Operetta immorale: dialogo tra un poeta ed un fotografo
26 Lug 2015

Operetta immorale: dialogo tra un poeta ed un fotografo

Una fabbrica, una torre ec. veduta in modo che ella paia innalzarsi sola sopra l’orizzonte, e questo non si veda, produce un contrasto efficacissimo e sublimissimo tra il finito e l’indefinito” (1 agosto 1821).

 Così scriveva il nostro Giacomino quando nello Zibaldone procedeva alla teorizzazione della sua poetica.. e visto che ci piacciono tanto i confrontoni tra Leopardi e qualsiasi-cosa-a-caso, le stesse parole possono diventare una stimolante chiave di lettura per tutte quelle persone che amano farsi passare la voglia di andare al mare, guardando le tanto belle quanto struggenti fotografie di Luigi Ghirri scattate lungo la riviera romagnola degli anni Settanta. Si tratta pe’davero di un dialogo impossibile? A me piace pensare di no.

Partiamo dal presupposto che l’intera opera del fotografo di Scandiano è interpretabile nell’ottica di una riflessione più ampia sull’atto del “vedere”, con tutte le implicazioni che ne conseguono. Gli scatti di Ghirri sono la dimostrazione tangibile di come il piano puramente estetico di uno scatto fotografico possa facilmente sconfinare in un piano mentale ed interiore, proprio attraverso la mediazione di una lente.  Di conseguenza, come l’amico Gianni Celati ha osservato[1], l’intento meramente documentaristico- pressoché assente nelle sue fotografie-  lascia invece il posto alla volontà di svelare un preciso punto di vista: non si vuole semplicemente fotografare un soggetto, ma creare un’altra realtà. La macchina fotografica diventa uno strumento d’indagine per comprendere il mondo, una preparazione alla visione, un’esercitazione all’arte della percezione che dall’occhio sprofonda nel pensiero critico e razionale.

Marina di Ravenna @ Luigi Ghirri

Marina di Ravenna @ Luigi Ghirri

Dall’altra parte, non dobbiamo dimenticare che nell’esplorazione leopardiana il rapporto con la realtà nuda e cruda non è solo il principio di ogni meditazione e di ogni ricerca lirica, ma anche uno dei suoi rovelli nel momento in cui entra a far parte della concezione di illusione. L’incontro tra i due avviene quindi in questo scarto, nel limbo formatosi tra mondo sensibile e intelletto, tra mondo reale e rappresentazione.

Non stupisce allora che, in relazione alla tecnica fotografica, Ghirri tiri in ballo un concetto molto caro a Leopardi, definendola “un formidabile linguaggio visivo per poter incrementare questo desiderio di infinito che è in ognuno di noi” e, nella raffigurazione dello spazio, tracci una linea di continuità con la stessa idea di indefinito alla quale il poeta aspira nella sua produzione poetica. Questo legame si fa evidente nelle linee offuscate dalla nebbia della pianura padana, nelle nuvole di fumo che coprono il viso di una donna seduta su una panchina, o nell’orizzonte esteso dietro agli ombrelloni da sole che ricordano tanto la nota siepe di Recanati, al di là dalla quale si apre il campo dell’immaginazione.

Cervia @ Luigi Ghirri

Cervia @ Luigi Ghirri

Entrambi dediti alla ricerca di quella meraviglia che il bambino ritrova comodamente nel quotidiano (forse Giacomino con qualche ambascia in più), individuano nello sguardo infantile l’ispirazione per la loro concezione artistica, riconoscendovi l’uno un potenziale rimedio contro l’infelicità, l’altro, lo sguardo ideale per vedere veramente, per conoscere. D’altro canto, lo stupore stesso ricercato dal fotografo, prima ancora di raggiungere i possibili voli pindarici con il processo immaginativo, pone le basi sul dato memoriale, in quei luoghi vissuti fino allo nausea, nell’Emilia e nella Romagna paranoiche. Attenzione: “non la memoria che stabilizza il ricordo in una logica precisa, ma il preciso impreciso del ricordo”, concetto che come la rimembranza leopardiana riesce ad aprire una distanza tra presente e passato, uno spazio nuovo e fecondo per i rispettivi processi di creazione.

Lido di Spina @ Luigi Ghirri

Lido di Spina @ Luigi Ghirri

Così, naufragando nell’adriatico ghirriano e desiderando sempre più una piscinetta da giardino gonfiabile (con palma), immagino che l’incontro si concluda nel silenzioso scenario di Lido di Spina, magari con i due intenti a parlare di quanto sia insopportabile il caldo, possibilmente litigandosi lo scivolo.

[1] “Ha compiuto una radicale pulizia negli intenti o scopi dello sguardo. Finalmente ci ha fatto vedere uno sguardo che non spia un bottino da catturare, che non va a caccia di avventure eccezionali, ma scopre che tutto può avere interesse perché fa parte dell’esistente” (Quaderno di Lotus n° 11, Electa).

In chiusura del bellissimo Lezioni di fotografia (a cura di Giulio Bizzarri e Paolo Barbaro, Quodlibet) potete approfondire il sodalizio tra Ghirri e Celati nel ritratto scritto dall’autore, Ricordo di Luigi, fotografia e amicizia. Da qui, altre preziose parole dello scrittore:

“’Non si puliva mai gli occhiali, viveva con le lenti appannate’, dice sua moglie ‘e io non so come facesse a fotografare’”. Ed è vero che il suo modo di guardare non era strettamente affidato al funzionamento della retina. Era un modo di guardare estatico. Ma non pensava mai a immagini uniche, originali in sé e per sé. (…) Aveva l’idea che ogni immagine ne richiama un’altra: perché non esiste nessuna immagine unica, originale. Ogni immagine porta in sé tracce d’un riconoscimento di qualcos’altro, di altre immagini, foto, visioni, apparizioni”.

Foto di copertina: Romagna @ Luigi Ghirri


(senza fonte)

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