Ostalgie e Anti-Ostalgie, un viaggio nel cinema post-DDR – parte seconda
13 Nov 2014

Ostalgie e Anti-Ostalgie, un viaggio nel cinema post-DDR – parte seconda

(QUI LA PRIMA PARTE)

RIUNIFICAZIONE O ANNESSIONE?

Il punto sta nel fatto che la riunificazione assunse risvolti inaspettati.
Quegli sboroni dell’Ovest arrivarono all’Est e dissero questo non va bene, qui fa schifo, cos’è ancora col 56k andate, ma che macchine sono, tutte uguali, ma come minchia vi vestite dove sono i calzini con gli infradito, che schifo nemmeno la differenziata fate, insomma a mo’ di colonizzatori imposero vertici industriali, istituzioni ed enti allo scopo di educare ed istruire all’economia di mercato, procedere alla privatizzazione, insegnare la “democrazia”.

Le norme costituzionali ed il sistema giuridico della Germania Ovest furono semplicemente estesi ad Est, senza consultazioni per l’istituzione di una nuova Costituzione comune.

Si è assistito, molto banalmente, ad un rifiuto di tutto ciò che ricordava il passato.

Passata la festa, sono in molti oggi ad Est a parlare di un’Anschluss, un’annessione e non una riunificazione; un’occupazione, un’invasione, insomma chiamatela come ve pare, senza comunione d’intenti ed ideali: gli Ossis, sentendosi quasi in dovere di recuperare, lo fanno sì, ma a modo loro, ricorrendo alla riqualificazione e all’inventiva.

Senz’altro le aspettative erano diverse dalla realtà che si è incontrata, ed oggi, dopo aver quasi distrutto il precedente sistema economico-industriale, si vogliono indietro i vecchi prodotti, rivalutati come autentici e genuini,.

Una sorta di rifugio dalle delusioni, un recupero di ciò che c’era di buono nel passato, per controbilanciare quello che di negativo si è trovato nel presente.

Inoltre, dal film trapela una sorta di rimpianto nei confronti della DDR: vi era un reale senso di appartenenza, condivisione e solidarietà, oltre (almeno quello) ad uno stato sociale da paura, che dopo la Caduta del Muro ha lasciato il posto ad una società più individualista e frammentaria, una sorta di ah, ma se lo ricorda signora, si stava meglio quando si stava peggio, senza nemmeno più la speranza che “oltre il muro sia tutto sia più bello”.

Il punto è come sia avvenuta la transizione democratica e la riunificazione: con grande fretta e precipitazione, come si volesse cancellare il passato prossimo il più velocemente possibile, senza lasciare spazio a soluzioni ad interim, temporanee, o a tentativi di preservazione di ciò che di buono c’era oltre alla “cortina di ferro”. Ed è questo che oggi si fa nei Lander dell’Est: riprendersi i ricordi, recuperare le cose belle, riconquistare il proprio spazio portando con sé frammenti della storia vissuta.

Queste motivazioni sono anche alla base del perché Good bye, Lenin! rappresenti un altro tipo di Ostalgie riflessiva: quella ESTERNA.

Già dal titolo Good Bye, Lenin! si intende che il dolore per l’improvvisa scomparsa di un simbolo è tanto intenso da non indurre ad un saluto definitivo. Alexander remixa (il termine, che ho inventato nella mia testolina 5 secondi fa, rende l’idea) un fatto straordinario, rielaborandolo con tutta la delicatezza possibile, tanto da mitigarne immediatamente gli effetti, oppure indirizzando la realtà verso la sincera ed ingenua utopia custodita dalla madre.
Perché, nel frattempo, il mondo di Christine è stato soppresso, sostituito da uno nuovo, da effimeri e simbolici, oltre che sgargianti e coloratissimi, prodotti, ora non più dello Spreewald, ma olandesi
(ma io già me lo vedo il remake italiano, con la signora, ovviamente di Voghera, caduta in coma a fine anni ’80 che si sveglia e il figlio che recupera gli Speedy Pizza, gli Spuntì, il Crystal Ball e i VHS del Gioco delle coppie con Marco Predolin).

goodbye lenin

Una delle scene simbolo del film è proprio quella del “cambio della guardia” della Repubblica Democratica Tedesca, con una flotta di camion merci occidentali che avanzano, come iconici carri armati, alla conquista delle menti e dell’economia orientale.
Alex fa lo stesso: manipola, ricrea immagini effimere, in uno spazio circoscritto (la camera di mammà) e a fin di bene.
Alex ricrea la Germania non come il paese che fu, quanto quello che si sarebbe voluto che fosse: come tale, un rifugio dalle aggressioni della storia, uno spazio di “resistenza” alla cancellazione del passato, la rivendicazione di una differenza.
Ma tutto ciò rielaborato in un contesto contemporaneo, che riguarda cioè il periodo in cui il film è stato pensato e girato. Che abbraccia dunque i nuovi scenari internazionali politici, sociali e culturali.
Per questo, possiamo definire questo tipo di Ostalgie, ESTERNA, nel senso che rielabora i temi dell’Anschluss, contestualizzandoli all’oggi, trovando le stesse risposte.
Un rifugio, una resistenza alla società contemporanea.

LA OSTALGIE CONSERVATRICE O “ANTI-OSTALGIE”

Il film di Florian Henckel von Donnersmarck Le vite degli altri racconta la verosimile storia di un ufficiale della Stasi, Gerd Wiesler (una sorta di efficiente burocrate del male, io personalmente lo vedo come un Bardem di Non è un paese per vecchi ante-litteram, freddo, spietato e pelato senza caschetto), incaricato di controllare un noto drammaturgo, Georg Dreyman, un intellettuale molto in voga ma vicino ad ambienti dissidenti, conscio del potere del partito (ma senza condividerne le scelte), fedele ai principi socialisti e per questo, paradossalmente, considerato pericoloso.

Il film mostra all’interno di un contesto autoritario, dinamiche “occidentali”, fatte di corruzione, giochi di potere e socializzazioni complesse, come mai nessuno aveva provato ad affrontare all’interno della DDR.

I giochi di potere, il potere in sé, vengono ricondotti ad un’unica parola: Stasi, il Ministero per la Sicurezza dello Stato.
Nei faldoni in cui vengono conservati i documenti della Stasi si trovano le descrizioni delle abitudini, dei vizi e delle virtù di anonimi cittadini e ospiti della DDR. A ogni sigla che contrassegna un’operazione, un’indagine o una persona corrisponde un intreccio di esperienze, pratiche e vissuti. È un archivio dettagliato della quotidianità della DDR, della vita comune di chiunque fosse solo minimamente sospettato di essere nemico dello Stato.
Si delineava, in pratica, il divenire sociale della Germania Est, si “indirizzavano” aspirazioni e traiettorie di vita.

“Bimbo fatti i cazzi tuoi che non ci metto niente a metterte ar gabbio”

“Bimbo fatti i cazzi tuoi che non ci metto niente a metterte ar gabbio”

“Die Stasi war immer vor der Tür” (“la Stasi era sempre dietro la porta”)

La Stasi, in quanto sistema di controllo capillare, totale e totalizzante (non a caso Le vite degli altri è ambientato nel 1984) aveva un informatore ogni sessantatre abitanti: la Stasi documentava, archiviava, ricattava e favoriva delazioni e tradimenti.
Fu strumento imprescindibile per mantenere per decenni lo status quo ma, allo stesso tempo, alla base della disaffezione che ha portato al collasso e all’implosione della Repubblica Democratica Tedesca, fermando gli impulsi libertari che personaggi come Dreyman (ma anche Alex) incarnavano.
Qui non vi è nulla a che vedere con la Ostalgie; non si esalta il tempo che fu e non torna più (copyright by mia nonna) ma semplicemente un’efficace concatenarsi di eventi che riportano ad atmosfere che vanno interpretate attraverso un sistema di valori imposti da una mediocrità mossa dalla logica dell’esecuzione e non della creazione.

Una Germania Est che non ha nulla a che vedere con quella descritta da Wolfgang Becker e Leander Haußmann.
Si nota una sorta di Ostalgie al contrario: non più l’accento sul ricostruire il passato, come strumento d’orgoglio nazionalistico e di verità assoluta.

Una Anti-Ostalgie.

Mostrare la faccia oscura del regime socialista della Repubblica Democratica, non più un rifugio dell’anima, un luogo dove i ricordi sono sia il passato che il motore del futuro.
Le vite degli altri pone la Stasi come uno specchio del potere e del rigetto della dottrina socialista.
Lo stesso capitano Wiesler, in un secondo momento, diventa la speranza di libertà, nonché l’inaspettato disertore della vicenda: nello spazio pubblico che ognuno si ricrea, la Stasi non può arrivare. Ed è lì che agisce il protagonista.
Von Donnersmarck va elogiato, proprio perché dà voce a casi peculiari, e non esemplari, in contesti autoritari, mette in evidenza i comportamenti irrazionali e le dinamiche che in quegli anni si mescolavano nelle DDR.
L’altra faccia della medaglia rappresentata da Sonnenallee e Good Bye! Lenin.

Ergo, in soldoni, per ridurre tutto ad un Bignami del sapere e, soprattutto, per chi non ha voglia di leggere tutta la pappardella e dice mè vediamo come finisce ‘sta palla (ti ho beccato, lettore pigro):

Sonnenallee: Ostalgie riflessiva interna, ovvero quella da sospirone e bei ricordi. Bella, tutto fregno, ma i ricordi rimangono ricordi perché sono, uhm, ricordi.
Good Bye, Lenin!: Ostalgie riflessiva esterna, cioè che vorresti che il tempo che fu tornasse, trasporre un passato che si considerava migliore ad un presente incerto ed insoddisfacente. Un po’ come dire No al calcio moderno, no alle pay-tv o certo che non fanno più i bei programmi di una volta tipo Giochi Senza Frontiere.
Le vite degli altri: Anti-Ostalgie, il rifiuto della dottrina socialista della DDR e di quegli anni, ovvero guarda poteva essere tutto bello, pure tutta ‘sta nostalgia canaglia, ma poi c’era la Stasi che erano stronzi ed hanno rovinato tutto.

Ovviamente, in queste ultime righe (ma anche qui e lì nel pezzo), sono stato ironico.
Ma anche no, dipende dal tuo grado di pigrizia.

“Il paese che mia madre lasciò era un paese nel quale aveva creduto e che io ero riuscito a far sopravvivere fino al suo ultimo respiro. Un paese che nella realtà non era mai esistito che per me rimarrà per sempre legato alla memoria di mia madre” .

Tibbé

Fonti:

Funder A. (2005), C’era una volta la Ddr, Milano, Feltrinelli
Rusch C. (2009), La Stasi dietro il lavello, Rovereto, Keller
Schmidt C. (2009), Al di là del muro : cinema e società nella Germania Est 1945-1990, Bologna, Clueb
Gislimberti T. (2007), Ostalgie, ovvero nostalgia del passato perduto. A proposito dell’identità tedesca orientale, novembre 2007 anno II n°4, www.metabasis.it
Capuzzo P. (2009), Fili della memoria in un incerto presente: Berlino dopo l’89, «Storicamente», 5 (2009), http://www.storicamente.org/04_comunicare/ostalgie.htm
http://www.lostraniero.net/archivio-2007/30-giugno/226-un-film-sulla-ddr-e-la-stasi.html
http://www.revisioncinema.com/ci_lenin.htm
http://www.andreamicheletti.it/docs/Cineforum03.pdf


Tibberio