Nuvole Sopra La Bolognina | Intervista ad Egle Sommacal
07 Dic 2014

Nuvole Sopra La Bolognina | Intervista ad Egle Sommacal

Il 21 novembre è uscito Il cielo si sta oscurando (Unhip Records / Audioglobe), terzo album solista di Egle Sommacal. Ad un anno dalla ben accolta reunion dei Massimo Volume, il chitarrista riprende la sua ricerca personale e la sua passione per la musica classica, concentrandosi ancora una volta sulle vibranti sonorità della chitarra acustica.

In tutto ciò, titola un pezzo al cielo della Bolognina: non potevamo non andare ad indagare.

Egle_ICSSO_Cover

Quando e com’è nato il tuo disco?

Ero intenzionato già da tempo a proseguire con quella che è la mia carriera solista, che è una cosa che serve a me stesso, per proseguire nella mia ricerca personale. In generale, diciamo che i dischi li concepisco un po’ come delle bandierine: arrivo ad un certo punto, faccio un segno e poi serve più che altro a me per capire dove sono arrivato e da dove dovrei poi ripartire. Dal punto di vista prettamente artistico invece, ho sempre ascoltato molta musica minimale, che è stata il filo conduttore dei miei ascolti- praticamente da una trentina d’anni- per cui ha legato anche molti generi musicali, dalla musica etnica all’elettronica. Quindi avevo iniziato a studiarla in modo più approfondito e soprattutto avevo pensato che la tecnica del fingerpicking, il poter fare i due movimenti ritmici differenti del pollice e delle altre dita sulla chitarra, mi avrebbe consentito di trascrivere alcune partiture per pianoforte. Così ho cominciato a studiarmi alcune parti di Philip Glass per provare a trascriverle e da questo tipo di spunto e studio è nato il repertorio. Di solito, i miei pezzi nascono da piccoli nuclei tematici, che possono essere anche ritmici, che poi cerco di sviluppare. Nel complesso, ho cercato di fare qualcosa che fosse il più uniforme e omogeneo possibile, anche a costo che fosse un po’ pesante.

Rispetto all’album precedente, sei ritornato all’acustica. C’è un motivo particolare?

 In realtà la scelta è stata dettata da motivi sia artisti che pratici. Anche quando suonavo con il gruppo di fiati e con l’elettrica, il mio interesse per l’acustica non era mai venuto meno. Dall’ultimo disco poi avevo moltissimo materiale e quello che avevo composto era per chitarra acustica. Inoltre c’erano delle contingenze, perché le persone che collaboravano con me erano difficilmente reperibili per questioni di impegni loro ed ora, anche a livello di live, la situazione si è molto complicata.

Il titolo dell’album evoca l’immagine di un qualche tipo di tempesta in arrivo, o per lo meno anche a livello di sonorità io ho avuto quest’impressione.

Il titolo più che altro è un’indicazione rispetto al mood generale del disco. In realtà il progetto se poteva avere un riferimento che tenesse insieme tutti i pezzi era quello del buio, più che la tempesta. Ci sono alcuni termini meteorologici che hanno fatto sì che si sia un po’ spostato, quindi anche quello che dici in un certo modo rientra. Anche se la prima immagine che avevo pensato è appunto quella del cielo che diventa scuro, non tanto pioggia e grandine, ma va benissimo così: è musica strumentale e i riferimenti che do sono volutamente vaghi, sono aperti all’interpretazione.

L’ultimo brano, Ryou-Un Maru, ha la particolarità di avere un preciso riferimento e soprattutto ha queste risate registrate che provocano un senso di straniamento.

Sì, direi che è il primo caso in cui mi sono lasciato guidare da un idea precisa, anche nella composizione. Volevo descrivere il percorso di questo peschereccio giapponese che, a causa del maremoto, si era liberato dagli ormeggi e aveva iniziato questa traversata in solitaria in mezzo all’oceano. Quindi mi ero proprio immaginato questo lento percorrere, al quale ho poi voluto aggiungere altri significati, diciamo di carattere sociale, con gli interventi delle risate delle sit-com. L’effetto è proprio quello, sono volutamente agghiaccianti. È comunque la prima volta che mi faccio guidare da un riferimento per comporre il pezzo, quindi il brano è venuto dopo il titolo, a differenza degli altri casi.

Nell’album c’è anche un omaggio a Satie.

Si c’è un brano di Erik Satie, la trascrizione per chitarra della Première Gymnopedie. Francamente di trascrizioni per chitarra non ne ho sentite molte. Sono ovviamente di repertorio per la classica, la mia ha questa particolarità che essendo per chitarra acustica e avendo utilizzato un’accordatura aperta e non chiusa, presenta una sonorità differente.

Domanda obbligatoria: com’è il tuo rapporto con il quartiere?

Abito qui da tantissimi anni, in centro ogni tanto ci vado ma non ci vivrei mai. Aldilà che questo sia il quartiere più accessibile a livello di prezzi, qui c’è anche un carattere multietnico e, secondo me, è anche il quartiere più metropolitano di Bologna. Sembra di essere in un quartiere periferico di una metropoli: sono più evidenti certi tipi di contraddizioni, ci sono dei problemi che è inutile nascondere sotto il tappeto, però mi piace viverci. Tra l’altro, c’è una cosa molto divertente a proposito del pezzo: alcuni hanno immaginato che ci fosse un significato politico, riguardo alla svolta di Ochetto, per commemorare la svolta della Bolognina, mi ha fatto molto ridere.

E’ passato un anno da Aspettando i barbari, un bilancio? Come ti sembra sia andata?

C’è stata un’ottima accoglienza. Mi capita e mi fa molto piacere che le persone mi dicano che verrebbero ai nostri concerti per sentire i pezzi nuovi. Noi siamo consapevoli di essere un gruppo un po’ agé che fa rock, sapevamo che c’era un rischio di scadere nell’essere patetici o nello scadere nel rivival. Non volevamo essere un gruppo anni novanta, ma un gruppo attuale e contemporaneo- che non vuol dire seguire le mode. Quindi, abbiamo cercato di fare un disco il più possibile duro e crudo, quello che era nelle nostre corde. Il risultato è stato buono, è piaciuto.

La tua visione sul panorama musicale italiano?

Devo dire che seguo abbastanza poco la musica indie. Per me il livello è buono, ci sono delle cose ottime in tutti i campi: ultimamente mi sto avvicinando al movimento rap, di gente giovane che c’è qui a Bologna ed è ottimo, un livello molto alto. Non c’è un grosso problema di qualità, forse manca un po’ di personalità. Poi, in Italia fare musica è sempre un po’ difficile, non è mai stata una voce della nostra bilancia, è impossibile fare dei raffronti con un paese come l’Inghilterra per esempio, in cui c’è una macrostruttura nazionale che fa da supporto e promuove un certo tipo di cose. Però mi sembra che a livello di qualità, siamo sullo stesso piano degli altri paesi.

Approfitto dell’occasione, per ricordarvi che qui trovate le date del tour di Egle e qui la pagina Facebook.


(senza fonte)

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