Philip Pullman: lo storytelling e il senso della vita
16 Feb 2015

Philip Pullman: lo storytelling e il senso della vita

Avete presente quel tourbillon di emozioni che vi coglie dinnanzi ad Antonio Banderas che prepara i biscottoni inzupposi secondo la tradizione dell’antico mulino? Ecco, quando poi addentate il suddetto prodotto da forno commettete in realtà un atto di cannibalismo perché ve state a magnà Antonio, il suo grembiule da mugnaio e anche la “tradizione” di cui si fa portatore. Questo processo, che vi induce a credere nell’autentica genuinità di un prodotto industriale, è possibile anche grazie a una tecnica chiamata corporate storytelling che ha molto a che fare con gli aggettivi, le origini e i valori aziendali. Ecco, in contro tendenza con il trend generale, noi non parleremo di questo storytelling ma di quell’altro, quello old school, quello di vostra nonna, dei fratelli Grimm e di Philip Pullman, il nostro eroe di oggi.

Dai tempi dei tempi si raccontano storie, per ricordare, per divertire, per spaventare, per immaginare: forse ogni esistenza degna è la ricerca di un racconto. Come ben sappiamo (spero) la narrazione è uno strumento potente, che da millenni viene ugualmente utilizzato da buoni, cattivi e cosìcosì, come mezzo per scrivere le storie e la Storia. E quindi, anche se i comunicatori intergalattici cercano di farci credere che la pubblicità che esalta la texture delle piastrelle – tratto distintivo dell’azienda DiNulla sita in Val di Nulla – è storytelling, io mi ostino a preferire di no. Quella è un’altra cosa che è venuta dopo, che ha molto a che fare col marketing e con le vendite e pochissimo con le nonne.

Presa quindi dall’impeto conservatore e dalla demenza ho pensato di tradurre parte della conferenza-intervista a Philip Pullman, autore della saga “Queste oscure materie” (His Dark Materials), da cui è tratto il film “La bussola d’oro” che però non ebbe mai un seguito perché, secondo le lobby cattoliche americane, istigava all’ateismo  (altro che Biscottoni). Nel 2011, in occasione della conferenza della British Humanist Association, Pullman discute di storytelling, ma anche di altre minuzie come il senso della vita (eh già), passando per i mostri, i fantasmi, il buon Gesù e gli insiemi di Mandelbrot.

n.b. si è optato per una traduzione non sempre letterale per rendere più scorrevole la lettura. La seguente intervista contiene spoiler.

Non essere intimidito dal titolo, che dice che ci spiegherai il “Senso della vita”, questo è il tema della conferenza, quindi il peso non è tutto su di te. Comunque, che tipo di pensieri hai in merito all’argomento?

È un tema estremamente filosofico e io ho provato a leggere di filosofia ma di solito abbandono a pagina 3, è troppo “denso” per me e non riesco a venirne a capo. Quindi le riflessioni che farò avranno tutta una serie di difetti e problemi. Comunque, secondo me, il senso di una cosa è la sua connessione con le altre, quindi il significato della mia vita è la sua connessione con le vite degli altri, questa è la prima cosa che mi viene in mente. La seconda è lo scopo, qual è lo scopo? Forse sono una persona che si muove in base a un fine (purpose-driven), forse ho un’etica protestante, ma secondo me senso e scopo non possono essere separati. Perciò il senso della mia vita è il suo scopo e lo scopo è scrivere libri, perché è il mio modo di perseguire quello che credo che sia il fine di tutta l’umanità: aumentare la consapevolezza. Aumentare la consapevolezza che c’è nel mondo, perché per quanto ne sappiamo siamo le uniche creature ad avere questo tipo di coscienza e di auto coscienza, ad essere in grado di riflettere su noi stessi, sulla nostra storia e sul nostro futuro e questa è una cosa davvero preziosa, per quanto ne sappiamo unica nell’universo. E dobbiamo proteggerla, preservarla e farla continuare, più consapevolezza c’è, meglio è.

È questa la morale che cerchi deliberatamente di trasmettere nei tuoi libri?

Cerco di non essere troppo “morale”, o di inserire una morale in quello che scrivo, ciò che voglio più ferventemente è che, quando i lettori finiscono un mio libro, ne vogliano leggere un altro. Ma se esiste un corollario a questa questione della “morale della storia” è che ogni storia ha una morale, anche se non era nelle intenzioni dell’autore, ed essa risiede proprio nella posizione morale di chi scrive. È inevitabile: se racconti di persone che si trovano in determinate situazioni, di fronte a dilemmi o problemi, la soluzione che trovi per loro nella storia sarà quella in cui tu stesso credi, che tu lo voglia o meno. A meno che tu non stia scrivendo in preda al cinismo più totale, ma allora non credo chesenza sentimenti o passioni scriveresti molto bene, .

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Credi che queste storie, le idee che hai appena delineato, questi esempi morali e i punti di riferimento che ci forniscono possano rappresentare un’alternativa secolare alle Scritture? 

Sì, ne sono profondamente convinto e credo che funzioni così: se dici a qualcuno “Non devi fare questo” è probabile che lo dimentichi, ma se lo fai attraverso un racconto, allora è probabile che lo ricordi più a lungo. In generale, vogliamo che le persone di cui abbiamo stima, ricambino questo sentimento e se le persone di cui abbiamo stima fanno cose buone e sono brave persone, allora questo è un modo per trasmettere la “moralità” da una generazione all’altra. Succede con le storie in generale, ma in particolare con quelle per bambini. Non ha tanto a che fare con l’identificazione, non ci identifichiamo con i personaggi. I personaggi ci piacciono così tanto da voler diventare loro amici. Non vogliamo smettere di essere noi stessi, ma vogliamo stare nella storia, piacere ai protagonisti e avere la loro approvazione. È per questa ragione che, quando nella vita ci troviamo in una situazione analoga a quella descritta nei libri che ci hanno appassionato, se alla fine ci si comportiamo bene, in modo coraggioso, è anche per questo. Perché vorremmo l’approvazione delle persone di cui abbiamo letto, che abbiamo conosciuto attraverso le storie, anche se non sono persone reali. Ed è da lì che credo provenga il grande impulso a essere “morali”.

Tu, pur essendo un autore fantasy, hai detto che odi il genere fantasy, che non l’hai mai letto e che non l’hai mai scritto. 

Sì, io leggo raramente fantasy perché penso che difficilmente rispecchi la mia volontà di “conoscere il mondo”, preferisco leggere romanzi realistici, ambientati nel nostro mondo, in particolare quelli dei grandi realisti inglesi del diciannovesimo secolo. Quel mondo lo riconosco, capisco dove sta il potere e cosa si deve fare per sopravvivere, cosa significa “successo” e cosa “fallimento”. Esiste un libro fantasy in cui riconosco un discorso sul potere e sull’urgenza morale che credo manchi in molti altri fantasy, mi riferisco a un piccolo e strano libro intitolato “A Voyage to Arcturus”, di David Lindsey, scrittore poco conosciuto, che pubblicò questo libro nel 1920 e che poi morì per non essersi lavato i denti, pensate quanto successo ebbe! A “Voyage to Arcturus” è un lavoro straordinario, con una sorta di “densità” morale, si confronta davvero con le Grandi Domande, in un modo che il “Signore degli Anelli” non fa, per esempio. Il Signore degli Anelli è un lavoro davvero debole secondo me, perché tutte le questioni morali sono decise già prima dell’inizio, sappiamo chi sono i buoni e chi sono i cattivi, l’unico che affronta un conflitto morale è Gollum e davvero, non è un personaggio molto interessante. In particolare, Tolkien evita completamente il tema della sessualità, che riguarda invece gran parte della vita, oltre a essere una delle fonti di molti dei nostri conflitti morali. La sessualità non c’è assolutamente nel “Signore degli anelli”, ed è anche per questo che non credo valga la pena leggerlo più di una volta.

E cosa pensi delle “Cronache di Narnia”?

(Risate) Curiosamente, penso che sia un lavoro detestabile, semplicemente perché sottopone i protagonisti a incredibili avventure in cui hanno l’opportunità di imparare un sacco di cose, in cui hanno la possibilità di crescere in molti modi interessanti e alla fine della storia l’autore li uccide, li uccide in un incidente ferroviario e poi vanno in paradiso o qualcosa del genere. Che spreco, che gigantesco e perfido spreco! Ci sono dei momenti meravigliosi nelle “Cronache di Narnia”, ma la tendenza generale dell’opera è davvero malvagia, malvagia in senso morale. Però è più interessante del Signore degli Anelli. Questi due testi rispecchiano una particolare divisione tra cattolici e protestanti: mentre Tolkien è cattolico, Lewis è protestante e quindi viene da una tradizione in cui si litiga con Dio, in cui la discussione è parte della corrente dell’esistenza, in cui credere è una lotta. Per Tolkien che è cattolico, tutte le domande sono già decise, non esiste il dubbio. In Narnia almeno c’è un conflitto morale e per questo è più interessante.

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Vera Smirnova

Per questo hai deciso di non far morire i bambini alla fine di “Queste oscure materie”? Ma di portarli a una fase successiva delle loro vite?

Non ho mai preso in considerazione l’idea di farli morire, sapevo come sarebbe finita la serie, sapevo dall’inizio che tipo di mood volevo trasmettere nell’ultimo capitolo. Era un’impronta di intenso amore, di intenso dolore, di pena, di rimpianto, ma anche di speranza, tutto mescolato. E aveva a che fare con questi due bambini e con le decisioni che dovevano prendere. E tutto il processo di scrittura andava nella direzione dell’ultimo capitolo, ambientato nel giardino botanico di Oxford, a mezzanotte, quando tutti gli orologi e le campane sono in disaccordo sull’ora esatta.

Prima hai espresso la tua ammirazione per i romanzi realisti del diciannovesimo secolo; nel 2009 abbiamo festeggiato il 150esimo anniversario dell’“Origine della specie” di Charles Darwin e anche di “On Liberty” di John Stuart MIll, non abbiamo celebrato invece l’anniversario del primo romanzo di George Elliot, “Adam Bede”. Non abbiamo perso l’occasione di occuparci della parte politica liberale della questione e di quella scientifica ed evoluzionista, ma – come British Humanist Association – non abbiamo affrontato quella culturale e letteraria, credi che ci stiamo perdendo la parte di storytelling, quella creativa, immaginativa, credi che dovremmo celebrarla di più?

Non sta a me dire che ci stiamo perdendo qualcosa, ma gli storyteller sono parte di ciò che ci rende quello che siamo. Noi persone in questa stanza, noi, individui, siamo il risultato di tutte le storie che abbiamo sentito raccontare, di tutto ciò che abbiamo letto, di tutti i sogni che abbiamo e penso che se trovate degli storyteller da celebrare, allora dovreste farlo.

Che messaggio hai aggiunto a “Il buon Gesù e il cattivo Cristo”* (The Good Man Jesus and the Scoundrel Christ) rispetto a ciò che appare nella Bibbia, nel rinarrare la sua storia?

*La traduzione letterale (e a mio parere più significativa) del titolo sarebbe “Il buon uomo Gesù e il Cristo mascalzone”

Beh, continui a chiedermi dei “messaggi”, io non sono nel business dei “messaggi”, non sono l’ufficio postale, sono uno storyteller. Comunque io vorrei che la gente che legge “Il buon Gesù e il cattivo Cristo” si trovi a pensare a Gesù, non necessariamente nel modo in cui ci ho pensato io, ma solo tenendo in considerazione che Gesù e Cristo sono due entità diverse. C’era una volta un uomo chiamato Gesù che viveva più o meno al tempo in cui pensiamo che sia vissuto e che venne condannato a morte per ragioni politiche, sotto i Romani, intorno ai trent’anni; questo è fuori dubbio. Ciò che secondo me è anche fuori dubbio è che era un genio come storyteller e anche come phrase-maker. Dunque, si possono fare un sacco di cose quando si scrive, ma non si può inventare una storia come quella del figliol prodigo o quel meraviglioso riferimento alla cecità intenzionale (wilful blindness), l’idea di voler togliere una pagliuzza dall’occhio di qualcun altro quando hai una dannata trave nel tuo, questa è una splendida frase, una splendida immagine. Non possono essere inventati, devono essere veri, per questo io credo in Gesù, ma Cristo è una cosa diversa, Cristo è un fenomeno del quale non credo che Gesù fosse cosciente. Cristo non entra in scena finché Paolo non inizia a scriverne una generazione dopo, ho trovato davvero interessante leggere il Vangelo e poi le lettere di Paolo. Paolo lo chiama Gesù Cristo e Cristo Gesù almeno una sessantina di volte, lo chiama solo Gesù una trentina di volte, ma lo chiama Cristo, almeno centocinquanta volte e questo vuol dire qualcosa. Vuol dire che al tempo di Paolo, quest’uomo vissuto trent’anni prima non era più un uomo, era Dio sceso in terra nella forma di un uomo. Questa era una splendida invenzione, ma È un’invenzione e questo è il ruolo di Cristo. Per questo vorrei che il lettore tenesse a mente la separazione tra Gesù e Cristo. L’altra cosa che vorrei che le persone facessero è leggere la Bibbia e il Vangelo. Mi hanno cresciuto come cristiano, andavo in chiesa ogni domenica, ma non avevo mai letto il Vangelo attentamente fino a due o tre anni fa quando ho iniziato a scrivere il libro. Pensavo di conoscere la storia, e anche bene, ma non l’avevo mai letto come se fosse materiale per un esame, prendendo appunti, e così facendo ho iniziato a notare tutta una serie di cose a cui non avevo fatto caso prima. Ho iniziato a vedere le differenze tra un vangelo e l’altro, rispetto al modo di narrare le stesse storie, quanto è diverso Giovanni dagli altri tre. Cose importanti, fondamenti del cristianesimo stesso, come per esempio la questione della resurrezione, è descritta in modo confuso e diverso: una o due donne andarono al sepolcro? Che cosa hanno visto? Un uomo vestito di bianco, un angelo o due? Questo è il modo in cui le persone descriverebbero una cosa che non capiscono, il che riafferma la mia convinzione che i quattro vangeli siano degli splendidi esempi di storytelling. Ho letto anche i vangeli apocrifi, ma non sono così ben scritti, narrativamente parlando sono disordinati e ripetitivi. I quattro vangeli sono splendidi, ma il tono cambia, in Marco la crocifissione è un momento duro, terribile e brutale di esecuzione politica, in Luca è tutto molto carino, come una gita in campagna, tutto è in pace, non c’è riferimento al dolore, i due ladroni vanno in paradiso. Il tono è interessante.

fractalmandelbrot

fractal-Mandelbrot/ted.com

Domande dal pubblico: 

Sono affascinato dal processo di storytelling e mi chiedevo se potessi commentare l’idea per cui noi saremmo gli autori delle nostre vite?

Penso che potremmo considerarci “autori”, ma non nel senso che possiamo controllare le nostre vite, ma perché abbiamo il potere di raccontare una storia in un secondo momento. Nel “Cannocchiale d’Ambra”, la parte finale di “Queste oscure materie”, Lyra arriva nel Mondo dei morti, e io non sapevo cosa sarebbe successo, io stesso avevo paura quando scrivevo, ma sapevo che ci sarebbe dovuta andare e che sarebbe stato orribile e spaventoso. Quando è lì i fantasmi dei bambini le chiedono di raccontare loro una storia, una storia su cosa significhi essere vivi, su come si sta fuori, su cosa vuol dire correre, giocare e divertirsi, perché loro l’avevano dimenticato. E Lyra racconta una storia, che per lei è una storia vera, anche se è una bugiarda, e ha sempre mentito per tirarsi fuori dai guai, ma lì racconta una storia vera e scopre che le Arpie, le orribili guardiane del mondo dei morti, si siedono ad ascoltare avidamente perché ciò che non sapevano è che loro stesse avevano fame di verità, volevano sapere cosa significasse essere vive e così decidono di fare un patto. Dopo la morte il fantasma di ciascuno scende nel mondo dei morti rendendosi immortale (ma l’immortalità è una condizione orribile e l’unica cosa che si desidera è uscire di nuovo nel mondo reale e dissolversi, per tornare a far parte del tutto); l’accordo quindi prevede che le Arpie guidino i fantasmi all’uscita a patto che venga loro raccontata una storia vera su cosa significhi essere vivi. E qui c’è la morale, che ho scoperto molto tempo dopo, noi dovremmo vivere come se ci credessimo davvero, come se stessimo raccogliendo materiale per una storia da raccontare. Se quando moriremo l’unica cosa che avremo da dire è che abbiamo guardato la televisione e giocato ai videogiochi, finisce lì, sei condannato all’immortalità. Ma se ti innamori e sei felice, se ti arrabbi, se soffri per una perdita e sei hai fatto qualcosa, qualcosa che valeva la pena fare, se combatti una battaglia che valeva la pena combattere, o anche una battaglia che non valeva la pena combattere, se avrai una storia da raccontare, allora sarai a posto. Quindi la morale non è che dobbiamo organizzare la nostra vita, decidere cosa deve succedere, ma una volta che abbiamo vissuto, dovremmo essere in grado di raccontare una storia in proposito, che sia vera e interessante.

Hai delle opinioni abbastanza forti in merito all’educazione dei bambini: se avessi 5 minuti con Michael Gove (all’epoca Segretario di Stato per l’istruzione) cosa gli diresti?

Gli ripeterei ciò che ho già avuto occasione di dire – insieme ad altri scrittori – a Charles Clarke, un suo predecessore. Ciò che viene fatto nelle scuole, procedere per brani di libri e tirare fuori aggettivi e analizzarli, è una punizione e uno spreco delle vite di questi bambini. Gli insegnanti dovrebbero leggere dei libri interi, libri che a loro stessi piacciono, di cui amano parlare. Non c’è ragione di leggere un libro che non piace, perché i bambini lo capiranno e non piacerà nemmeno a loro. Bisogna insegnargli la libertà di leggere un intero libro e non necessariamente investirli di domande subito dopo. Perché se hai avuto una profonda esperienza con un libro, l’ultima cosa che vuoi è che un pazzo ti venga a chiedere “Cosa ne pensi?”. Non ne vuoi parlare, lo vuoi tenere per te. Quindi ciò che vorrei è un po’ di sensibilità e di libertà da parte degli insegnanti.

Mi viene chiesto perché un razionalista come me, che crede nella ragione, parla di fantasmi e di demoni. Ci credo davvero? 

Un modo per spiegarlo è fare un paragone con ciò che fanno i matematici con entità che non possono esistere, come l’idea di un numero alla seconda uguale a meno uno (unità immaginaria); se includi queste entità in un ragionamento ne puoi uscire con ogni sorta di cose, come l’insieme di Mandelbrot, uno straordinario e infinitamente profondo e bellissimo insieme di immagini estremamente complesse che si nascondeva nell’oscurità prima che lo incontrassimo, che non avremmo scoperto se non avessimo incluso l’unità immaginaria nel nostro ragionamento. Ciò che faccio quando parlo di fantasmi e demoni è la stessa cosa, non credo in loro, perché non possono esistere, ma, allo stesso tempo, quando faccio quello che faccio nelle mie storie, li posso includere nel racconto.


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