Sexy Shopping. Sono come me, parlano con me, sono intorno a me – ma si sentono meglio?
15 Ott 2014

Sexy Shopping. Sono come me, parlano con me, sono intorno a me – ma si sentono meglio?

Siamo qui, spiaggiati in piazza San Francesco a bere Peroni e a guardare gli studenti che suonano le chitarre e ballano sguaiatamente la pizzica. Simone, che mi è venuto a trovare da Firenze – Simone, che è laureato in filosofia e fa l’impiegato in un sottoscala – mi fa perplesso: “Vedi Benno, dice che c’è la crisi, che studiare non serve a una fava, eppure la gente continua a spendere soldi e a venirci a Bologna per l’Università. Questi suonano la pizzica, non verranno neanche da troppo vicino, immagino…”. Allora io gli dico la mia, e cioè che studiare, per quanto inutile possa essere diventato, rimane qualcosa di prestigioso e irrinunciabile per chi può permetterselo – e a volte anche per chi non può. Gli cito mio nonno che mi chiama ad ogni esame per sapere come è andata, gli cito la professoressa di latino che negli anni Duemila diceva “voi fate il liceo classico, sarete la classe dirigente di domani” (…) gli cito anche un amico che lui non conosce, al quale è stato offerto un lavoro niente male e che nonostante tutto è ancora in dubbio se rinunciare all’offerta per continuare a studiare.
A un certo punto ci si avvicina uno di quei pakistani che vendono ricchi accendini e cotillons d’ogni tipo. Mi chiede solo di rollargli una sigaretta e si ferma a parlare. Chiede come ci chiamiamo, quanti anni abbiamo. E, ovviamente, cosa facciamo. Studiamo, lavoriamo. Ah, studi. E cosa studi? Ma niente, letteratura. Che letteratura? Letteratura italiana, s’intende. Ah, bellissima, la letteratura italiana. Anche io ho studiato. Nel mio paese. Ero un esperto di Dante. Un esperto di Dante? In Pakistan? In India. Io e Simone ci guardiamo negli occhi. Un giorno sei un esperto di Dante indiano, e il giorno dopo vendi accendini a forma di W.C. sfidando le occhiatacce e financo gli insulti degli studenti fuorisede fuoricorso. Allora Simone lo invita al nostro gioco. Gli racconta del ragazzo di cui gli ho parlato io, gli chiede: signor pakistano, tu che – sottinteso – pur avendo studiato ed anche ad alto livello ora vendi portachiavi, tu cosa ne pensi, cosa dovrebbe fare questo nostro fantomatico amico? L’uomo tira una lunga boccata dalla sigaretta, gli occhi a fessura per evitare il fumo, o forse solo per darsi un tono. Non ci pensa neanche un attimo, alla risposta: il vostro amico deve studiare, dice. Adesso, che è giovane, deve studiare. Tutto si aggiusterà, in questa vita o nella prossima. C’è sempre tempo per pensare al lavoro. Ci viene a parlare di Provvidenza, di Giustizia Cosmica, a noi stereotipici laureati in Lettere e Filosofia stereotipicamente senza futuro. Sorride beatamente, sotto la fronte solcata da rughe più da Indiano d’America che da Indiano dell’India. Quando se n’è andato, posso sorridere e dimostrare a Simone che avevo ragione. Simone si mette a ridere, dice lui non vale, lui crede nella reincarnazione. Sarà.

Questo breve aneddoto – vero o falso che sia – mi aveva fatto riflettere su quanto a fondo si potesse scavare per dissotterrare le storie nascoste delle persone che ci circondano, delle presenze obsolescenti che riempiono il nostro sacro tran-tran quotidiano: i venditori ambulanti che affollano il Pratello e la zona universitaria, ma non solo. Raccontare non è solo fare inchiesta, ma anche restituire la dignità di una storia e di una voce a queste persone sul limitare dell’invisibilità, sul limitare del silenzio. Sexy Shopping, il cortometraggio di Antonio Benedetto e Adam Selo vincitore della categoria “miglior corto italiano” al Terra di Tutti Film Festival 2014 compie precisamente quest’operazione, e in un modo molto intelligente, soprattutto perché concentrato in venti minuti.

Si pensa spesso che una storia debba avere carattere di eccezionalità per essere degna di venire raccontata. Anche Miah, immigrato bengalese e venditore ambulante al Pratello, in effetti ha qualcosa dell’eccezione rispetto agli altri ragazzi come lui: intanto la varietà e la quantità esagerate di prodotti che vende, e poi il fatto che abbia deciso di aprire una partita IVA – con conseguente stupore dei ragazzi che acquistano un accendino kitsch e si vedono rilasciare lo scontrino fiscale. Ma questo è soltanto il pretesto del documentario, un appiglio per catturare l’interesse del pubblico. Perché in realtà Miah fa parte di una comunità, di una grande storia collettiva di presenze quotidiane e pertanto ai margini della nostra visione; una storia collettiva fatta di tante microstorie ognuna con le sue eccezionalità ma tutte con gli stessi problemi contro cui combattere ogni giorno – le multe ingiuste da pagare, i soldi da mandare alla famiglia in Bangladesh, nondimeno lo sconforto che ti può buttare in brutti vicoli ciechi. È su un doppio binario che si articolano queste esistenze; lo si vede bene nel documentario, che ci racconta due persone in contrasto, non una sola: Miah per strada, soffocato dagli oggetti che vende, ricoperto su tutta l’epidermide dallo splendore plasticoso dei mini-feticci del suo Sexy Shopping al neon (un luccichio sintetico che connota anche la grafica e la musica del corto); Miah negli abiti larghi e luminosi della difficile intimità a distanza della casa e della famiglia. Un contrasto di spazio, di colori e di luci – anche in senso fotografico: alle lucine finte dei led che ricoprono Miah e che sfumano nell’oscurità della notte bolognese si contrappongono i suoi abiti casalinghi, tinte luminose che sembrano risplendere di luce propria.

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Ma l’indubbia efficacia di Sexy Shopping non si può scindere dal mezzo. Personalmente l’ho capito quando, alla proiezione del corto al Festival, a Bologna, ho notato che la gente in sala rideva. Il film in effetti ha momenti divertenti, e l’ironia con cui affronta una tematica non propriamente comica è un suo punto forte. Tuttavia, sul momento mi ha fatto riflettere vedere che la gente rideva di gusto davanti a scene che sono sì divertenti ma che in teoria dovrebbero risultare banali perché fanno parte del vissuto quotidiano di chi frequenta certe zone di Bologna – perché non sono, come dicevamo prima, eccezioni. Ecco allora che per mettere meglio a fuoco questi vissuti ai margini del nostro sguardo, queste presenze al limite dell’invisibilità, dobbiamo allontanarcene, dobbiamo frapporre un diaframma, anzi più diaframmi. Forse per questo il cortometraggio sembra giocare con la moltiplicazione degli sguardi, delle lenti attraverso cui Miah osserva ed è osservato: la camera dei registi che segue il protagonista per le strade di Bologna, la go-pro nascosta ma non troppo con cui il protagonista riprende le persone che ferma cercando di vendere qualcosa, fino ai momenti in cui è Miah stesso a mettersi davanti alla lente per parlare alla moglie e ai figli in Bangladesh, per mostrare loro il suo piccolo negozio sexy e la dura vita che trascorre in Italia. La piccola telecamera è uno sguardo che sconfina nell’intradiegetico nel momento in cui diventa uno dei tanti piccoli oggetti di cui è ricoperto Miah, un oggetto che alla fine viene venduto come tanti altri con conseguente ribaltamento dello sguardo. È così che il trade, il commercio, viene ricondotto ad un’altra parola dal suono quasi uguale (e dal significato non del tutto alieno), tradizione: quando Miah vende la piccola telecamera raccomandandosi di inviare le ultime riprese a moglie e figli, sta consegnando, tramandando, affidando al ragazzo acquirente la propria storia. Così come l’ha affidata ai due registi, così come loro la affidano a noi.

Benno Von Archimboldi

Fonte Immagini: Facebook EleNfant FilM


Neb Minoja