Nostalgia: fragili desideri. A volte indispensabili. Ma anche no.
13 Mar 2015

Nostalgia: fragili desideri. A volte indispensabili. Ma anche no.

Un grande fastidio – che poi è una velleità – è quello che mi procura, in ambito culturale, il riproporsi del ciclo delle mode. Lo spunto per questa riflessione è arrivato quando hanno iniziato a proliferare le serate a tema anni Novanta e quando sono risorti gruppi musicali, italiani e stranieri, di quel periodo.

La verità è che gli anni Novanta hanno fatto cagare esattamente come tutti gli altri anni, semplicemente c’era più benessere economico e si potevano spendere più soldi anche in progetti culturali cosiddetti underground. Eppure, al momento attuale mi sembra ci sia una grande incapacità (o c’è sempre stata), di riuscire a leggere il presente apprezzando le poche cose belle che accadono.

Ciò mi ha portato a riflettere ulteriormente sull’enorme potere che ha la nostalgia, sia nell’incentivare il consumo, sia nel rendere il consumatore immobile, abbassando in questo modo la sua possibilità di acquisire nuove conoscenze. La nostalgia ha un’azione conservatrice perché impedisce il rinnovamento. Non è sobillatrice né iconoclasta, relega semplicemente i nostri interessi al passato. Questa attitudine vale sia per quanto riguarda i gusti culturali (cinema, musica, teatro e letteratura) sia, ad esempio, per quando riguarda le relazioni sentimentali. Per non parlare delle scelte politiche.

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La nostalgia diventa poi nostomania quando risulta insopportabile il rimpianto delle condizioni passate. Dall’Enciclopedia Treccani: “Nel linguaggio medico, [la nostomania è una] forma morbosa di nostalgia, per cui il soggetto prova un intenso bisogno di ritornare nei luoghi della propria infanzia, divenendo incapace di adattamento in un ambiente non abituale”.

Tutto ciò che blocca il fruire di cose nuove, la loro divulgazione, risulta un impedimento per la comprensione del presente. Certamente la nostalgia dà sicurezza, non prevede emozioni nuove, bensì le stesse di sempre che ritornano e in un certo qual modo diventano semplicemente decodificabili, le riconosciamo e sappiamo per certo quello che ci arriverà addosso. Il controllo che ne deriva lascia pochi spunti agli imprevisti.

La nostalgia ci impedisce di sperimentare, di provare strade diverse e di mettere in discussione le nostre passioni e, in fondo, le nostre passioni siamo noi, in definitiva. Ci permette inoltre di non cambiare mai, di essere sicuri di noi utilizzando sempre gli stessi format per ogni cosa, incasellando tutto e non lasciando nulla di indefinito; quasi avessimo una griglia in testa, tutta ordinata, nella quale inserire le emozioni.

Se non si fosse capito, detesto la nostalgia: la comprensione del presente può avvenire, secondo me, soprattutto grazie all’apporto delle sensibilità che si affacciano sulla società e che molto spesso orbitano all’interno e all’esterno dei diversi spazi e contesti culturali. Queste sensibilità non sono altro che una sorta di barometro del tempo che viviamo.

Spesso si sente dire che tutto era meglio prima, mentre oggi quel tutto è perso, è peggio, è definitivamente rovinato. Diverso sicuramente, peggio non lo so. Quando uno si sente disorientato dai cambiamenti e non si riconosce più nei parametri della società, allora automaticamente la sua valutazione del quotidiano risulta negativa. Basti pensare all’immigrazione, la novità incute da sempre timore e un cambiamento che stravolge gli “usi e i costumi tradizionali” viene spesso considerato negativo. Qui ci sarebbe molto da ragionare sulla paura diffusa per le novità, per le prime volte, e per tutto ciò che comporta stravolgimenti, fuori e dentro di noi.

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Michael Ray Charles

In definitiva, lasciamo passare il tempo senza accorgerci che magari sta nascendo qualcosa di importante e splendido e, al posto di viverlo, preferiamo rimpiangere il passato. È proprio per questo che spesso si finisce per perdere molte occasioni, forse troppe.

La glorificazione del passato porta quindi a non capire il presente e a non riuscire a trovare i mezzi per decodificare le sue nuove dinamiche: il passato è utile se viene compreso ma non se viene mitizzato. Il reiterare forme e linguaggi, culturali o politici, già preconfezionati, impedisce molto spesso che si formino nuove comunità basate su valori, gusti e presupposti nuovi che inceneriscano i precedenti.

Hanno iniziato frantumandoci i coglioni con la musica dei magnifici anni ’60 (boom economico, l’essere umano diventa un consumatore), poi i ’70 (i movimenti rivoluzionari vengo repressi e sconfitti dallo Stato), poi gli ’80 (dilaga l’eroina e l’assenza di valori) e ora i ’90 (Tangentopoli e l’inizio del ventennio berlusconiano). A ben vedere di magnifico non esiste nulla, quindi risparmiateci questo supplizio.

In definitiva, poi, non siamo nemmeno capaci di abbandonare noi stessi né di pensare al presente. Sarebbe bello invece provare ad osservarlo, questo presente, vivendolo senza guardare né al passato (mitizzandolo) né al futuro (avendone paura). Tutto poi verrà da sé e, se non verrà, non succederà comunque nulla di grave a nessuno. Come ho scritto all’inizio, la mia è una pura velleità.

Matteo Pioppi


Bolognina Basement

Bolognina Basement è una visione centralmente periferica sul presente, sulle produzioni culturali e su cosa significa fare cultura indipendente oggi in Italia. Illustrazione, cinema, fumetto, arti urbane, letteratura e musica sono il punto di partenza per raccontare le storie di persone, luoghi, territori e relazioni, per tracciare percorsi di lettura personali e collettivi.

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