Trekking urbano per un mito dinamico. Storie di (r)esistenze nella Cirenaica bolognese
04 Ott 2015

Trekking urbano per un mito dinamico. Storie di (r)esistenze nella Cirenaica bolognese

È stupefacente constatare la molteplicità di accezioni che assume nel linguaggio comune la parola “mito”. In una vasta gamma di utilizzi che vanno dal sinonimo erudito di “bugia” all’espressione di eccezionalità (il “sei un mito” di Pezzaliana memoria), rischiamo che ci sfugga sempre di più il significato genuino della parola. Eppure, io credo, una delle definizioni più precise che del “mito” si possono dare è anche una delle più facili, al limite del naif: i miti sono semplicemente storie da raccontare, storie che fanno sì che delle persone si ritrovino insieme per ascoltarle.

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È, sempre molto semplicemente, quello che è successo domenica 27 settembre nel rione Cirenaica di Bologna, quando un folto gruppo di persone, passeggiando per le vie del quartiere, ha ascoltato le storie di resistenza raccontate dallo scrittore Wu Ming 2, storie delle esistenze dei partigiani a cui sono dedicate quelle stesse vie. Il trekking urbano guidato da un cantastorie armato di microfono e mini amplificatore è culminato in una performance di “guerriglia odonomastica” – che non si creda che raccontare o ascoltare storie non significhi agire sul reale: sotto la targa di via Libia, l’unica del quartiere ad aver mantenuto un nome legato al colonialismo, ne è apparsa un’altra che porta il nome di Vinka Kitarovic, giovane partigiana croata morta pochi anni fa, che dopo aver subito sulla propria pelle la repressione fascista in Jugoslavia operò proprio tra le strade di Bologna.

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Perché una comunità che si trova aggregata attorno a delle storie, una collettività coesa nel segno del mito, lo è anche in senso spaziale: è spesso un mito eziologico che illustra le ragioni dei toponimi, del perché i luoghi attraversati e vissuti quotidianamente hanno determinati nomi. Il che però, si badi bene, non significa racchiudere questo spazio simbolico all’interno di una muraglia che esclude chi ne rimane fuori: il tal mito è mio e non tuo. Questo è ciò che fanno le Destre storiche, che proprio con storie fondative hanno sempre piantato i semi della xenofobia e dell’odio per il diverso. Se invece pensiamo la comunità in modo inclusivo e trasversale, ci accorgiamo di come si vengano a creare interessanti cortocircuiti per cui le targhe delle vie della Cirenaica ci raccontano di altre esistenze, di altre, lontane, resistenze: dalla Cirenaica bolognese all’altra sponda dell’Adriatico, fino alla Cirenaica africana, quella vera (si veda il volto di Omar al-Mukhtār che campeggiava sulla locandina dell’evento, che oltre al trekking urbano che qui raccontiamo comprendeva uno “stare insieme” durato tutta la giornata, nel segno di storie di resistenza tra le diverse sponde del Mediterraneo e oltre).

Perché proprio la Cirenaica? Riavvolgiamo un attimo il nastro.

Con la seduta consiliare del 16 aprile 1949 presieduta dal sindaco Giuseppe Dozza[1], il comune di Bologna delibera la nuova denominazione di alcune vie della città. Tra queste vi sono le strade che sull’onda dell’entusiasmo per l’ “impresa” coloniale del 1911 hanno preso il nome dai luoghi della scellerata conquista italiana nel Nordafrica e nel Mediterraneo. Cambia drasticamente la toponomastica del rione, che pure è conosciuto ancora oggi come Cirenaica (perché i nomi, e le storie, sopravvivono nonostante le giunte comunali), e nomi di combattenti della resistenza vengono a sostituire i toponimi africani: così via Tripoli diventa via Paolo Fabbri, via Bengasi viene rinominata via Giuseppe Bentivogli, e via dicendo (l’elenco completo delle vie che cambiarono di nome si trova alla pagina Wikipedia del rione). Affidare la memoria della resistenza  alle stesse strade che celebravano il colonialismo criminale italiano è sicuramente un atto politico, ma non solo: è un atto mitopoietico. Più precisamente è una risemantizzazione: non si tratta meramente di censurare e soffocare vecchie storie per sostituirle con nuove, ma di capovolgerne il segno. Raccontare nuove storie che ci permettano di vedere da una prospettiva differente, rimettendole in discussione, le vecchie narrazioni, soprattutto quelle imposte dall’alto (è cosa nota che la storia –  e la toponomastica – la scrivono i vincitori dal loro punto di vista unilaterale).

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A guardare tutta questa gente che passeggia per le vie della Cirenaica inseguendo un racconto dopo l’altro viene in mente, non a caso, l’epigrafe del primo romanzo uscito a firma Wu Ming (Asce di guerra, 2000, scritto con Vitaliano Ravagli), che recitava: “le storie sono asce di guerra da disseppellire”. Con buona pace di chi nell’affermazione vedeva un incitamento alla violenza, tempo dopo ha spiegato lo stesso Wu Ming 2: “anni fa scrivemmo che le storie sono asce di guerra da disseppellire. Intendevamo dire che esse chiamano a raccolta una comunità, come quando gli indiani tolgono il tomahawk da sottoterra, lo piantano  su un palo e imboccano il sentiero di guerra. L’ascia del rituale non serve per la battaglia. Molti invece hanno inteso la frase in senso strumentale: le storie sono armi. Scavo, le trovo, le affilo e ci combatto. Non è così”[2]. Ma, una volta che l’ascia di guerra è stata disseppellita, bisogna mantenere dinamico il mito, continuare a raccontarlo, a collegarlo e a metterlo in corto circuito con altri miti, a scavare e indagarlo dalle più mutevoli prospettive, lasciando che sia la comunità ad appropriarsene dal basso; la camminata per le vie della Cirenaica sembra una metafora del mito in continuo movimento. Nelle mani di spin doctors, di “tecnicizzatori” del mito, le storie si atrofizzano e si assolutizzano. Tenere vivi i miti, sottoporli a continua autocritica, significa continuare a raccontarli e a studiarli, senza il timore di metterli in discussione, per non permettere che si cristallizzino nel feticismo mortuario delle maiuscole – i Caduti, la Patria, l’Onore.

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E allora, forse, emblematica in questo senso è la prima delle storie che hanno accompagnato questa domenica di trekking urbano: la storia di Gastone Rossi che a 15 anni si unisce alla brigata partigiana Stella Rossa, collaborando alla lotta partigiana proprio per le vie del rione Cirenaica. Per uno scherzo del destino, il giovane Gastone che sognava di combattere i nazifascisti muore per un colpo partito accidentalmente da un’arma che stava ripulendo. Ma questo finale beffardo non è certo degno di un Eroe: così, forse per giustificare la medaglia d’oro al valor militare, la versione ufficiale lo vuole morto in un atto stupido ed eroico, che poi è spesso la stessa cosa, mentre pur ferito si lancia all’assalto di un nido di mitragliatrice nemico armato solo di bombe a mano. Eppure davvero, come Wu Ming 2 ha invitato a riflettere, forse, più di come una persona è morta, ci dovrebbe interessare come è vissuta. Perché la vita è dinamica, aperta e mutevole; la morte ha la consistenza marmorea e paralizzante dei monumenti e delle frasi lapidarie che non ammettono repliche. Del resto, come dimostrava il mitologo Furio Jesi, è esattamente da una religione della morte che i fascismi traggono linfa vitale per mettere le maiuscole alle parole, per congelare il mito in una dimensione statica che lo vuole concluso per sempre, feticcio impassibile di ogni discussione e analisi critica.

Se la risemantizzazione delle vie della Cirenaica veniva dall’alto della delibera consiliare, la passeggiata mitopoietica di domenica è invece sorta dal basso, grazie ai primi input dell’associazione Spazi Aperti e alla pratica del trekking urbano avviata nel quartiere da Atopie Sottili; grazie ai Wu Ming che si sono poi fatti “cassa di risonanza” dell’evento e a tutta una serie di artisti e realtà che si sono presi l’impegno di farsi avanti a raccontare una storia. Cito direttamente dai ringraziamenti su Giap per non dimenticare nessuno: “associazioni «Spazi Aperti», «Atopie Sottili» e «Naufragi», del Vag61, Kai Zen / Bhutan Clan, centro di accoglienza Beltrame, Eat The Rich, Compagnia Fantasma, Brigate Sonore, Coro R’esistente del Pratello, band interamente composta di genitori delle scuole Longhena che ancora non ha nome e si firma Tricomi, Serpieri, Finetti & Wu Ming 1, Istituto storico «Ferruccio Parri», XM24”. E allora questa soleggiata domenica alle porte dell’autunno può davvero indicare un modello da estendere a tutta la città, per un cantiere culturale sempre aperto ad una rielaborazione dei miti che ci spingono a camminare insieme: continuiamo a camminare, continuiamo a raccontarci storie.

foto di Michele Lapini

[1] Un interessante approfondimento in un articolo di Vincenza Perilli su Zapruder

[2] WU MING 2, “La salvezza di Euridice”, in WU MING, New Italian Epic. Letteratura, sguardo obliquo, ritorno al futuro, Torino, Einaudi, 2009, p.162


Neb Minoja

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