10 motivi per cui “Jack Frusciante” non è una storia d’amore
29 Dic 2014

10 motivi per cui “Jack Frusciante” non è una storia d’amore

Ebbene sì. Tra poco è capodanno. Tra tutte le cose dolorose che questo comporta, c’è anche il bilancio sull’anno passato; dando un’occhiata a diversi siti internet d’informazione, anche a Bolognina Basement, ci si rende conto che il 2014 è stata un’annata densa di anniversari. Questo perché il 1989 e il 1994 sono stati anni densi di avvenimenti storici tra cui i due principali iniziano entrambi per B (a scanso di equivoci sono Berlino e Berlusconi). C’è però un anniversario che ancora non abbiamo trattato su queste pagine: nel 1994 veniva pubblicato Jack Frusciante è uscito dal gruppo, “una maestosa storia d’amore e di rock parrocchiale”, romanzo d’esordio di Enrico Brizzi che ha segnato a suo modo una generazione. Siccome siamo ancora in tempo, sebbene di poco, vi proponiamo dieci cicchetti, dieci piccoli spunti di riflessione sul romanzo e sui vent’anni che ci separano. E felice anno nuovo!

1.Una storia d’amore. Avevo 15 anni (e, lo ammetterete, un articolo che parli di Jack Frusciante è uscito dal gruppo non può che cominciare così). Ero in treno, sull’Eurostar che da Roma mi riportava a Bologna – già, c’erano ancora gli Eurostar, pensate un po’. Gita scolastica, notti insonni a parlottare con le ragazze e a costruire tende di cuscini fino all’alba. Grandi camminate su e giù per la capitale, le piazze, le chiese, i musei vaticani. Pure l’Habemus Papam di Ratzinger dal vivo in piazza San Pietro ci eravamo beccati e, ne converrete, fare parte della Storia ti lascia una certa fatica addosso. Insomma, arriva quel momento sulla via del ritorno che hai voglia soltanto di stare un po’ da solo e, che ne so, leggere un libro – o giocare al Gameboy, dipende dalla decade. Ecco, io mi ero appartato e leggevo. Non Jack Frusciante, no, l’avevo già letto quello, ovvio. Leggevo Bastogne, il secondo romanzo di Brizzi – gran bel libro, tra l’altro, e molto diverso dal primo: parla di teppisti ultraviolenti nizzardi drogati che odiano i vernissage e amano rovinare le feste. In quel momento mi si avvicina una ragazza di un’altra classe, carina, guarda la copertina del libro e avviene il seguente scambio di battute:

Lei: “Ah, stai leggendo Bastogne di Brizzi? L’ho letto anch’io…
Io: “E…? Ti è piaciuto?”
Lei: “Mah, sai…ci sono rimasta un po’ male, dopo Jack Frusciante…insomma dopo una storia d’amore non me l’aspettavo, un libro così.
Una-storia-d’-amore? Il mio cuore di cattopunkomunista quindicenne ha saltato un battito, in quel momento. Avrei voluto orgogliosamente sputare un bel Storia d’amore stocazzo, o chiederle con piglio evangelico Perché guardi la pagliuzza smielosa, e non t’accorgi della trave punk?. Invece fui più cortese, e le risposi semplicemente: “Guarda, per me Jack Frusciante è un po’ tutto, tranne una storia d’amore”.

(Però, lo confesso, a leggere Bastogne pure io c’ero rimasto un po’ male. Anche i cattopunkomunisti – soprattutto i cattopunkomunisti – hanno un cuore, e del resto questa è una morale del libro)

2.Una storia d’amore/bis. Eppure, questa mattina, quando per scrivere questo articolo ho ripreso in mano l’edizione di Jack Frusciante è uscito dal gruppo che a 15 anni trovai nascosto tra libri pallosi su una mensola della sala, dalle pagine è scivolato un biglietto scritto a penna: scritto in stampatello ma con un tratto femminile, mi ci è voluto un po’ per riconoscerlo. Sopra c’è una citazione del romanzo – e non è precisamente una citazione punk, diciamo. Forse si potrebbe fare una ricerca sulla ricezione del libro in base al genere di chi legge; forse sarebbe interessante, forse no. Quello però su cui credo non ci siano dubbi è che poche volte un libro “generazionale” ha scatenato in chi l’ha letto il bisogno di appropriarsi materialmente delle parole di cui è composto, più che dei singoli personaggi o delle scene e dei clichés – perché, non dimentichiamocelo, la letteratura è fatta proprio di tante lettere che messe insieme sul foglio compongono parole, prima che di immagini, idee e, se volete, sentimenti. Del resto non è certo un caso se la lingua del primo romanzo di Brizzi campeggia su tutti i manuali di linguistica italiana.

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3. Io, però, ci tengo a precisarlo, facevo il Minghetti. Non il Galvani, no, non il Liceo Caimani di Alex D. Ora, dovete sapere che a Bologna veniva spacciata questa distinzione manichea tra il Galvani, liceo classico dei figli di papà con tanto di pagina Wikipedia, e il Minghetti, il classico dei punkettoni e dei giovani engagés. La realtà era e sarà oggi più complessa, sicuramente; eppure il senso d’appartenenza m’imponeva quel certo distacco che forse mi ha consentito una lettura più lucida del romanzo. Del resto, a pensarci oggi, Alex D. non poteva che aver fatto il Galvani.

4. Il film. A 15 anni tutti parlavano del film. Lo si guardava in gruppetti, prima o dopo aver letto il libro. Però alla fin fine non era piaciuto a nessuno. Era poco credibile Stefano Accorsi che a 25 anni con le rughe da capo indiano faceva il liceale rock; era in generale poco credibile tentare di comprimere in 100 minuti quella che per noi quindicenni era una vera e propria opera enciclopedica. Io, siccome tutti ne parlavano male, non lo guardai. Lo vidi finalmente in una giornata uggiosa sdraiato sul mio letto a Siviglia; avevo 21 anni suonati e no, non mi è piaciuto.

5. La colonna sonora del film. A 15 anni tutti parlavano del film, ma ne parlavano per la colonna sonora. Cantavamo a squarciagola forse la fattanza sta salendo anche per me, riconoscevamo che l’aria in quanto aria deve andare, il cd dell’original soundtrack comprato chissà dove da chissà chi continuava sempre a girare nello stereo, a fare da sfondo ai nostri pomeriggi liceali che scorrevano via (e qua mi scende la lacrimuccia). C’erano i Marlene Kuntz (notare la coincidenza di date) e i Tre Allegri Ragazzi Morti, ma anche gruppi più misconosciuti, italiani e non, a comporre una vera e propria opera rock totalmente autonoma nella sua qualità dal film e dal romanzo, come un’estensione transmediale.

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6. La colonna sonora del libro. Un discorso a parte andrebbe fatto per la colonna sonora del romanzo. Era questa la componente di Jack Frusciante che interessava di più a chi andava cercandovi un vademecum del disagio adolescenziale, un’enciclopedia, come ho detto prima. Potete trovare un elenco più o meno completo dei gruppi citati nel romanzo nel paragrafo “Riferimenti musicali e letterari” della voce Wikipedia; io qui mi limiterò a farvi ascoltare gli Splatterpink, gruppo della scena jazzcore bolognese tuttora in attività, che è forse uno dei meno conosciuti tra quelli citati nel romanzo di Brizzi – e a giudizio del me-quindicenne, uno dei più meritevoli di essere ascoltati.

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7. Per Andrea P. e per T. che hanno disegnato e scritto. È la dedica che trovate all’inizio del libro. Andrea P. è Andrea Pazienza, T. è Pier Vittorio Tondelli. Enrico Brizzi infatti non è stato certo il primo a scrivere un romanzo generazionale in Italia: la nascita della narrativa di questo tipo – con tutti gli esplosivi esperimenti linguistici del caso – si fa risalire accademicamente proprio al 1980 di Altri libertini di Tondelli, quindi grossomodo alla generazione del ’77 bolognese: tra le date di nascita di Tondelli e di Pazienza c’è solo un anno. Tanto di cappello dunque a Brizzi per l’onestà intellettuale che traspare da questa dedica, insieme alla consapevolezza di raccogliere un testimone (consapevolezza encomiabile per un autore non ancora ventenne). E se leggete con un po’ di attenzione (anche alla lingua) Altri Libertini e poi Jack Frusciante è uscito dal gruppo, nonostante le differenze (un libro parla di universitari, l’altro di liceali) potete cercare di capire quante cose sono cambiate tra la fine dei ’70, gli anni ’80 e i ’90.

8. 50 special. Parlando di testimoni raccolti…ci dice la voce “Cesare Cremonini” su Wikipedia: “Il 27 maggio del 1999 esce in radio il singolo di debutto 50 Special con il quale il gruppo [i Lunapop] raggiunge il successo: disco di platino e più di 100.000 copie vendute in soli tre mesi. Cesare dichiara di aver scritto quella canzone poco prima dell’esame di maturità, ispirato dal libro Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi”. Il nesso gioventù-bolognesità alla soglia degli anni Duemila continua dunque a generare risultati imprevedibili. Anche la parabola di Cesare Cremonini infatti disegna un personaggio giovane e bolognese, 2.0 per così dire, che ci fa comprendere quante cose sono cambiate tra il ’77 e oggi, passando per il ’94. Cesare ha una vespa con cui può scarrozzare dozzine di sbarbine per tutti i colli bolognesi, Alex, Girardengo un po’ più basso e rock, una misera bicicletta che già il falsopiano di via Codivilla mozza il fiato. Dopo 50 special (che sprizzava gioventù da tutti i pori) e i primi album solisti (che sprizzavano invece testosterone), ci ha anche provato, il buon Cesare, a darci l’idea di una maturazione e di una riflessività sempre meno spensierata. L’ultimo singolo Greygoose è però il canto nostalgico del rimpianto per i festini alcolici e il rimorchio selvaggio senza un domani che ha fatto pensare al Barney Stinson della serie How I met your mother – e a me fa venire in mente un certo tipo di giovani bolognesi che non sono troppo distanti dai galvanini odierni e neanche, nonostante quello che si potrebbe pensare, da Alex D.. Nel contesto bolognese il personaggio di Cesare Cremonini è infatti l’altra faccia della gioventù alla Gianni Morandi: giovane e spensierato ma più maledetto; non il bravo ragazzo che fa sport e giardinaggio, ma l’eterno sbarbo che pur con i quaranta in vista vorrebbe continuare a sbronzarsi di vodka ritrovando al suo risveglio millanta Angeline tra le lenzuola – e magari continua a succedergli davvero, io ci credo.

Ma quanto è bello andare in giro per i colli bolognesi...

Ma quanto è bello andare in giro per i colli bolognesi…

9. Cos’è cambiato. Il bilancio dunque è netto: tantissime, troppissime cose sono cambiate dal 1994 ad oggi, tra i giovani e a Bologna. A mio parere la cosa più interessante sarebbe andare nelle classi delle superiori, chiedere ai ragazzi se Jack Frusciante lo leggono ancora, chiedere loro cosa ne pensano e sperare che quando leggono è uscito dal gruppo non pensino automaticamente a WhatsApp. Vedere insomma se si è verificato il cosiddetto “effetto Giovane Holden” per cui un libro-feticcio rivoluzionario e persino scandaloso al momento della sua uscita, nonostante il suo valore intrinseco, non resiste più di tanto alla prova del tempo, e avulso dal suo contesto storico sembra qualcosa di già detto, di banale e scontato. E leggere il tutto nel segno di un immaginario relativo all’essere giovani che si è modificato profondamente: pensiamo alla rottamazione, al camiciabianchismo discotecaro e agli inglesismi di Matteo Renzi, ma anche ad un film che parlandoci del poeta che a scuola più di tutti gli altri ci è stato venduto come “eterno vecchietto” (la realtà storica è poi probabilmente un’altra) deve spacciarcelo ad ogni costo per “Il giovane favoloso”.

10. La “morale” [SPOILER ALERT…ma è possibile che non abbiate mai letto Jack Frusciante e siate arrivati fin qui nell’articolo?]. Infine, torniamo al punk. Leggendo la pagina Wikipedia dedicata a Jack Frusciante è uscito dal gruppo, mi rendo conto che la lettura del romanzo può forse generare un equivoco. Siccome, spero l’abbiate capito, il romanzo di Brizzi NON è una storia d’amore, la domanda cruciale è: chi è il punk? Chi è che “esce dal gruppo”? A me la risposta sembra chiara: è Martino il vero punk della storia. Non a caso è lui che si suicida, e non, come vorrebbe la Wikipedia, perché non regge alla vergogna di essere stato beccato con delle dosi di sostanze stupefacenti, ma perché non regge il mondo che lo circonda e allora se ne tira fuori, “esce dal gruppo”, per quanto in una maniera drasticamente nichilistica. Alex, lui no. Nonostante all’apparenza Martino fosse il fighetto e lui il punk, il suo essere tale è pura estetica, si riduce a scelte di vita tutto sommato comode come vedere i film giusti, comprare i dischi giusti, fumarsi le cannette e ubriacarsi ogni tanto. Che è poi un po’ come ascoltarsi i gruppi punk solo per comprare le magliette in Montagnola, come facevo io a 15 anni. Per questo noi cattopunkomunisti ci siamo sempre identificati con Alex, e rimarremo sempre cattopunkomunisti, non punk, che, senza per forza arrivare all’estremo del gesto di Martino, è un’altra cosa – meglio o peggio vedete voi. Non so se è banale e scontato, se sto spacciando per mia una riflessione fin troppo ovvia. Finta arroganza a parte, questa è sempre stata la mia personale lettura del libro. Ma del resto si sa, questo è il bello di un classico (ops, ho davvero detto “classico”?): che non esistono equivoci né letture univoche, e che, storia d’amore o no, l’ultima parola spetta a chi legge, sia maschio o femmina, abbia 15 o 25 anni.

Benno Von Archimboldi


Neb Minoja

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