Storia che racconta perché i Vips muoiano sempre a gruppi di due o tre
18 Ago 2014

Storia che racconta perché i Vips muoiano sempre a gruppi di due o tre

Nano nano la mia mano”, “Capitano oh mio capitano” sono due frasi dal significato apparentemente nullo che in questi giorni di caldo afoso a sud e pioggia a catinelle al nord, accompagnano inesorabilmente le pagine dei social network come se fossero un mantra.

Si, è morto Robin Williams, attore eclettico capace di fare convogliare e combaciare i gusti delle persone più disparate, dall’intellettuale più snob ai compulsivi consumatori di film di terza categoria.

Siamo tutti pronti a dare un contributo anche minimo alla triste dipartita di un personaggio famoso: scegliamo frasi e foto da condividere, cacciamo fuori pareri da grandi esperti sulle scelte sbagliate o meno che caratterizzano la vita sregolata dei famosissimi VIPs, che all’occorrenza divengono santi o persone corrotte degne di finire nel peggiore dei gironi danteschi.

Così accade che Robin Williams si identifichi spietatamente con i suoi personaggi positivi e assuma i caratteri dell’eroe di Patch Adams o l’innocenza infantile di Peter Pan, ma contemporaneamente viene descritto come uno stronzo ingrato perché nonostante il fatto che sia stato molto ricco, e quindi fortunato, si sia permesso di essere un drogato e un alcolista mentre la gente in Africa muore di fame, ma non solo, alla fine si è anche suicidato in barba ai veri problemi del mondo.

Seguiranno giorni peggiori: fiori e peluches davanti alla casa del famoso attore, gente che si strapperà i capelli al funerale di Hollywood, altri amici VIPs che attraverso Twitter faranno a gara per dimostrare di essere stati molto amici del defunto e  truculenti particolari sui dettagli della morte  verranno a galla attraverso biografie ufficiali e non.

 Fiori

Inoltre mi chiedo, e non posso farne a meno, se Robin Williams è tanto VIP da non essere morto sul serio: il suo corpo, cioè, diverrà davvero cenere oppure Miss Doubtfire è solo scappata cambiando vita e adesso vive in quello stesso mondo felice in cui sono finiti Elvis, il nostro caro Freddy Mercury, Jim Morrison il re delle frasi sul diario, Jimi Hendrix e persino Giulio Andreotti (tanto lo sappiamo tutti che non è morto davvero)?

Jim Morrison

Forse i VIPs semplicemente si stancano di essere sempre giudicati per ogni loro mossa, di essere sempre osservati dallo spioncino come se fossero tutti delle formosissime Edwige Fenech sotto la doccia, forse sono solo infelici perché non possono mettersi le dita nel naso al semaforo senza essere additati e fotografati e allora decidono di mettere in scena la loro morte e poi scappano verso mete lontane dove possono fare quello che vogliono.

E vi dirò di più, un dato rafforza questa tesi complottista:

i VIPs non vanno in esilio da soli, si portano dietro sempre un altro VIPs, non per nulla loro muoiono sempre a gruppi di due o addirittura di tre, e tutto ciò non può essere un caso ed è ora di portare a galla questo mistero, pensateci bene:nel 1997  Lady D e Madre Teresa di Calcutta muoiono a 5 giorni di distanza, ed entrambe erano famose per le loro opere di bene, nel Gennaio del 1999 muoiono Fabrizio De Andrè ed il mitico Michel Petrucciani, non per nulla musicisti entrambi, nel 2000 a circa 3 giorni di distanza muoiono Walter Matthau e Vittorio Gassman, attori di fama internazionale, il Luglio del 2003 ci priva molto tristemente della presenza di Compay Segundo e di Barry White, pensate che fico che deve essere un genere musicale che unisce il lavoro di entrambi ma non ci è dato di saperlo perché non sappiamo dove sono scappati.

Si va avanti con  gli americanissimi fino al midollo Johnny Cash e Charles Bronson che ci salutano nell’agosto del 2003, Ray Charles, Ronald ReganNino Manfredi fingono di morire nel  Giugno 2004, tra il Marzo e l’Aprile del 2005 muoiono Alberto Castagna e Giovanni Paolo II ma non chiedetemi perché decidono di fuggire insieme, spero inoltre di non incontrare mai sulla mia strada Pinochet e Saddam Hussein, scomparsi entrambi nel Dicembre del 2006; Pavarotti e Gigi Sabani, coppia strana devo ammetterlo, muoiono entrambi nel Settembre del 2007, Susanna Agnelli ed il simpaticissimo Baget Bozzo nel Maggio del 2009 e la coppia diventa un quartetto se si aggiungono Michael Jackson e Farrah Fawcett dei quali si annuncia la mesta dipartita ad un mese di distanza, ci sono poi il grande Mike Bongiorno e l’idolo di ogni ragazzetta, Patrick Swayze che  lasciano  un grande vuoto nell’autunno del 2009, ma non capirò mai perché Raimondo invece di scappare con Sandra sceglie Ronnie James Dio, meno di un mese separa infatti le due morti avvenute nel 2010; ci sono ancora Gheddafi, Steve Jobs e Marco Simoncelli (Ottobre 2011), Whitney HoustonLucio Dalla tra Febbraio e Marzo del 2012 (pensate che falsetti), Nilla Pizzi ed Elisabeth Taylor nel Marzo del 2013 e finalmente si giunge alla fine di questa lunga lista: un mese fa ci hanno lasciati Giorgio Faletti e Tommy Ramone ed al caro e poliedrico Robin Williams si aggiunge ad un solo giorno di distanza la magnifica Lauren Bacall.

Mike Bongiorno

Si, il caldo palermitano potrà anche darmi alla testa tanto da creare un’ estesa e delirante teoria del complotto, ma su un dato non si discute: la sociologia più spicciola ci suggerisce che la morte di un personaggio famoso riesce a stimolare il senso di solidarietà collettiva,  agisce da propulsore risvegliando le menti più assopite  e crea fenomeni di massa dalla portata maestosa anche se l’evento in sé non tange assolutamente la vita privata delle persone. Eppure emettiamo sentenze, giudichiamo la vita altrui e andiamo avanti per giorni e giorni scrivendo frasi e traendo piacere dal luogo comune più banale e non posso realmente fare a meno di chiedermi quali sono gli ingranaggi che pongono in essere un tale fenomeno di massa.

Su di una cosa però sono certa, se fossi VIP vorrei fingere di morire insieme a Paul McCartney e sceglierei un luogo di mare.

Marilia


Bolognina Basement

Bolognina Basement è una visione centralmente periferica sul presente, sulle produzioni culturali e su cosa significa fare cultura indipendente oggi in Italia. Illustrazione, cinema, fumetto, arti urbane, letteratura e musica sono il punto di partenza per raccontare le storie di persone, luoghi, territori e relazioni, per tracciare percorsi di lettura personali e collettivi.