta di una piramide rovesciata appesa alla chiave di volta dell’ingresso centrale della Stazione disegnata dallo studio dell’architetto Mario Botta, un tetraedro che dovrebbe ricordare Francesca Cabrini, la santa degli emigranti; l’installazione è stata effettivamente inaugurata nel 2010. Quella che però al mio amico sembrava una svista, a me non ha fatto che confermare l’interpretazione che andava formandosi nella mia testa. Che fosse un errore o un elemento simbolico voluto, per me quel tetraedro significava solo una cosa: che la Milano, e l’Italia, che stavo vedendo rappresentata sullo schermo era quella del mio stesso 2015. Nella serie allora forse il 1992 non è dunque solo un momento originario, mitico per così dire, e quelli fin qui descritti non sono solo elementi che fondano il nostro presente: sono il nostro presente. Pensiamo alla sigla, elemento sempre più significativo nell’economia delle serie televisive: quella di 1992 dà l’idea di qualcosa di brillante e luccicante che si frantuma e si ricompone. Sono gli anni Ottanta, certo, il cristallo dei calici della Milano da bere che vanno in mille pezzi; ma perché non potrebbe essere uno specchio?

Benno Von Archimboldi


Neb Minoja

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