Passami ‘sta Cannes – Recensioni di film che non ho visto – Puntata speciale
08 Giu 2015

Passami ‘sta Cannes – Recensioni di film che non ho visto – Puntata speciale

Puntata speciale della rubrica di cinema più amata di Bolognina Basement, anche perché è l’unica rubrica di cinema di Bolognina Basement.

Questa volta andiamo nello specifico, a ciurlare nel manico del Festival con la F maiuscola, quello che tutti noi amanti della cinematografia con la C maiuscola, da intenditori con la I maiuscola aspettano: l’Hot d’Or, gli Oscar del cinema porno, quello con le zizze maiuscole.

Tibbè di zizze e culi non si può scrivere, ci stanno i bimbi che ci leggono, stiamo in fascia protetta che i like non arrivano dopo mezzanotte. Inoltre, il festival è morto e defunto 6 anni fa.

Vabbè allora ditelo.

E io che mi ricordo ancora, come Fabio Concato, i servizi pruriginosi di Studio Aperto sul festival del cinema zozzone: nota d’agenzia, a Cannes vince Ken Loach. Ma parliamo invece del ben più importante festival del cinema porno. Via al servizio con la camera che si muove a cazzo e zoomma su culi e tettone rifatte che oggi la Arcuri aveva un impegno e non sappiamo che servizio mandare in onda.

Dunque, uhm, con mio sommo sbigottimento, parleremo del Festival minore, lo spin-off dell’hot d’or: quello dei film senza sporcaccionerie (ma anche qui avremo sorpresone piccanti, cari amisci che volete solo quelle battute lì, a doppio senso e con le parole sboccacciate).

 

IL FESTIVAL DEL CINEMA DI CANNES

Quest’anno film da ogniddove: Taiwan, Cina Usa, Italia, vabbò Francia, Giappone, il paese più lungo d’Europa l’Ungheria e financo la Grecia che stanno co’ le pezza ar culo peggio de noi ma i film li fanno ancora ché la cultura è importante la cultura è bello.

Chi vincerà la tanto agognata Palma d’Oro?

Boh, e che ne so, scrivo (inizio a scrivere) l’articolo prima che proclamino il vincitore, mica ho il pendolino come Maurizio Mosca.

So solo che: 1) si griderà al gombloddo come ogni anno, perché non vincerà mai il film che dovrebbe vincere, un po’ come a Sanremo, ché ce sono i giochi di potere, la politica, Moggi e il filmscommesse; 2) nella sezione ufficiale, quella che prenderò in esame, ce sono 19 e dico 19 film, roba che se ci schiaffo pure Un Certain Regard e i fuori concorso io finisco il pezzo dopodomani (l’ho finito difatti due settimane dopo) e voi sarete invogliati alla lettura come se doveste leggere un saggio sull’epistemologia comparata di Sara Tommasi.

I voti, come è prassi, saranno da uno a cinque sotto forma di Mollicà, il cui panzone è in questo momento sotto il sole di Cannes mentre beve (vabbè Vincenzone, mica ‘a sua panza) un negrone sbagliato.

mollica ubriaco

Viva Cannes. Viva in negroni sbagliati.

E allora, come un provetto Claudione Cecchetto, uan ciù tri quattro via al filmsjouer, RECENSIRE fifififififififififì CRITICARE fififififififififì SPARARE MINCHIATE fififififififififì!

(aggiornamento: l’ho finito molto dopo la proclamazione del vincitore. Essì, sono un debosciato ritardatario. Ho visto per almeno una mezz’ora, ovviamente per sbaglio, lo Speciale cinematografo de Marzullo. Era tutto un rosicare perché i francesi hanno vinto e stavolta le balle ce girano a noi, i tre film italiani erano mejo e i fratelli Coen presidenti della giuria so’ du’ stronzi e che brutto festival e almeno un premio alla Buy je lo potevano dare, ecc ecc. In confronto il Processo di Biscardi è un programma che fa della pacatezza e l’obiettività il suo stile di vita)

 

DHEEPAN, JACQUES AUDIARD

https://www.youtube.com/watch?v=cGvWgHyodnI

Iniziamo dalla Palma d’Oro franzosa, film in cui un povero cristo bengalese, ex Tigre Tamil, scappa dalla guerra civile in Sri Lanka portandosi con sé una tipa e ‘na regazzina che nemmeno conosce, creando così una finta famiglia stile Casa Vianello. Dunque dove se ne va? Costa Azzurra? Cinque Terre? Capri?

No. Banlieue parigina, di quelle più incazzose. No B̶a̶b̶b̶a̶g̶g̶i̶a̶ banlieue no banlieue no. Banlieue sì.

E cosa incontra? La fama? Il successo?

No. cinquine in faccia e rivolte.

Cioè, come se io domani decidessi di spogliarmi dei miei beni e trasferirmi nella Stazione Termini di notte.

Dheepan, Dipano per gli amici, si dipana oltre nel rimpiangere i bei tempi della guerra civile, nel nun parlare francese, nel fare la “guardia tuttofare” (“la garde chappinaire”, in francese) e nel cercare di far nascere l’ammore (ovvero di farsela dare dalla tipa che se porta appresso) in un posto che rappresenta, soprattutto negli ultimi anni, un ghetto di violenza e repressione politica e sociale:

“me la dai, oh compatriota sconosciuta che mi sono portato in Francia? No, Dipano. Ce stanno a bruciare la casa, ora no.”

Nell’unica scena che gira sul webbo, Dipano consola la sua finta figlia che è scappata da scuola perché presa a smutandate in pubblico ludibrio dai suoi compagnucci, con argomentazioni efficaci come vuoi tornare indietro in Sri Lanka? Io vorrei ma te ‘un ti azzardà o impara il francese che male che va puoi fare i tirocini aggratis alla Commissione Europea, ma soprattutto con dei coppini in testa e AVAND A LA SCOL!, come diceva mia madre.

MollicaMollicaMollica

 

 

IL RACCONTO DEI RACCONTI – TALE OF TALES, MATTEO GARRONE

Alzi la mano chi non ha pensato, vedendo il trailer, “Garrone ha sbroccato”.

Dai regazzini napoletani che sparano tatatatatà a Ladyhawke, passando per il Grande Fratello, il passo è breve: il buon Matteo racconta tre racconti de “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, raccolta di racconti di fiabe più antica di racconti d’Europa (ma solo di racconti in Europa ché i racconti in Cina già stavano a “Biancaneve 3 – la vendetta dei sette nani”).

E lo fa attingendo a piene mani da, cito pedissequamente, Fellini, Goya, Shamalayan, Mario Bava, Pinocchio di Comencini e L’armata Branca Branca Branca Leon Leon Leon fiiiiiiii pum.

Cita tutti e ci fa l’occhiolino un po’ a tutta la cinematografia (e pittura) con fantasmi lugubri con catene uuuuuuuhh, bestie fantastiche, robin hooddi vari in calzamaglia, combattimenti e tornei medievali e chi più ne ha più ne metta. Forse mancano i draghi, ma a Garrone gli hanno dato un budget pezzente che nemmeno Falkor in pensione ci usciva, porca pupazza.

Due curiosità a capocchia:

1- Diverse location italiane per diversi castelli.

Nel trailer, così a colpo, ho riconosciuto il Castello di Roccascalegna (vicino a Langian, Abruzzo) dove anni fa mi sono imbucato ad una laurea di un’amica di un’amica di un amico di uno sconosciuto: “buonasera, sono Matteo Garrone. È libero domenica il castello che ci devo fare due riprese per un film che ambisce alla Palma d’Oro? No guardi, abbiamo una cresima e due battesimi”.

E non solo. C’è anche “U’castidd”, il Castel del Monte, ad Andria (quello della moneta da 1 cent), dove, dato che conosco circa un centinaio di andriesi, ho passato sì tanti bei momenti, ma soprattutto ho passato tanti bei ciosponi.

2- Scena memorabile raccontatami: Vincent Cassel che se deve bombare ‘na vecchia de 122 anni e la sorella di lei, anch’essa babbiona, che l’aiuta ad essere provocante riattaccandole con lo scotch le zinne cadenti. Al Lumiere, metà gente esclamava “c-h-e s-c-h-i-f-o!” tappandosi gli occhietti e metà usciva a vomitare al Mercato della Terra: “Te l’avevo io che tutto ‘sto cibo fricchettone maledetto faceva male! Da domani se buttamo sul kebab!”

MollicaMollicaMezzo Mollica

 

 

MI’ MA’, NANNI MORETTI

La Trilogia della famiglia di Nanni qui ha il suo secondo capitolo, dopo La stanza del figlio e aspettando il suo prossimo film Me pari tu’ zio.

E, anche qui, allegria a palate: Margherita Buy, alter ego di Moretti, è una regista che ha tutti i problemi del mondo, dalla fija stronza al suo nuovo film a sfondo politico che le sta uscendo una merda, dal marito che fondamentalmente le fa schifo al fratello che parla solo sottovoce come uno psicopatico (lo stesso Nanni Moretti), dalla madre, povera lei, che sta morendo, fino ad arrivare all’attore del suo già citato film, John Turturro, che parte per la tangente e rifà in loop solo la scena di Jesus al bowling, rovinandole la pellicola e appestando il set di Hotel California in spagnolo.

Insomma, citando un critico x Mia madre è un film profondo e sincero, tanto da essere quasi crudele per il lavoro che compie di scavo ineluttabile e autentico, ma che fondamentalmente è

DUE PALLE

quindi vi racconterò, per pareggiare lo scoramento post-spiegone del film, di quando a Moretti arrivò tra le mani, non si sa come, un dvd di un cortometraggio bruttissimo di un mio amico e, forse per noia forse solo per pijarlo per culo, chiamò l’aspirante filmaker: ciao Massimo (nome di fantasia), è Moretti. Senti, niente, ho visto il tuo cortometraggio e niente, mi ha rovinato la giornata!”

Ora il mio amico è logopedista.

MollicaMollicaMezzo Mollica

 

 

YOUTH – LA GIOVINEZZA, PAOLO SORRENTINO

A colpi di slow motion e carrellate in avvicinamento aggratis, Paoletto si sposta da Roma e a far l’amore comincia tu aaaaah ahaaaaaa ai centri benessere, quelli però non sporcaccioni, delle Alpi svizzere e alla musica classica.

Michael Caine (ché Servillo era impegnato in un biopic su Servillo), finita la sua carriera da allenatore di Silvester Stallone e Pelè durante la guerra, oramai in pensione, passa le vacanze con l’amico suo Harvey Keitel, la più grande maschera drammatica del cinema mondiale appena una spanna sopra Lino Banfi.

Insieme decidono per… Ibiza? Malta? Mykonos se vuoi farti una settimana un po’ frù frù?

No le Alpi Svizzere, dove piove sempre, l’unico divertimento è camminare in un valle verde (e a ottanta anni nun me pare il caso) e la gente, secondo Sorrentino, si muove esclusivamente in rallenty.

A me han detto, testuali parole, ‘ngulo è… è fregno, cioè è da vidè, nin mi l’aspittev m’ha piaciut.

Sorrentino, dopo aver montato scene di Roma di notte a cazzo de cane per strizzare l’occhi agli amerrigani, torna a fare Sorrentino: una sua musicalità scandita nelle immagini, dialoghi con frasi ad effetto che tu rimani ooooh che poesia seguiti da silenzi e sguardi di quelli che escono i fulmini ffffzzzzzz dagli occhi e una fotografia che spacca culi ma ai profani fa esclamare aò se so’ bloccati ‘e immagginni.

Da notare, nella locandina del film, delle chiappe in bella vista e i due protagonisti che la guardano con la faccina pozzettiana da OHE LA MADONNA!!!

Da rinotare, inoltre, la scena in cui Caine, sulla cima di una montagna domanda a Keitel sfizzero? (silenzio – carrellata -slow motion – panoramica di montagna – gioco di luci – sguardo profondo) No, di New York ‘ndundì!

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CAROL, TODD HAYNES

Arriva il momento pruriginoso cari amisci, si va nel torbido e ci si emoziona per un film in cui le due protagoniste (Cate Blanchett e Rooney Mara, l’unica attrice con il nome invertito col cognome), patate clamorose, s’innamorano e fanno le zozzone. Sullo sfondo, un luogo e un periodo storico in cui l’omosessualità era ben vista: l’America degli anni ’50.

E quindi ‘ste due regazze, che hanno una vita all’apparenza convenzionale, ovvero stai a casa a fare le cavizzette e tu donna cucina per il tuo uomo, non si possono amare alla luce (luce, nevica sempre in ‘sto film, pare girato in Siberia) del sole, se devono vedere de nascosto, vengono trattate da malate mentali e sembra che ce pijano pure sputi a ripetizione: pù zecchecomunistefilosovietichedemmerda! Ma se siamo repubblicane! Allor pù bruttericchionechenonsietealtro!

Increscioso l’episodio che ha coinvolto la giuria, impegnata a decidere quale fosse la miglior attrice protagonista. Joel Coen era deciso per la Blanchett ma un piccolo scambio di persona ha rovinato tutto: a regà (rivolto alla giuria) come se chiama la milfona bionda der film sulle lesbiche che limonano? Mara Roooney, no cioè Rooney Mara. Apposto, il premio va a lei che l’altra protagonista con gli occhi a pesce palla me fa calare la libido.

Doh!

Il film prende dei voti da paura, sottotesti a più livelli e una delicatezza del girato che, unito all’ambientazione artica, fa sì che sia fondamentalmente il più bel film del Festival.

Ma a noi, amanti del cinema, quello che ti fa dire oh rimetti rimetti cambia canale che c’è la scena di Sharon Stone a cosse aperte, interessa solo una cosa: che si possano amare alla luce del sole e soprattutto a favore di macchina. La prossima volta, caro Haynes, ambienta questi film a San Francisco oggi e vedi se non vinci la Palma d’Oro.

Anzi, mandalo a l’hot d’or e tagliamo la testa al topo.

Mollica

MollicaMollicaMollicaMezzo Mollica

 

 

THE SEA OF TREES, GUS VAN SANT

C’è Matthew M̶c̶g̶o̶u̶o̶n̶e̶u̶e̶y̶  McConaughey senza baffoni. Non parla un inglese che ‘nze capisce una sega come quei terroni sudisti americani. Non dice nulla di filosofico. Non fuma. Nemmeno una siga. Non beve birra in lattina, né se ‘mbriaca de prima matina e non sbiascica.

E per questo, perdendo tutti i punti di riferimento, decide de suicidarsi in Giappone, alle pendici del Monte Fuji. Poi incontra un giappo che vuole fare lo stesso: salve è in fila? Sì, ma prego facci prima lei. Ma mi da del tu? No facci lei. Ah, uhm, mi è passata la voglia de morire. Andiamo dalla Contessa Serbezaki Mahzugawa vien dall’Okinawa? Sì ma batti lei.

Da questo dialogo nasce un thriller in cui i due, detective nipponico-statunitensi indagano su un serial killer e i misteriosi omicidi che vanno avanti da anni e sulla setta che c’è dietro: gli adoratori di Quelo.

Il film finisce con loro che contro tutto e tutti risolvono il cas…

Ahahaha macché scherzo, c’eravate caduti ingenuotti! Niente, i due piuttosto che suicidarse e far finire il film dopo 10 minuti, diventano amici e tutta la notte coca e mignotte.

E Matthew riinizia pure a fumare come un turco.

MollicaMezzo Mollica

 

 

(Allora, facciamo il punto della situazione: ho recensito 6 film e ne rimangono ben 13.

Ergo, visto che mi sono scassato la minchia e rischio di finirlo per il prossimo Festival di Cannes, gli altri films li recensirò scriverò due baggianate due, senza Mollica ché Vincenzone non viene scomodato per due righe e senza trailersss (è che ho problemi d’impaginazione, in verità).

 

THE ASSASSIN, HOU HSIAO-HSIEN (o come chezzo se scrive)

Una fregna cinese che ammazza tutti a colpi di spada, salti mortali Bruce Lee state of mind e schivate alla Matrix. Il tutto nella Cina medievale. Nel frattempo, tre quarti del cast se la vuole bombare, ricevendo in cambio teste mozzate.

Ah, le donne.

A SIMPLE MAN, STÉPHANE BRIZÉ

La storia de uno che viene assunto come guardia anti-furto in un ipermercato e poi si ritrova davanti ad un “dilemma morale”: tipo compro tre fustini de detersivo del discount o uno de Dash?

Cioè che se l’avessero ambientato dove lavoro io, facevi un film sulla guardia keniana sessuomane e quello de macerata che viene sballato e me se accolla parlando di calcio, figa e dancehall.

 

MARGUERITE ET JULIEN, VALÉRIE D̶O̶R̶E̶L̶L̶I̶ DONZELLI

Un fratello e una sorella stanno sempre insieme con affetto e poi, ehm sì, se innamorano e vanno a vivere in Inghilterra facendo finta di essere una coppia.

Ottenendo così la vendetta del cinema d’oltralpe sulle inglesi che la fanno annusare ai francesi (leggetevi le prime due puntate della rubrica): voi vi burlate di noi col British Potatoes? E noi facciamo diventare l’Albione un covo d’amori incestuosi. Tiè stronzi!

Ok tutto, ok che vuoi fare ‘sto film dandogli una parvenza di poesia e ok che ammicchi a Truffò e Wes Anderson, ma a tutto c’è un limite, eccheccazz.

Regista sporcacciona immorale franzosa che non sei altro.

 

CHRONIC, MICHEL FRANCO

Un infermiere che assiste malati terminali è così in empatìa con loro che li fa diventare parte integrante della sua famiglia.

Che non c’è più che sono morti tutti anni prima.

Non una buona mossa Uotzon, scegliteli almeno in buona salute, allor si scem.

Allegria a palate.

 

MOUNTAINS MAY DEPART, JIA ZHANG-KE

Nun si capisce niente. Una donna a Macao (non il programma della Parietti con la ballerina de Siviglia) deve scegliere tra uno ricco ma stronzo e uno povero ma bello dentro come Nino d’Angelo.

Solo che qui non si canta in napoletano al telefono senza fare il numero.

Poi finiscono in Australia anni dopo, ma il figlio di chissì non la può vedere e poi il marito non parla inglese e la barriera linguistica ferma il nostro amore che varca i confini dello spazio e del tempo e…

Boh, ve l’avevo detto che ‘nzi capisc nind.

Un classico pippone asiatico, insomma.

 

OUR LITTLE SISTER, REGISTA GIAPPO CON NOME TROPPO DIFFICILE

Tre sorelle abbandonate dal padre 15 anni prima, in occasione del suo funerale, conoscono la sorellastra.

E la menano e la maltrattano e je fanno pulire la casa e poi incontrano il figlio dell’Imperatore e poi lui si innamora della sorellastra e poi c’è grande festa alla corte di Giappone e lady lady oscar e lei perde le ciabatte giapponesi e poi a mezzanotte finisce l’incantesimo e la carrozza si trasforma in sushi.

 

MACBETH, JUSTIN KURZEL

Vabbè er Macbeth, riportato nella sua interezza e fedelmente.

Se ne sentiva la mancanza, guarda.

Ma andate a teatro, và, ma non a Palermo che se rubate le banane so’ cazzi.

 

STHE LOBSTER, GIORGOS LANTHIMOS

“In un futuro prossimo e immaginario essere single oltre una certa età è vietato, pena l’arresto e la deportazione in un grande hotel nel quale si è obbligati a trovare l’anima gemella in 45 giorni di tempo, tra punizioni e questionari assurdi. Uomini d’affari, professionisti, donne in carriera e individui meno realizzati tutti insieme sono costretti a cercare un affiatamento possibile perché se non dovessero trovarlo nel mese e mezzo a disposizione saranno trasformati in un animale a loro scelta…”

E Uomini e Donne è stato bandito.

 

MON ROI, MAÏWENN LE BESCO

Una va a sciare e si rompe il ginocchio. Durante la sua degenza in ospedale pensa al suo rapporto in crisi col marito.

Ma vederte due serie no?

E poi, appello alla comunità cinofilo italiana: non lo fate vedere a Muccino o Moccia che poi ci troviamo senza accorgecene un Scusa ma me sono rotta il ginocchio tra capo e collo.

 

IL FIGLIO DI SAUL, LÁSZLÓ NEMES

Film sulla Shoah.

A colori però.

Ed almeno su questo niente battute dozzinali che ci chiudono il sito e poi se la prendono con me.

Anzi, vedetelo che è bello, anche a Marzullo è piaciuto.

 

VALLEY OF LOVE, GUILLAUME NICLOUX

Due genitori separati ricevono una lettera dal figlio che sta in America: “a mà a pà, mi suiciderò tra poche ore, venite nella Valle della Morte ad eseguire le mie ultime volontà”.

Ma un film allegro no?

Chessò uno Scemo e più Scemo o un cinepanettone, mica per forza con Boldi che scureggia e tappo in bocca. Pure un cinecroissant con Depardieu che rutta avrebbe dato un tono diverso alla kermesse.

A forza di film in cui se parla solo de morti, quasi morti e vecchi che stanno per morire mi sta venendo l’orchite a scrivere ‘sto pezzo.

 

LOUDER THAN BOMBS, JOACHIM TRIER

Il grande regista o̶l̶a̶n̶d̶e̶s̶e̶ danese fa un altro film de gente che si ammucchia e geme ogni tre per due.

E, tra un daje de tacco e daje de punta, una madre, tanto per cambiare, muore, lasciando due figli e un marito ad elaborare il lutto, ma almeno qui se tromba e Von Trie…

Ah no, ho sbagliato io, questo è solo Trier, senza Von.

Niente niente, fate conto che non ho scritto nulla.

 

SICARIO, DENIS VILLENEUVE

Oooooooh! Finalmente, sul filo di lana, un film dove spara e se spara de brutto contro i cartelli messicani della ddrrroga.

Azione, teste mozzate in buste sigillate, sicari come dice il titolo, FBI e cecchini che je danno a tutto foco.

A fratelli Coen, se fate i bravi, dopo esservi stracciati i maroni con i film tristi ve lasciamo guardare un pezzettino di Sicario. Ma non troppo però che poi ve viene voglia di fare “Non è un paese per vecchi 2 – ve buco la testa col compressore ma senza caschetto e sguardo da psicopatico”.


Tibberio

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