“Ogni opera di confessione”: ai margini delle Officine Meccaniche Reggiane
21 Ott 2015

“Ogni opera di confessione”: ai margini delle Officine Meccaniche Reggiane

Ogni opera di Confessione è un documentario co-diretto da Alberto Gemmi e Mirco Marmiroli. Ricorrendo all’estetica della videoarte, il progetto pone al centro della ricerca la vasta area delle Ex Officine Meccaniche Reggiane che, tra abbandono e i discussi piani di riqualificazione, rappresenta uno spazio marginale estremamente ricco e complesso. E’ in questo luogo liminale che si osserva quasi spiritualmente l’interazione tra suoni, paesaggio e le azioni di chi lo abita.

In vista dell’uscita del film, ecco l’intervista che abbiamo fatto ad Alberto, che ringraziamo della bella chiaccherata. Qui potete vedere il trailer. 

Iniziamo con un piccolo excursus sulla nascita del progetto?

Il progetto nasce nel novembre 2013, all’interno di una serie di tavole rotonde e incontri che Arci nazionale organizza tutti gli anni all’interno di questa manifestazione che si chiama “Strati della Cultura”. All’epoca la sede prescelta era stata proprio Reggio Emilia e i temi erano quelli della riqualificazione urbana, dell’archeologia industriale, della rigenerazione dei quartieri, del rapporto tra spazio pubblico e spazio privato, rispetto ai quali il caso delle Officine Meccaniche Reggiane era perfettamente in linea. Arci ci aveva chiamato come autori, per portare il nostro contributo artistico, in dialogo con due curatori laziali, Marco Trulli e Claudio Zecchi, che si occupano di pratiche urbane performative. Da lì è iniziato un primo dibattito circoscritto ai tre giorni di incontri, in seguito ai quali, dopo aver compreso le specificità del luogo, abbiamo deciso di approfondire e di trattare in maniera multidisciplinare il tema delle Reggiane, preferendo lavorare su un medio-lungo termine.

Come sono state le fasi processuali?

La strutturazione del progetto è arrivata fino a fine 2013, poi abbiamo iniziato in maniera più sistematica ad uscire, a fare i sopralluoghi, all’inizio anche in maniera casuale e involontaria. Parallelamente abbiamo affrontato la storia delle Reggiane attraverso il materiale bibliografico, gli storici e archeologi, urbanisti, arrivando infine alla scrittura di un progetto preciso che è stato presentato alla regione, attraverso la partecipazione ad un bando regionale che abbiamo poi vinto. Questo ci ha ovviamente permesso di lavorare con calma e più dettagliatamente. Devo dire che le fasi processuali sono state molto coinvolgenti e che abbiamo sempre pensato al documentario come l’ultima propaggine di un percorso di ricerca più articolato, come un lungo corridoio sul quale si affacciano tante stanze. C’è stato l’incontro con le comunità locali, le tavole rotonde con loro, e questo è stato molto utile da un punto di vista umano e antropologico, ma ci è servito anche per delineare la strada successiva del film, che rappresenta un tentativo un po’ anomalo e che tenta di sperimentare un nuovo linguaggio visivo e sonoro.

Mandato di pagamento @ Alberto Gemmi

Mandato di pagamento @ Alberto Gemmi

Anomalo sotto quali aspetti?

Non ci sono dialoghi, fondamentalmente è concentrato sui gesti, sulle gestualità e le azioni che vengono ripetute quotidianamente dai personaggi. Quindi è una sorta di processo di sublimazione del quotidiano da parte di questi personaggi singoli o delle comunità. Inoltre, nel film ci sono due personaggi principali che seguiamo in maniera più sistematica, sono la colonna portante del film; poi una serie di personaggi minori, che come fantasmi appaiono e scompaiono e sono i testimoni e i guardiani di questa area; infine ci sono, come bastioni moderni a contornare i perimetri del territorio, altri spazi come le torri e gli altri luoghi di controllo o ancora i luoghi di culto, nello specifico la moschea e le chiese pentecostali, che fanno da scenario e allo stesso tempo proteggono quest’area da un dentro e un fuori. Anche se, vorrei aggiungere, tutto il contorno delle Reggiane rappresenta un confine labile e un aspetto interessante del progetto è che le Officine sono state il centro dal quale abbiamo iniziato, per muoverci poi verso il margine e la situazione si è capovolta: il margine si è trasformato nel centro della nostra ricerca. “Margine” inteso in tutti i sensi, sia come comunità marginali – o come la società le vuole intendere – sia proprio come margine spaziale che vede al centro questa “balena spiaggiata” e fuori tutta una ricchezza da indagare e da scoprire.

Chiesa pentecostale @ Alberto Gemmi

Chiesa pentecostale @ Alberto Gemmi

La relazione con la storia pregressa nel documentario c’è ed è interiorizzata, ma diciamo che il documentario si sofferma sul presente. Come rientrano i progetti di riqualificazione?

Sì, la memoria delle Reggiane è molto viva tra gli abitanti, anche se bisogna dire che nelle nuove generazioni è un messaggio che non è arrivato. Però ovviamente la storia pregressa c’è, si sentiva, l’abbiamo interiorizzata e poi decostruita al presente e al contemporaneo. Come richiamo storico, ci sarà un solo cartello introduttivo all’inizio del documentario.  Allo stesso tempo volevamo spingerci oltre l’approccio documentaristico puro o quello reportagistico, che avrebbe  indugiato sugli interni decadenti e sul declino che vive l’area. Questo territorio ci interessava più nella sua ricchezza, nei suoi esotismi, nei suoi simbolismi ricorrenti, nella sua complessità.

Riguardo al progetto di riqualificazione, invece, siamo arrivati in una fase un po’ bizzarra perché non potevamo parlare né di quello che è stato il progetto né di quello che sarà, perché fondamentalmente non lo sappiamo. Ora come ora, ci sono le carte, uno dei capannoni è stato ristrutturato ed è diventato Tecnopolo, in un’area che però è vastissima, su 26 ettari, è uno solo dei venti capannoni presenti. Di sicuro partiranno i lavori di ristrutturazioni di altri due capannoni, con la bonifica del territorio, ma al tempo non potevamo sapere dove si sarebbe arrivati. Il presente vede appunto questo Tecnopolo, un centro di innovazione scientifica e universitaria, ma ci sembrava in ogni caso un elemento debole nel panorama così complesso di quest’area. Questi elementi nel documentario sono solo accennati attraverso dei grafici di render ad esempio, ma fondamentalmente noi siamo stati attratti dalle onde e dalle energie delle nuove comunità.

Le tute arancio degli operai @ Alberto Gemmi

Le tute arancio degli operai @ Alberto Gemmi

Prima hai accennato alla presenza di due protagonisti, chi sono? Quali sono queste comunità?

I personaggi principali che seguiamo sono una famiglia rom che viveva in un camper nel piazzale antistante alle Reggiane, che si chiama significativamente Piazzale Europa. La nostra nuova Europa? Qui stava appunto Claudio, che è nato in Italia ma non ha mai avuto i documenti, e in un qualche modo era legato alle Officine perché per sopravvivere raccoglieva il ferro al loro interno e lo vendeva ai grossisti. Questa famiglia ci sembrava un elemento interessante anche perché avevamo visto il grande adesivo rosso e giallo delle Reggiane sul suo camper, lo stesso che avevamo trovato dentro, ed è stato per noi come un richiamo. Il periodo di corteggiamento è stato un po’ lungo perché inizialmente Claudio non voleva darsi alla macchina da presa, finché dopo varie discussioni e le prime fotografie scattate ai figli, ad un certo punto è stato lui a chiederci come e quando l’avremmo ripreso.

Claudio e il suo camper @ Alberto Gemmi

Claudio e il suo camper @ Alberto Gemmi

L’altro personaggio è Emore Medici ed è un anziano che aveva lavorato tra il ‘42 e il ‘44 all’interno delle Reggiane. L’abbiamo conosciuto perché lui ha realizzato un modellino in fil di ferro di uno dei caccia militari che producevano negli anni 30-40 ed è l’unico modellino custodito ai musei civici della città, forse è l’unica memoria concreta e sopravvissuta dopo tutti i cambiamenti, perché la maggior parte dei materiali sono stati venduti o ricollocati in altre sedi. Con lui abbiamo iniziato un altro percorso: se Claudio voleva essere l’emblema del dentro-fuori contemporaneo, Emore era il riflesso passato. L’abbiamo seguito nelle sue abitudini quotidiane, che in un qualche modo avevano sempre un richiamo alla sua vita nelle Reggiane.

Dopo di che ci sono altri personaggi che vivono lì intorno –  all’interno o nell’immediato esterno delle Reggiane e che abbiamo seguito nei loro piccoli spostamenti. Poi le comunità più specifiche che oggi rappresentano, rispetto al declino dell’identità operaia del quartiere che ha resistito per un secolo, i nuovi attori sociali; come la comunità di ghanesi, di arabi che frequentano la Moschea, o le comunità delle Chiese Pentecostali.

Emore MEdici nel museo della città @ Albeto Gemmi

Emore Medici nel museo della città @ Albeto Gemmi

Come è stata gestita la co-direzione? Vorresti approfondire le scelte estetiche del documentario?

Rispetto al rapporto con Mirco, lui si è occupato della fotografia e delle riprese, io della parte del suono e della direzione degli attori. Lavoriamo insieme da 10 anni, quindi, eravamo assolutamente rodati e in questo, che era il primo lavoro più strutturato, abbiamo trovato i ruoli perfetti.

Riguardo alle scelte estetiche, il documentario vuole avvicinarsi alla videoarte, per cui abbiamo tutti piani fissi, non c’è movimento se non quello all’interno della scena e cerchiamo di ricordare il cinema degli albori. Il suono è solo ambientale, non sono presenti dialoghi perché ad un certo punto ci siamo accorti che la fase di intervista frontale non ci interessava e i personaggi erano più forti nei movimenti e nella gestualità. Ci sono comunque delle parole che escono, ad esempio, il sermone finale nella chiesa pentecostale che è in inglese, poi ci sono tante lingue – Claudio che si esprime ogni tanto in lingua slava con i figli, ci sono dei cinesi che parlano mentre giocano – quindi pur essendo senza dialoghi è un film plurilinguistico. Abbiamo lavorato molto sul suono ambientale, che usciva da queste azioni, e questo audio si è trasformato in note, in ritmo sonoro, per portare lo spettatore a quella che ci piace definire una “visione dell’ascolto”. Queste scelte si spiegano nel tentativo di dare un profondo grado di autenticità. Ovviamente la manipolazione c’è e c’è sempre, ma abbiamo cercato di riprendere le azioni che i personaggi avrebbero fatto al di là della nostra presenza e di ridurre al minimo il nostro intervento, lavorando sul rapporto stabilito al di là delle riprese.

Gli interni della moschea nei giorni del ramadan @ Alberto Gemmi

Gli interni della moschea nei giorni del ramadan @ Alberto Gemmi

Come avete pensato la fase di diffusione?

Il film è supportato dalla regione, in più abbiamo portato a termine la campagna di crowdfunding con successo e questo ci è servito per concludere al meglio la fase di post-produzione del film. Oggi come oggi, dobbiamo terminare le ultime rifiniture di color correction, ma a metà ottobre il film sarà chiuso, per cui già da qualche mese abbiamo iniziato a iscrivere il documentario ad alcuni festival, sia in Europa che in Italia. Detto questo, svincolato dall’anteprima, la nostra idea è quella di portarlo ovunque, sotto varie forme, dal centro culturale al cinema, senza escludere le Università visto che il documentario è nato come progetto di ricerca sullo spazio urbano. Anche perché quello che volevamo fare era immaginare un modello locale, ma contestualizzabile in altre aree, considerando la diffusione dei casi di edifici dismessi e dei vari piani di riqualificazione presenti su tutto il territorio nazionale. L’eredità dell’industria italiana c’è e bisogna lavorarci molto, anche perché- lo dico contro i miei interessi- ho visto molti progetti interessanti da un punto di vista architettonico, ma che non funzionano, per cui è importante interrogarsi sul cosa non funziona. Quindi, la nostra presa di posizione c’è stata, ora per noi è importante soprattutto vedere come andrà la ricezione e il riscontro con il pubblico e la critica.


(senza fonte)

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