Teenagers warning, o di come ribaltare gli stereotipi attraverso la musica
23 Apr 2016

Teenagers warning, o di come ribaltare gli stereotipi attraverso la musica

In vista dell’ormai imminente terza edizione di Educare Alle Differenze, cogliamo l’occasione per parlarvi di un progetto bolognese che con grande spontaneità rappresenta un bell’esempio di valorizzazione delle differenze.

Parliamo di Teenagers Warning, documentario a puntate autoprodotto e autofinanziato, nato da un’idea di Marzia, da anni impegnata in progetti educativi al Pilastro.

La proposta fatta agli 8 regaz “pilastrini”, protagonisti del documentario, è semplice e aperta all’improvvisazione; l’obiettivo è prendersi la briga di esplorare la ricchissima scena musicale del vicino quartiere di San Donato.

Perché proprio la musica, verrebbe spontaneo chiedersi.

Come dice Fabiano nel trailer: “E’ importante la musica per essere banali”, dove questo “banale” indica quanto sia facile produrre stereotipi legati alla musica, ma anche quanto sia normale la sua presenza nella quotidianità di tutti.

La cosa non scontata è, invece, avere la curiosità di uscire dai propri stereotipi per incontrare realtà sconosciute e sfaccettate e, magari, esasperarle, prendersene gioco per poi conoscerle.

Prima di passare all’intervista fatta a Marzia, QUI trovate il trailer del documentario e QUI il blog.

Scegliere di fare un documentario totalmente autofinanziato e nel tuo tempo libero sembra un’idea folle: vuoi dirci quali sono i folli motivi che ti hanno spinto a farlo?

E’ esattamente un’idea folle ma semplice allo stesso tempo poiché spesso le cose si fa prima a farle che a pensarle, ed è esattamente il caso di questo documentario. I motivi principali sono quindi la voglia di fare nonostante le difficoltà e la valorizzazione delle potenzialità dei ragazzi con cui lavoro, brillanti e complicati allo stesso tempo. La follia di questa impresa risiede principalmente nel modo ipercinetico in cui affronto la vita: se è vero che si fa di necessità virtù, ho imparato in ambito privato e professionale che troppo spesso ci si arrende davanti a mancanza di fondi o supporti e motivazioni esterne. Ho sposato da sempre la logica del D.I.Y. ossia il Do It Yourself, il “chi fa da sé fa per tre”, mettendolo in pratica in ogni ambito della mia vita. Ho la fortuna di avere un lavoro (quello di educatrice per la cooperativa Società Dolce nella prima periferia bolognese del Pilastro) complesso ma stimolante che funge da fertilizzante per la mia mente. La nostra programmazione interna standard è fitta e composta da attività di vario tipo che si svolgono all’interno del centro socio educativo “I Pilastrini” in cui lavoro assieme al mio collega Alberto Tripolini e una media di dieci ragazzi che frequentano le scuole medie “Saffi “al Pilastro: supporto all’apprendimento, attività laboratoriali che spaziano dallo sport alla serigrafia, dalla falegnameria ai corsi di lingua. A queste si affiancano tutta un’altra gamma di idee e progetti che nascono in modo spontaneo e “in corso d’opera”, dettate dalle mie inclinazioni personali ed interessi, soprattutto l’arte, il riciclo, la cucina o come in questo caso, la musica, tenendo sempre ben aperto l’occhio della critica e della consapevolezza operativa e metodologica. Il tutto è il sano frutto di una acatisia mentale e lavorativa. Se a ciò si aggiunge quanto i ragazzi che frequentano il mio centro siano più unici che rari, diventa pressoché impossibile non cedere alla scintilla creativa. Per quel che riguarda l’autofinanziamento, direi che non ho affatto bisogno di fondi poiché le riprese vengono fatte all’interno dell’ambiente lavorativo, ho una modesta macchina fotografica, un computer normodotato. Sono tutte attrezzature private poiché, purtroppo, il tasto che riguarda le risorse e le dotazioni tecnologiche è dolente e anche per questo motivo mi trovo a lavorare a questo progetto a casa. Riguardo al tempo libero impiegato, mi dà talmente tanto piacere montare questo documentario che è un piacere e una semplice alternativa all’inerzia da social network o allo shopping.

pilastro, educare alle differenzeNella descrizione del documentario si parla di stereotipi che vengono appositamente esagerati, e in generale dell’irriverenza con cui i ragazzi portano avanti le loro scoperte. Chi sono questi 8 pilastrini? Come si sono relazionati alle varie “differenze” di cui prima?

Il “pilastrino” (generalizzando) è una particolare creatura urbana che si muove nel sottobosco bolognese. Sono spesso dei Robinson Crusoe naufragati su una verde isola separata da Bologna dal ponte San Donato, vicina al centro ma lontanissima allo stesso tempo. Sono come dei gatti, diffidenti ma che ti ispirano tenerezza a prima vista, che non vedi ma poi senti far casino nella notte. Il “pilastrino” medio è simpatico, rumoroso, stiloso (de gustibus non disputandum est), “sgamato” ma ingenuo e soprattutto curioso. Forgiato nella multiculturalità tipica della sua zona di residenza, il “pilastrino” può attivare un code switching molesto dal rumeno al bolognese al rom all’italiano senza batter ciglio, così come può mangiare fast food di primo e palacinka balcanica per dolce. Nonostante la sua resilienza sociale, il “pilastrino” si impanica di fronte agli elementi estranei al suo mondo, anche i più semplici o ovvi: musica che non riconosce, stili che non gli appartengono, fisionomie non familiari.

Il “pilastrino” quindi reagisce all’elemento destabilizzante in un modo da me definito irriverente: sguardi curiosi ma di apparente disinteresse, iniziale opposizione verbale e fisica che lascia però trapelare due occhietti furbi vicino ai quali si fa spazio una lingua tagliente che non risparmia battute, amabili offese, prese in giro, per arrivare poi a mille domande e al desiderio di non lasciarti più.

Questo è, romanzando, quello che succede ogni volta che li porto in un posto “nuovo” a conoscere qualche “alieno”, ed essendo tutto di base girato in diretta ed improvvisato al momento, senza copione o programma, spesso si vedono le loro genuine espressioni e sguardi dapprima titubanti poi emozionati e curiosi. L’esagerazione degli stereotipi avviene in chiave scherzosa, quindi direi che si sono rapportati in modo egregio sia con le persone che gli ho presentato che davanti all’obiettivo, cosa non facile in realtà. Sono animali da palcoscenico e questo va a compensare i loro scarsi risultati scolastici o le loro presunte “non abilità”.

Mi sembra chiaro che la musica sia stata il traino principale per motivarsi a vicenda nell’intraprendere questa avventura. Puoi anticiparci qualcosa sulle scoperte musicali in cui i ragazzi si sono imbattuti?

Parto dal punto cardine: i miei pilastrini ascoltano SOLO musica mainstream, io le chiamo “tamarrate”, insomma, i pezzi generalmente hip hop che vanno di moda nella loro balotta ma che non sono sempre in linea con le tendenze delle “balotte bene”, che invece qualche elemento in più ce l’hanno. Questo è intervallato da poche hit dei loro paesi di provenienza con le quali hanno un legame affettivo. Hanno poca o zero coscienza musicale, trangugiano canzoni in modo compulsivo senza prestare i vari spunti di riflessione che si nascondono dentro i pezzi che cantano a memoria: “faccio strage di incapaci come a Capaci, tu sei un tonno ricoperto di risate come un uramaki” canta Maruego nella sua canzone “Osama”. Quando l’ho sentita la prima volta (perché SI, il “pilastrino” ti obbliga a sentire la sua musica sempre, sparata a mina dal suo zaino Scout con cassa interna 18.000 mega suoni) mi è venuto subito in mente un percorso storico gastronomico su cui si poteva parlare per 2 mesi, perché il “pilastrino” ha diverse facoltà di apprendimento cioè rifiuta il libro ma si fa rapire da quello che gli interessa. Dopo questa piccola introduzione capirete bene il loro stupore nel conoscere Zimmy dei Johnny Clash e Montengro, un rockabilly con la banana alla Elvis (“Chi è Elvis?” cit.), Ernesto degli Into The Baobab, un punk tutto tatuato con la cresta, Elvira delle Doxie, una ragazza che invece di stare in cucina suona punk, e così via. Questa ultima frase era volta a farvi capire il “gioco degli stereotipi”, culturali e di genere, nel quale si cimenta un incredibile Fabiano intervistando Le Birrette, un gruppo rocksteady di 10 ragazze regalando loro utensili da cucina, affermando che “le donne non c’hanno la faccia da suonare, non c’hanno il ritmo” ma ribadendo due secondi dopo “io Fabiano non sono maschilista, sono femminista, ricordatevi bene!”. La musica quindi mi ha portato a trattare la diversità sotto vari aspetti e ogni gruppo, ogni genere fino a qua esplorato, nella meravigliosa cornice della sala prove Vecchio Son di via Sacco 14, porta con sé osservazioni e stimoli diversi.

Con la scusa della musica, si sono anche ritrovati a scoprire un altro quartiere, così vicino ma anche ben differente dal loro. Cosa ne è venuto fuori?

Esattamente. Come dicevo prima, il Pilastro è separato da San Donato e Bologna da un ponte che però sembra uno stargate spaziotemporale. Devo dire che grazie all’egregio lavoro in rete tra Servizi, associazioni e realtà educative, i Pilastrini hanno sempre avuto uno sguardo completo su quello che San Donato offre in termini territoriali e culturali, soprattutto perché è un quartiere vivo e spesso all’avanguardia, attento ai bisogni dei suoi giovani abitanti e accogliente, materno direi. Non conoscono però le persone e le realtà musicali (altre all’hip hop) che lo abitano e soprattutto ne ignorano il background culturale, l’aspetto emotivo e la dedizione che si cela dietro ad un gruppo soprattutto se underground e autoprodotto. Si rapportano con il mondo della musica grazie a programmi come X Factor o Amici e ignorano quanto sia difficile invece portare avanti un discorso musicale in modo autonomo, senza nessuno alle spalle, suonare in certi ambienti, stringere contatti. Ne è quindi venuto fuori innanzitutto un sano confronto e una serie di FAQ mirate sia per capire come “funziona” un gruppo che come poter fare qualora il richiamo musicale iniziasse a farsi sentire. Una mappatura del quartiere in divenire direi, che include anche i luoghi frequentati dai loro amici e che talvolta sono anche gli stessi in cui incontrare uno dei membri dei gruppi intervistati che mangia un gelato.


(senza fonte)

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