Vino, polenta e presa bene. Cartoline dal funerale della Saracca
17 Mar 2015

Vino, polenta e presa bene. Cartoline dal funerale della Saracca

Domenica. Di quelle che non sai se aspettare che passino i postumi del sabato sera oppure andare a stenderti su un prato con gli amici. Sul calendario della cucina il giorno è segnato con il rosso.

‘Funerale della Saracca’, dice.

La seconda domenica di marzo, in un paesino sui colli al confine tra Bologna e Modena, si rievoca un antico carnevale popolare, che celebra la fine del duro inverno contadino. Una festa dove si dà il ben servito all’aringa sotto sale (la saracca), unico alimento abbondante nell’inverno contadino medievale europeo. Da circa trent’anni questa ricorrenza è diventata una bella occasione per una sbronza collettiva, dorata dai primi raggi di sole primaverili.

Decidiamo che si fa. Mentre scendo in edicola a comprare riviste di fetida cronaca nera scandalistica da due soldi, la mia coinquilina finisce di prepararsi. Insieme, in automobile, ci dirigiamo verso i colli, direzione Oliveto di Monteveglio.

 Dopo 20 minuti di tangenziale, una mezza dozzina di rotatorie, e una strada sbagliata, arriviamo in zona. Subito tre ragazzi riccioluti muniti di poncho e bonghi ci fanno segno con il pollice. Siamo sulla pista giusta. Li carichiamo, ma il viaggio insieme dura poco, giusto il tempo di vedere un serpente di lamiera inerpicarsi per la collina. Si capisce subito che è meglio lasciare la macchina e proseguire a piedi.

fila macchine

Arrivati all’ingresso di questo borgo, che nel periodo di punta conta al massimo 200 persone, finiamo per fermarci. E’ tutto pieno di gente. Strade, prati, giardini. L’odore è un misto di vino, erba, e porchetta. Non si capisce se siamo fuori porta oppure al Pratello, il venerdì sera. Qualcuno addirittura se l’è preparata, e si concentra in un improbabile dj set di mezzogiorno.

Funerale della Saracca

La percentuale di ‘regaz’, ovvero di giovani bolognesi con la “essce” e Ray-ban è altissima. Cercando di proseguire nella folla con l’intenzione di mettere le mani sul cibo ci accorgiamo improvvisamente che sono tutti quanti piuttosto alticci. Il vino va via a damigiane. Mentre ci avviciniamo a quello che dovrebbe essere il centro del borgo incontriamo lui

Funerale della Saracca

 

 

 

 

Funerale Della SaraccaProseguendo controcorrente verso la piazza principale, dalla quale provengono risate, pennellate di rullante, e un odore simile al salmone affumicato ci accorgiamo che la gente, oltre a essere alticcia, ha con se una ragguardevole scorta di alcool. I più intelligenti si sono portati anche le bottiglie di plastica da casa, per a) fare scorta, e b) non farti rovesciare il vino dal primo gomito che incroci. La fila per accedere alle damigiane è lunghissima, e prima ancora si deve fare un’altra fila –  lunghissima pure quella  – per acquistare i tagliandini. Insomma, una festa di paese in piena regola.

Funerale della Saracca

 

Oltre alla fila per il bere, c’è quella per mangiare

Funerale della Saracca

 

e quella per il bagnoFunerale della Saracca

Più tardi mi spiegano tutto. Ovviamente la scomodità di accedere ai bisogni primari è voluta, perché conserva – a malapena – questo luogo dall’essere assalito da orde di reduci del sabato sera, (quali peraltro tutti eravamo, o quasi). Per lo stesso motivo, grandi cartelli avvertono la plebe che “la vendita del vino terminerà alle ore 15:30”. Incuranti del destino alcolico della giornata (il sabato sera pulsa ancora nelle tempie) ci dirigiamo verso la musica.

Arrivati in ‘piazza’ troviamo una band sul palco, e della gente che si struscia per terra, una via di mezzo tra un ballo tarantolato e il formicolio di un sacchetto di esche vive. “Si chiama ‘Scuciòl’”, ci spiegano. Un ballo rituale che simula la rinascita, la primavera. Prima un ritmo lento, dove fanciulli e fanciulle si rotolano convulsamente in preda all’agonia (fame), poi il risveglio: tutti in piedi a ballare e guardarsi in maniera ammiccante.

Funerale della Saracca

Dalle cucine – un prefabbricato probabilmente lasciato qui da quando Berlinguer era ancora al mondo – si leva, alternandosi, l’odore dello strutto, usato per friggere le crescentine a quello dell’aringa alla piastra. Lasciata rinvenire nell’olio per 15 giorni, la ‘saracca’ viene servita accanto a della polenta, in un trionfo di gusto e unto. C’è chi usa la crescentina farcita come pane e la polenta con l’aringa come companatico. La soddisfazione è evidente.

Funerale della Saracca

E’ comunque il vino a farla da padrone. Lui ad esempio, si è fato una scorta di sigarettoni che ha appiccicato all’elmetto. Non faccio in tempo a immortalarlo che ha già chiamato i suoi amici, per uno scatto ricordo.

Funerale della Saracca

Invogliati dalla compagnia, e con il cerchio alla testa che comincia a sparire, io e la mia coinquilina ci convinciamo che è meglio andare a farsi un bicchiere prima che finisca tutto. Aspettiamo circa 20 minuti in fila, dove il Principe schiaccianoci, la bambola Clara, e il mago-fanstasma fanno ancora sognare i ‘grandi’ al suon di “Bianco o Rosso?”.

Funerale della Saracca

Lui invece è qui a dare una mano

Funerale della Saracca

Seguiamo la folla, che nel frattempo cerca ristoro dalle fatiche alcooliche della giornata cercando di agguantare qualche bel raggio di sole. A disposizione c’è un pratone, che però da un paio di anni è seminato a orzo. Ovviamente tutti ci badano poco o nulla, e alla fine della giornata il comitato organizzatore si troverà una richiesta di risarcimento danni per il raccolto andato sotto le scarpe di noi pseudo-fricchettoni. Ma tant’è.

Funerale della Saracca

Faccio un giro, e scopro che il signore con cui mi sono fermato a parlare è uno degli organizzatori. Mi spiega che tutta l’organizzazione è completamente autofinanziata, e che fino alla metà degli anni’80 “il vino lo davano via gratis”. Nel frattempo si avvicina il ‘carro funebre’ con dentro l’aringa, pronta per essere sepolta. Cesare, un finto prete 84enne che si appresta a compiere il blasfemo sacramento dall’alto di una croce, arringa la folla, chiosando contro i politici e raccontando barzellette sporche in dialetto bolognese stretto (non comprese nemmeno dal sottoscritto, pure nativo di Bologna).

Funerale della Saracca

 

Funerale della Saracca

Funerale della Saracca

Il tutto dura il tempo sufficiente a vedere –  e sentire – che la giornata sta finendo. Alla fine il simil sacerdote benedice i presenti con un’aspersorio a forma di fallo e la festa finisce. Insieme alla coinquilina ci incamminiamo in un percorso a ritroso verso l’auto, parcheggiata qualche chilometro più in la.

Sulla strada del ritorno, scene di panico al volante dimostrano che la nostra generazione non sa più usare la retromarcia. In mezzo la strada un ragazzo in kilt barcolla e grida al telefono: “oh, ci vediamo alla trattoria!”. Evidentemente, i 4000 partecipanti, le 40 damigiane di vino consumate e le 22mila crescentine fritte, non gli sono bastate.

Testti e foto di CarloBrunoDaBologna


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