Sovvertire il Latinorum – ovvero Apologia del compagno De Curtis in arte Totò
07 Mag 2014

Sovvertire il Latinorum – ovvero Apologia del compagno De Curtis in arte Totò

Premessa: il presente articolo si pone come ideale prosecuzione della rapcensione-pretesto già scritta su queste pagine. In quella trovavamo il rapper primordiale a sovvertire le meccaniche dell’establishment rionale con il solo potere della parola, proprio come Guido Cavalcanti con un mot d’esprit nella novella del Decameron si liberava agilmente dalle molestie di un gruppo di bulletti della Firenzebene. Cosa c’entra ora Totò? E i Promessi Sposi?

 Non pensiate che mi siano mai piaciuti, i Promessi Sposi. E cercate di capirmi: a noi giovani ribelli non è che poteva andarci giù ‘sta storia della Divina Provvidenza, della conversione miracolosa e via dicendo. Il tutto non sembrava altro che l’ennesimo lavaggio del cervello ordito dalla Scuola, dalla Religione, dal Potere.

 Eppure – ricordate? “Il Potere è il suo stesso contrario, e contiene il germe della sconfitta[1].

 Per fare germogliare questo semino, partiamo da una celebre scena del romanzo; non buttiamo via niente, mettiamo pure il Manzoni tra i book bloc.

 Siamo nel capitolo II; il caro Don Abbondio è appena stato minacciato dai bravi, si è messo a letto malato raccomandando alla Perpetua di non aprire a nessuno, al contrario del conte di Condè non ha praticamente chiuso occhio ed ecco che si becca pure Renzo, venuto bello bello a chiedergli a che ora pensava di sposarlo con Lucia. Il Don è visibilmente agitato, suda freddo, impossibile non notare che c’è qualcosa che non va:

         «Che abbia qualche pensiero per la testa», argomentò Renzo tra sé; poi disse: – son venuto,      signor curato, per sapere a che ora le comoda che ci troviamo in chiesa.
– Di che giorno volete parlare?
– Come, di che giorno? non si ricorda che s’è fissato per oggi?
– Oggi? – replicò don Abbondio, come se ne sentisse parlare per la prima volta. – Oggi, oggi…

abbiate pazienza, ma oggi non posso.
– Oggi non può! Cos’è nato?
– […]C’è degli imbrogli.[…]Sapete voi quanti siano gl’impedimenti dirimenti?
– Che vuol ch’io sappia d’impedimenti?
– Error, conditio, votum, cognatio, crimen, Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas,
Si sis affinis,…
 – cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita.
– Si piglia gioco di me? – interruppe il giovine. – Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?
– Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa. […]Il testo è chiaro e lampante: antequam matrimonium denunciet..

         – Le ho detto che non voglio latino.

In soldoni: Don Abbondio istituisce una gerarchia (per quanto spicciola, una gerarchia sociale) tra lui e Renzo, ponendosi in un piano di superiorità; camuffa, insabbia i giochi di potere che gli impediscono di celebrare il matrimonio. Lo fa con il linguaggio, e precisamente con una lingua che Renzo non conosce. Ma possiamo veramente sostenere che Don Abbondio la conosca? In realtà il curato cita a memoria, tira fuori meccanicamente una barriera di parole per assemblarle a casaccio in modo da respingere gli assalti del Tramaglino che, sempre in soldoni, gli sta chiedendo giustizia. È un tentativo un po’ disperato a dire la verità, e Don Abbondio sembra quasi tratteggiare suo malgrado la parodia di se stesso.

Adesso, non me ne vogliate, io mi sono figurato lo stesso dialogo trasportato ai giorni nostri, in un contesto un pelino differente (mutatis mutandis, direbbe Don Abbondio). Mettetevi nei panni di Renzo, o comunque di chi sta subendo un sopruso; chi ci mettiamo in quelli del curato di campagna? Calzerebbe a pennello un ceffo del genere:

matteorenzi

 Voi non gli chiedete quando intende sposarvi, no, ci mancherebbe. Piuttosto gli chiedete, che so, quand’è che troverete un lavoro, quand’è che finalmente la si fa finita col rigore, la precarietà e tutte ‘ste robette qua. Vi sentite rispondere qualcosa che forse non è troppo diverso dal discorso di Don Abbondio, qualcosa così:

– Senti ciccio, abbi pazienza, io lo capisco che te sei sfavato per l’austerity, ma c’è degli imbrogli. Eh sì. C’è degli imbrogli. Ma ‘nsomma te che ne sai, qua con la spending review è un casino, poi allo spread chi ci pensa, qua ci tagliano il rating e scatta il default…però vedrai che col job act qualcosa mettiamo apposto, via, vieqquah che ci facciamo anche un selfie[2] così te ne vai a casa contento…

Di imperialismo linguistico, del fatto che la lingua – una lingua mistificata e mistificatrice – sia una delle principali armi del potere, non c’è bisogno che stia qui a raccontarvelo io; leggetevi Orwell piuttosto – ma leggetevi pure Tacito: “Laddove fanno il deserto, lo chiamano pace[3].

Quella che vorrei provare a indicare è invece una banale strategia di resistenza per sfrondare un po’ gli allori di questi saccentoni che sfoderano parole altre per camuffare, per insabbiare e nondimeno per sfoggiare la parola stessa come marker di status socio-culturale (come peraltro ho appena fatto io utilizzando la parola marker al posto di un banalissimo “marcatore”; come ho fatto anche all’inizio dell’articolo parlando di establishment e di mot d’esprit). Soprattutto visto che noi, chi più chi meno, siamo un po’ più consapevoli di Renzo; abbiamo studiato (nel senso più lato possibile di questa parola, non in senso scolastico) e dunque siamo potenzialmente meno infinocchiabili. Del resto neanche Renzo, che pure non ha studiato, si lascia infinocchiare dal Don.

Come smascheriamo questi biechi sotterfugi linguistici, come lo sovvertiamo, insomma, ‘sto Latinorum? Rimaniamo sul banale, sulla famosa risata che li seppellirà.

toto

Ci avete mai fatto caso, per esempio, a quante volte compaia il Latinorum nei film di Antonio de Curtis, in arte Totò? Perlomeno dal punto di vista quantitativo è una delle componenti più consistenti del battutario del comico napoletano, trasversale a tutta la sua filmografia. In diverse scene le sententiae più trite del latino scolastico vengono prese e citate a sproposito: “Adbundandis in adbundandum!” proclama il De Curtis dettando la celeberrima lettera a Peppino (in Totò, Peppino e la…malafemmina, 1956).

 

(vedi minuto 1:59)

In altri casi un motto latino viene decontestualizzato e totalmente frainteso, come in Totò sceicco (1950) quando il nostro eroe, diventato per una serie di malintesi il condottiero di un esercito arabo, passando in rivista le truppe scoppia a ridere e prende a schiaffi un soldato esclamando: “Castigat ridendo mores![4]”. Alla richiesta di spiegazioni da parte dei suoi ufficiali, il nostro risponde con una traduzione un po’ affrettata: “Ridendo, castigo i mori!”.

Un’altra volta, un proverbio italiano viene malamente tradotto in latino per conferire a chi lo pronuncia un’improbabile autorevolezza: “Gattibus frettolosibus fecit gattini guerces!” (in Totò a colori, 1952).

(vedi minuto 5:30)

E così via, in tanti altri casi ancora.

Insomma, il numero sospettosamente consistente delle ricorrenze del latino nelle gag di Totò ci fa riflettere; di più, ci disegna nel complesso un personaggio che altro non è che la parodia di tutti i Don Abbondio e di tutti i Matteorenzi della storia: di chi vuole darsi un tono o mascherare un imbroglio utilizzando una lingua che lo metta in un piano di superiorità rispetto al suo interlocutore. Peccato però che proprio l’uso forzato di questa lingua smascheri brutalmente le sue losche intenzioni.

Eccola qua, la strategia di resistenza al mare di parole ostili che ci attanaglia da ogni parte: basta rovesciare la parola per generare una risata, basta una parodia messa in atto da un Totò che “abbassi” il latino e faccia svanire l’aura elitaria della lingua, per così dire. Del resto per lo stesso nome De Curtis possiamo inventarci un’etimologia che dia una vaga idea di questo “abbassamento” (la preposizione “de” indica un movimento verso il basso, e “curtis” significa “corte”, luogo elitario per eccellenza; sì va bene, dai, ora la smetto, giuro).

Voi direte: vabbé, però tu hai tirato in ballo mille cose che non c’entrano niente l’una con l’altra e che provengono da contesti differenti; le hai tirate per i capelli e messe assieme solo per dire cosa poi? Qualcosa di banale e scontato, che la lingua è strumento batteriologico del potere e che dobbiamo smascherare le parole tossiche e rimasticarle, creare parole nuove per disintossicarci. Ti sei persino inventato un’etimologia a casaccio!

Ho capito, ma vi pare poco? E tutto questo solo con la pa-ro-la; nient’altro, niente di meno.

(insomma, l’avrete intuito, la morale è questa)

Benno Von Archimboldi


[1] Lo impara a proprie spese l’archiatra Zoster in Paperinik New Adventures n.46, 2000.

[2] Sul termine “selfie” come inconsapevole eufemismo onanistico tornerò magari un’altra volta.

[3] Lo dice il generale caledone Calgaco parlando dei Romani, che erano un po’ gli ammerregani del tempo  (“Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”, Tac., Agricola, 30).

[4] http://www.treccani.it/vocabolario/castigat-ridendo-mores/


Neb Minoja