Rap-censione: il rap spiegato ai bianchi
24 Mar 2014

Rap-censione: il rap spiegato ai bianchi

– Una volta ho incontrato Dio.

   Stava su un autobus, con un würstel in mano.

   Gli ho domandato quale fosse il senso della vita.

– Davvero? E lui cosa ti ha risposto?

– Eh boh, chi se lo ricorda. Però quel würstel era buonissimo...[1]

Ecco, è più o meno così che ci si può sentire chiudendo Il rap spiegato ai bianchi di David Foster Wallace (proprio lui) e Mark Costello. La sensazione è quella di aver appena letto un saggio di qualità sul rap, ricco di trovate originali e associazioni d’idee inedite; condito inoltre di quell’ironia ultra-sagace che lo rende leggero ma mai superficiale. Però alla fine, a volerne fare un sunto, a pretendere di cavarne una qualche morale, ci si ritrova un po’ spiazzati, per almeno un paio di motivi.

Intanto le coordinate temporali. I due autori, appassionati dilettanti di musica rap (scrittore culto Wallace, procuratore legale Costello) lo scrivono nel 1989. L’edizione di Minimum Fax è del 2000; anche il fatto che la prefazione sia affidata a Frankie Hi NRG forse ci dice qualcosa a riguardo. Quanto è cambiato il suddetto rap nel frattempo? Risposta: troppo, visto che in molto meno di un quarto di secolo è diventato il paradigma dominante del consumo giovanile (musica, moda, trasmissioni televisive…ce la ricordiamo, la sigla di Solletico?).

(comparazione illuminante…sigh.)

Se siete giovani Savonarola in erba potete vederci uno svuotamento, uno svilimento del potenziale di conflitto del rap primordiale; se siete inguaribili ottimisti riconoscerete anche un’evoluzione, magari conierete pure il termine post-hip hop per distinguere le produzioni di qualità dalla melma col cartellino del prezzo. Abbiamo avuto tutto il tempo di scegliere una fra queste due reazioni. Comunque sia, affinché tale cambiamento fosse possibile, il rap è stato estirpato da quel circolo vizioso di preposizioni che lo rendeva una genere chiuso, fatto da, per, sui neri del ghetto. Se tenessimo conto di queste muraglie grammaticali magari saremmo meno schizzinosi rispetto al culto ossessivo del successo e al linguaggio violento che ne caratterizzavano le prime espressioni dal carattere puramente mimetico (proprio nel senso della mimesis, “Platone campionato mentre sta seduto sulla tazza del cesso”). Aggiungete le coordinate spaziali: abbiamo mai preso la metropolitana di Boston? Lo conosciamo, l’immaginario dell’America post-reaganiana? Se il buon Costello ci elenca le sigle delle bianchissime sit-com decostruite a colpi di campionamenti dai primi rappers abbozzeremo un sorriso, ma difficilmente capiremo veramente. Non è facile perciò entrare a fondo in un saggio che ci parla da così lontano.

C’è poi l’eterno equivoco del titolo. Quello originale (Signifying rappers. Rap and race in the urban present) si riferisce ad una canzone, ad un’espressione fenomenica del rap ben precisa: Signifying rapper – appunto – di Schooly D. Provate ad ascoltarla.

Se siete saccenti ingenuotti come me, dopo due o tre secondi manderete avanti la rotellina della barra rossa di YouTube sperando che finisca l’intro. No, non finisce, quella è la canzone. Adesso, almeno, concentratevi sulla base. Proprio così, essa è nientedimeno che un campionamento in loop ossessivo del riff di chitarra di Kashmir dei Led Zeppelin. Partendo da questo semplice esempio, il dialogo tra i due autori evidenzia il corto circuito che viene a creare il sampling, questo arrogante e oltraggioso procedimento che rende il rap più ribelle del rock’n’roll, più punk del punk – e, parlando in italiano, più postmoderno de Il nome della rosa. Parliamo di sampling come di intertestualità: è la musica nera che si riappropria di quelle sonorità rythm’n’blues che sono diventate hard-rock nelle mani di bianchi usurpatori capelloni? Ci piacerebbe. Eppure, andando a risalire l’albero genealogico di uno storico gruppo di militanza nera come i Public Enemy dobbiamo riconoscere che “per dirla con le campagne anti-AIDS degli anni’80, quando vai a letto con una fonte vai a letto anche con tutti quelli con cui è andata a letto la tua fonte”; e se tra queste fonti c’è parecchio di bianco, beh, allora la faccenda si complica dannatamente. In ogni caso no, non ci piacciono – anzi, ci puzzano – i Run DMC che cantano Walk this way a braccetto con gli Aereosmith, così ci dicono esplicitamente i due autori.

Ribadisco, difficile cavarne una morale. Soprattutto dal momento che ogni fonte, ogni sonorità, ogni nota espropriata ad arte è intrisa in potenza di riflessi pavloviani per chi ascolta. Impossibile dare definizioni esaustive di un genere imbrigliato in questo infernale circolo – pardon, loop – vizioso. E che dire del contenuto? Anche in questo caso i due rap-amatori ci parlano da molto lontano. Un genere in prima istanza così mimetico da rasentare la pornografia sociale ha cominciato a generare stereotipi su stereotipi e dunque equivoci su equivoci che si sono moltiplicati esponenzialmente fino a renderlo spesso qualcosa di pervasivo e di vuoto, qualcosa che va bene appiccicato dappertutto, sulle mura dei nuovi ghetti e sui muri delle camerette confettose delle quattordicenni. Da mimetico nel senso di Platone a mimetico nel senso del camaleonte; così postmodern da poter essere sovrapposto alla definizione stessa di postmodern fornita da Bruce Handy e citata dagli autori: “Fondamentalmente il postmodernismo [leggi: il rap] è qualunque cosa vogliate che sia, solo che lo vogliate”.

Però, a maggior ragione dopo tutto ‘sto sconforto, non dimentichiamoci di una cosa importante: il rapper primordiale è discendente diretto dello scaltro spiritello selvatico delle leggende africane, del piccolo demoncello che con leggerezza ribalta i rapporti di forza e sopraffà [leggi:lo mette nel culo a] chi è più grosso e potente di lui. E non dimentichiamoci che tutto questo lo fa con la pa-ro-la; nient’altro, niente di meno.

(vedi G.Boccaccio, Decameron, sesta giornata, novella nona).

rap spiegato ai bianchi

Questa consapevolezza apre spiragli di luce sul futuro; intanto chapeau a Wallace&Costello che al contrario di molti altri lo prendevano parecchio sul serio, il rap, e non era che il 1989.

Benno Von Archimboldi

Il rap spiegato ai bianchi / Mark Costello, David Foster Wallace ; traduzione di Christian Raimo e Martina Testa ; prefazione di Frankie HI.NRG.MC. – Roma : Minimum fax, 2000. – 188 pp.

rap spiegato ai bianchi


[1]             Questo dialogo non è farina del mio sacco, ma il vago ricordo di una puntata di That ’70s show, telefilm comico che andava in onda su Mtv nei primi anni zero (http://www.carseywerner.com/shows_about.php?showid=1). Non ho trovato la scena in questione su YouTube, per cui potrei effettivamente essermela sognata e in tal caso sì, sarebbe farina del mio sacco.


Neb Minoja