Lo zio d’America: fotoracconto di una migrazione del secolo scorso.
11 Giu 2015

Lo zio d’America: fotoracconto di una migrazione del secolo scorso.

Tutte le case dei nonni, per essere davvero a norma, devono possedere una vecchia scatola di latta. Dentro la scatola di latta sono contenuti oggetti di ogni sorta e fattura. Si dà il caso che spesso, all’interno di suddetta scatola, siano contenute delle foto.

Quando vendemmo casa di mia nonna sono stata abbastanza previdente da volere portare in salvo l’antica scatola a tutti i costi e non ebbi l’Amaro Montenegro in cambio, ma un premio apparentemente inutile: una trentina di foto di gente assolutamente sconosciuta e dietro ogni foto date, messaggi ed appunti.

Ora immaginate tra le vostre mani una cinquantina di foto di formati differenti, alcune in bianco e nero altre a colori: si parte dagli anni ’40 e non si fa in tempo a far scorrere il mazzetto di foto tra le dita che si arriva agli anni ’70, la ragazza della foto prima è diventata una cinquantenne però non sai come colmare quel lasso di trentanni che passa dalla mano destra alla sinistra.

Continuate a mescolare il mazzo di foto e i vostri occhi individuano rapidamente i seguenti oggetti: un tacchino grandissimo, una scimmia, uomini vestiti in gessato, spose con vestiti spaziali ed infine pallini, righe e rombi tutti presenti contemporaneamente sulla stessa camicia.

Adesso provate a dire che non spendereste una notte intera al solo scopo di ricostruire il puzzle per capire che storia c’è dietro.

Io l’ho fatto e mi sono sentita più fortunata di Marty McFly, dico più fortunata perché almeno non ho dovuto indossare un bomberino rosso smanicato.

Nessuno della famiglia sapeva esattamente chi fossero le persone nelle foto, l’unica cosa certa è che fossero i parenti emigrati in America dello Zio Tanino, uomo compostissimo, profumatissimo ed elegantissimo: brillantina sui capelli canuti, pelle liscia e sempre fresca di barbiere, abbigliamento impeccabile.

Io non l’ho mai conosciuto, ma sapevo sin da bambina che era il prozio grazie al quale nella sala da pranzo della nonna regnava sovrano il ritratto di Kennedy alla parete rimasto immobile dagli anni ’60; ed inoltre mia nonna e sua sorella, nonostante fossero delle micro donnine sicule degli anni ’10, di nero vestite e coi capelli bianchi sempre raccolti, portavano dei fantastici occhiali americani all’ultimo grido: un’immagine indimenticabile.

Andiamo al sodo: la sorella dello zio Tanino, Rosina, emigra in America verosimilmente negli anni ’30 col marito, le prime testimonianze fotografiche sono datate 2 Dicembre 1945:

Zio d'America 2

Zio D'america

Non c’è dubbio sul fatto che chiunque penserebbe subito all’archetipo dell’immigrato italiano in America, a cominciare dai nomi che sono scritti in italiano ma hanno un suono americano. I due uomini si fanno fotografare in posa e ben vestiti, sono uomini fatti e dall’aspetto “maschio” ma non esitano a mostrare un entusiasmo infantile per la prima neve e per il bisogno di comunicarlo a chi è rimasto in patria, perché vuol dire novità: “siamo qui ben vestiti per dirvi che stiamo bene e onestamente abbiamo un aspetto fantastico”.

Scorrono le foto ed ognuna di esse introduce un elemento a questa storia, le persone raffigurate dall’altra parte dell’obiettivo sono vive e vegete, si muovono, cambiano, crescono e le foto lo raccontano: la famiglia si è allargata, sono cambiati i vestiti ma soprattutto è cambiato il cibo, e vi assicuro che se un siciliano sostituisce gli anelletti al forno col tacchino ripieno vuol dire che la sua percentuale di sicilianitudine si è ridotta molto o si è comunque assopita.

Ecco la famiglia nel novembre del 1970:

zio d'america 5Mobili moderni, capelli cotonati e pranzo del Ringraziamento, la foto trasuda americanità e quella percentuale di americanità che si è fatta strada è autentica, la scritta dietro la foto ci dice:

“Qui e diferente. Questo Picci none tanto chiaro ma tu laccetti lostesso”;

“Picci” sta per “picture”, questo vuol dire che chi scrive ricorre ormai all’americano e lo italianizza per renderlo comprensibile perché forse non ha neanche mai usato la parola “foto”, inoltre vorrei potere ringraziare l’artefice perché l’ortografia non è mai stata tanto ironica come in questa frase. Grazie.

Nel 1974 finalmente lo zio Tanino va a trovare i parenti in America, il risultato è sorprendente:

zio d'america 6

E’ vero, tra Tanino e la pronipote accompagnata dal fidanzato ci sono molti anni di differenza e naturalmente sono esteticamente diversissimi, ma adesso lui è l’unico a sembrare un personaggio di “Goodfellas”, mentre gli altri due, Anita e Riccardo, sono tutto sommato due personcine americane a modo.

Vi invito poi, per puro diletto, a notare il particolare, ovvero l’unghia del mignolo dello zio Tanino che è lunga, usanza bizzarra diffusa a quei tempi in Sicilia, un’unghia lunga evidentemente era in qualche modo utile, ma non credo che fossero tutti chitarristi. Ringrazio infine il costumista di mio zio. Grazie

Se un’unghia appare come cosa bizzarra, che dire allora di questa fantastica foto che ritrae Tanino, il nipote Jack ed una simpatica scimmietta? Reperto di cui mi vanto moltissimo. Siamo sempre nel pieno degli anni ’70.

Zio d'America 3

Un’ultima testimonianza dagli anni ’80:

zio d'america 4

Come potete notare la mimetizzazione è completa: la IV generazione è ariana.

Se c’è una cosa che gli italiani conoscono è l’emigrazione, si è protratta per più di un secolo come una forza inarrestabile che in un modo o nell’altro ci ha coinvolti tutti, dai protagonisti, gli emigranti, alle generazioni a venire; questo ci rende assolutamente consapevoli di cosa sia l’immigrazione, questa sconosciuta. O almeno è questo quello che facciamo credere quando ci capita di usare la parola “emergenza”, come se una mattina dal nulla ci fossimo svegliati e avessimo trovato l’invasor.

Ma emergenza de che? Sono secoli che gli italiani migrano, sono millenni che passano popoli a caso dallo stivale. Da che esiste l’essere umano esiste gente che migra, su questo si fonda la storia dell’umanità intera.

Poi però arriviamo noi e decidiamo che bisogna proteggere i nostri confini da chiunque osi varcarli alla ricerca di un tenore di vita dignitoso o, più semplicemente, alla ricerca della sopravvivenza, esattamente come abbiamo fatto e continuiamo a fare noi, avete presente quell’espressione alla moda, “fuga dei cervelli”? Ecco, quell’espressione è sinonimo di “immigrati”, solo che dire che siamo immigrati pare brutto, perché viviamo in occidente, siamo civili ed istruiti.

E’ impossibile arrestare questo processo, lo stesso processo che ci ha portati ad essere quelli che siamo, le rimesse dei nostri parenti emigrati in molti casi ci hanno permesso di essere quelli che siamo: pluri-laureati, professionisti, colletti bianchi, non più dei mangia-spaghetti insomma (forse).

E non è all’empatia che invito chi legge, ma a ragionare sul fatto che migrare oltre ad essere legittimo è anche assolutamente logico.

Quindi di che allarme si parla? Ma sicurezza riguardo a cosa?

Prima eravamo noi a imbarcarci verso un altro continente – e forse in modo legalizzato continuiamo a farlo – eppure sappiamo bene che, anche oggi, precarietà, crisi e sfruttamento sono in parte la causa delle nostre frustrazioni; d’altro canto però è confortante riscoprirsi anche in una posizione di potere, derivante dallo status di cittadini europei. In effetti è proprio l’esperienza di “emigrati” che ci rende dei veri professionisti di colpi bassi agli “immigrati”, perché investire sul cambio di strategia quando la strategia vincente dei decenni prima l’abbiamo testata personalmente? Perché non renderlo un motivo di rivalsa?

Che si parli di Rosina e Geck o degli ultimi partiti verso Lampedusa, in conclusione, si parla della stessa medesima storia, con una differenza: la vita di Rosina e Geck la conosciamo, anche se sommariamente, la loro famiglia probabilmente in questo momento è lì dove l’abbiamo lasciata e la stirpe si moltiplica mangiando tacchino, e vissero tutti felici e contenti.

La storia degli ultimi migranti partiti è assolutamente identica, solo che ci passerà sopra Salvini con delle ruspe, sempre che il barcone non affondi.

Marilia


Bolognina Basement

Bolognina Basement è una visione centralmente periferica sul presente, sulle produzioni culturali e su cosa significa fare cultura indipendente oggi in Italia. Illustrazione, cinema, fumetto, arti urbane, letteratura e musica sono il punto di partenza per raccontare le storie di persone, luoghi, territori e relazioni, per tracciare percorsi di lettura personali e collettivi.

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