“Lo strano caso” delle community radio in Gran Bretagna: intervista ad un manager radiofonico italiano
12 Ott 2015

“Lo strano caso” delle community radio in Gran Bretagna: intervista ad un manager radiofonico italiano

Io non ascolto mai la radio. Forse perché non ho un automobile, forse perché non ho una radio, forse perché la radio italiana è più impegnata in programmi di musica de merda e scherzoni telefonici a poveri cristi che a loro volta non ascoltano la radio: “è uno scheeerzo! Non si preoccupi, siamo Radio Spunzano 87 e 25! No, la ringrazio, la pressione tutto apposto”.
Ma se abitassi in Gran Bretagna la ascolterei. Non dico comprare una macchina (ché poi vado contromano e faccio un frontale), ma almeno una radio sì.
Con l’approvazione del “community radio order” del 2004, si è dato il via libera alla diffusione nel broadcasting nazionale britannico delle radio comunitarie, le community radio. E voi direte, e che minchia sono? Beh, sono radio locali non commerciali che si dedicano allo sviluppo sociale e culturale di una determinata comunità e in cui è la stessa comunità che, in pratica, dà voce si occupa della programmazione e della gestione dell’emittente.
Come suggeritoci da Salvatore Scifo, in un articolo uscito su Errepi n°35 del dicembre 2007, le community radio, per essere definite tali e quindi avere l’approvazione dell’Ofcom (Office for communication), devono apportare un “social gain”, un guadagno sociale, definito in:

“- servizi radiofonici a gruppi che non sono serviti adeguatamente da altre emittenti analogiche commerciali nella stessa zona;
– facilitazioni di discussioni, dibattiti e ampliamento delle possibilità di espressioni delle opinioni della comunità servita;
– possibilità di formazione, tramite programmi appositi o in qualsiasi altro modo, a individui che non sono stati assunti dalla medesima emittente;
– favorire una migliore comprensione reciproca e il dialogo all’interno della comunità e rafforzare i collegamenti tra i vari gruppi facenti parte della comunità stessa.”

E noi di Bolognina Basement siamo andati a scovare uno station manager italiano, che non sarebbe un capostazione, di una community radio di Norwich, Future Radio.
Daniele Fisichella, 31 anni, un passato remoto di studente di comunicazione e lavoratore precario di radio italiane precarie e un passato prossimo oltremanica di studente in un Master in giornalismo radiofonico e lavoratore non precario in diverse stazioni radiofoniche britanniche.
A lui, troisianamente emigrante (“Ah, italiano. Emigrante?”) di successo chiediamo di approfondire e ciurlare nel manico di questo argomento.

Ciao Daniele, entriamo subito nel vivo della discussione: cosa ci puoi dire delle community radio, cosa rappresentano concretamente nel panorama radiofonico e sociale della Gran Bretagna?

Le community radio rappresentano una risorsa molto importante per i cittadini britannici, non solo i radioascoltatori ma anche le varie comunità etnico – linguistiche e le autorità locali. La funzione principale di una community radio è fornire a volontari l’opportunità di esprimersi e migliorare le proprie capacità attraverso il mezzo radiofonico. Le community radio sono anche un importante strumento di integrazione, grazie al quale comunità a rischio di marginalizzazione, possono interagire con altri enti pubblici o privati e comunicare i propri bisogni, sempre nel rispetto della libertà di espressione e senza diffondere messaggi propagandistici o violenti.

Le radio comunitarie sono state finanziate con fondi pubblici, ma più spesso con risorse di enti privati, come fondazioni, che investono nel sociale per accrescere le capacità e professionalità dei cittadini. Le radio comunitarie si reggono principalmente sulla passione di chi lavora ma soprattutto dei suoi volontari, che ‘fanno la radio’ non solo per hobby ma anche perché grazie al loro impegno costante (intervistando, editando, pianificando programmi, pubblicando online podcasts) imparano molte cose e vengono a conoscenza di fatti e persone al di fuori della loro cerchia.

Infine le community radio, secondo me, rappresentano una alternativa in termini di programmazione alla radio nazionale (la eccellente BBC) e le radio commerciali.

Entrambe le realtà per motivi di palinsesto e anche di risorse limitate, che non consentono una penetrazione nel territorio a pieno, non possono ‘dare voce’ a chiunque ne abbia la voglia e il bisogno. E così ecco che le Community radio colmano il vuoto, riuscendo in parecchi casi anche a mettere in onda programmi musicali alternativi, passando musica che altrimenti non ascolteresti da nessuna altra parte.

E come sei arrivato a lavorare per questo tipo di emittenti? E soprattutto, come ce sei arrivato a Norwich?

La prima volta che ho messo piede in una community radio è stato nel giugno 2010. Stavo ancora finendo il master in giornalismo a Londra, iniziato nove mesi prima, quando ho ricevuto un invito per un colloquio da Peterborough FM, una community radio di un paese che ho dovuto cercare sulla cartina (è vicino Cambridge, a 45 minuti da Londra anche se all’inizio pensai fosse in Galles).

Ho lavorato in radio in Italia dal 2004 e quando mi trasferii a Londra la mia idea era di cercare lavoro come corrispondente dal Regno Unito o in qualche media inglese. Coprire storie nazionali, magari viaggiare all’estero e un giorno riuscire ad avere un tête-à-tête con Jose Mourinho.

Invece un po’ per curiosità, un po’ per necessità (Londra è bella ma non puoi fare lo studente per troppo tempo) decisi di trasferirmi a Peterborough dopo aver superato il colloquio. Il mio primo lavoro in Inghilterra è stato ‘Community Involvement Officer’, già dal nome stesso si capisce la funzione di chi lavora per una Community Radio.

Il mio compito era di organizzare corsi di radio per volontari locali, specialmente per persone che vivevano ai margini della società: disoccupati di lunga data, migranti, rifugiati politici, ragazzini ‘difficili’ che erano stati esclusi dalla scuola dell’obbligo e ovviamente chiunque volesse provare una nuova esperienza.

Diciamo che il mio lavoro era una strana combinazione tra i servizi sociali e il produttore radiofonico, magari a volte la qualità dei programmi non era eccelsa ma il beneficio per i volontari era più duraturo e gratificante.

Dopo due anni ho deciso di lasciare Peterborough e tornare a Londra per provare a fare altro.
Era il 2012, l’anno delle Olimpiadi, e le opportunità si sono presentate quasi subito. Ho lavorato prima da freelance per un paio di radio locali londinesi e poi ho iniziato come produttore per talkSPORT, una delle più grandi radio nazionali britanniche che copre solo lo sport. All’inizio mi facevano coprire il golf e il cricket di cui tutt’ora non capisco nulla, poi fortunatamente sono passato al calcio.

Il fatto di aver spiegato produzione radiofonica a Peterborough a più di 200 volontari mi ha anche aiutato a sviluppare capacità di insegnamento, e così ho lavorato come ‘lecturer’ (professore, ma suona meglio in inglese) alla University of West London per un anno e mezzo.
In un certo senso lavorare in una Community Radio mi ha fatto scoprire qualità che non pensavo di avere.

Dopo due anni a talkSPORT e centinaia di partite della Premier League seguite e commentate ho cercato un altro lavoro, e si è presentata l’opportunità di Norwich.

L’idea di poter lavorare come Station Manager in una radio importante a livello locale era molto allettante, in più avevo voglia di cambiare dopo tre anni di Londra.
Il lavoro nella radio commerciale mi piaceva ma non nascondo di essermi a volte annoiato a discernere su uno Stoke City – Crystal Palace di lunedì sera, quando (e non è una frase fatta) nel mondo ‘ci sono cose molto più importanti’.

Così trasferendomi a Norwich ho realizzato che mi piace fare del mio lavoro anche qualcosa di utile per le persone, e trasferire un po’ della mia esperienza per migliorare l’esperienza di qualcun altro meno fortunato di me.

Daniele Fisichella nel suo ufficio di Future Radio

Daniele Fisichella nel suo ufficio di Future Radio

Come si colloca Future Radio nel panorama delle community radio?

Future Radio è una delle Community Radio più importanti del Regno Unito. E questo non lo dico io che sono l’ultimo arrivato (ci sono già stati altri 2 direttori prima di me) ma alcuni fatti e il paragone con il resto del settore.

Future Radio emette in FM dal 2007, dopo aver iniziato le trasmissioni pilota nel 2004. La radio ha cambiato tre volte la frequenza FM vedendosi assegnato di volta in volta un segnale più potente per raggiungere anche le periferie delle città. Oggi può contare su 42,000 ascoltatori, uno su cinque nell’area metropolitana di Norwich (192 mila abitanti).

Da un mese addirittura trasmettiamo anche in digitale (DAB), e siamo una delle dieci radio comunitarie del Regno Unito a poter sperimentare questa tecnologia. In totale ci sono più di 150 volontari attivi che producono e presentano programmi ogni settimana: un vero esercito di persone entusiaste che vanno accolte, gestite e seguite nei loro progressi e difficoltà quotidiane, spesso extra-radiofoniche.

In tutto nella radio, compreso me, siamo in quattro: Kate la vice-direttrice che si occupa della pubblicità e del marketing, Dean e Amy che sono i due assistenti di produzione e lavorano part-time. Ogni tre mesi l’Università di Norwich ci segnale due stagisti che studiano giornalismo e il loro aiuto è veramente prezioso.

L’aspetto che mi piace sottolineare è che i miei colleghi sopra citati non sono solo nati e cresciuti a Norwich (o nella regione del Norfolk) ma hanno conosciuto Future Radio all’inizio come volontari. Il loro impegno e la loro passione è stato ricompensato nel tempo.
L’unico straniero, tra quelli che lavorano nella radio, inutile a dirlo sono io.

Future Radio fa parte di una charity, quella che in Italia si chiamerebbe Onlus o Associazione del terzo settore, Future Projects.
Future Projects è stata fondata nel 2000 e si trova in uno dei quartieri meno privilegiati di Norwich: il NELM, che è l’acronimo di North Eearlham-Larkman-Marlpit, le tre strade principali ad ovest della città.

In una città abbastanza ricca ed esempio della middle class inglese, l’area del NELM rappresenta un paradosso: è tra le aree più impoverite del Regno Unito, secondo il ‘Multiple deprevitation index’, a causa di scarsa scolarizzazione, servizi sanitari poco funzionali, disoccupazione e alto uso di sostanze stupefacenti tra i giovani.
Secondo il comune di Norwich più di 30 bambini nati in quest’area non sono mai stati registrati negli ultimi dieci anni. Un quadro abbastanza triste, si capisce che chi nasca qui sia già escluso in partenza dalla società.

L’idea di Future Projects è stata di fornire attività alternative ai residenti del NELM, doposcuola per i ragazzini, laboratori musicali e appunto una radio dove poter sperimentare ed esprimersi senza essere etichettati.

La charity per la quale lavoro oggi è una delle più importanti a livello locale, ci lavorano quasi trenta persone tra lavoratori dei servizi sociali, insegnanti di sostegno e maestri della scuola elementare per ragazzini esclusi dagli istituti tradizionali, tecnici, e appunto, lo staff della radio.

Abbiamo ricevuto parecchi fondi negli anni passati ma, anche per colpa della recessione, la competizione per le risorse è più accanita.

Nessuno che lavora per questa charity può limitarsi solamente a fare lo stretto necessario, bisogna sempre fare sforzi extra per andare incontro ai bisogno dei nostri ‘clienti’, che essi siano i volontari della radio o chiunque abbia bisogno di un aiuto per richiedere l’assegno di disoccupazione o l’appuntamento dal medico di base.

Inoltre tutti i manager, me compreso, devo preoccuparsi di scrivere progetti originali e raccogliere fondi, per poter continuare ad avere un impatto positivo sulla comunità e nel caso di Future Radio, essere utile più che divertente.

I volontari di Future Radio

I volontari di Future Radio

Perché secondo te le community radio non si sono diffuse in Italia? Sarà mica colpa della lobby degli scherzi al telefono?

Penso che in Italia la professione giornalistica, e la comunicazione in generale, sia ancora limitata ad una elite, più o meno grande, di professionisti. Nel nostro paese credo non sia concepibile che una testata di informazione, che sia una radio o una rivista, sia prevalentemente dedicata ad uno scopo sociale magari mettendo in secondo piano l’aspetto prettamente qualitativo. Di certo anche in Italia esistono, o sono esistite, associazioni in grado di produrre contenuti editoriali, ma non sono a conoscenza di nessuna realtà che abbia avuto le risorse per mantenersi a lungo.

Sappiamo già che in Italia è difficile ‘campare’ col giornalismo, forse perché da noi esiste ancora l’Ordine dei Giornalisti che regola la professione e l’accesso ad essa, senza contare le innumerevoli scuole di giornalismo.
Credo che il sistema attuale italiano non concepirebbe l’esistenza di un mezzo di comunicazione che faccia informazione fornendo anche attività di training e di sviluppo a membri della comunità.
Forse una radio comunitaria in Italia finirebbe per essere politicizzata o gestita solo da quei volontari che possono permetterselo economicamente.

Mi permetto solo un’ultima riflessione per concludere. Sappiamo che molti ragazzi iniziano nelle varie redazioni giornalistiche lavorando gratuitamente, per fare esperienza. In fondo questa è una forma di ‘volontariato’, un piccolo investimento sul proprio futuro, che però in fin dei conti fa il gioco degli editori. Le testate giornalistiche beneficiano del ‘volontariato’ (obbligato) dei giovani senza doverne dare conto a finanziatori esterni, così come al contrario succede nel Regno Unito.

Per quella che è stata finora la mia esperienza ho conosciuto una decina di volontari inglesi che sono riusciti a diventare professionisti dei media, un paio addirittura lavorano alla BBC, dopo aver imparato nelle community radio; senza dubbio in questo caso soldi ben spesi da chi ci ha finanziato.
Ma sarebbe un modello esportabile nel nostro Paese? E, visto che hai vissuto molti anni a Bologna, qui?

Sarebbe interessante esportare questo modello in città, e citi giustamente Bologna, dove parecchie comunità straniere cercano di integrarsi, magari senza molto successo. Penso che una radio comunitaria a Bologna, o anche in altre città multiculturali italiane, richiamerebbe molto interesse inizialmente. La vera sfida sarebbe fare in modo che l’accesso al training e al volontariato rimanga sempre libero e gli spazi non vengano occupati dai ‘soliti noti’.

Per dirlo senza giri di parole, una radio comunitaria in Italia per avere successo dovrebbe identificare uno o più aree di riferimento che non hanno le stesse opportunità in termini di istruzione e informazione e fare in modo le persone che fanno parte di queste realtà beneficino più di altre dell’opportunità.

Sicuramente la questione risorse è (e sarà) sempre un problema, ma se si riesce a dimostrare un impatto reale sulla vita delle persone (i volontari) e sulla comunità in generale, non sarà difficile poter giustificare richieste di finanziamenti.

Penso a Future Radio dove lavoro adesso, grazie al lavoro di molte persone e all’impegno dei volontari, siamo riconosciuti come una parte fondamentale della vita di Norwich. Non solo a Norwich ma in tutto il Regno Unito le Community Radio hanno dimostrato che di queste c’è bisogno; chiuderle o lasciarle fallire sarebbe una perdita irrimediabile.
Sono sicuro che anche Italia si può dimostrare lo stesso bisogno e creare una realtà alternativa, divertente ma soprattutto utile.

Anche a livello di consiglio per i giovini italiani con le pezze al culo che in questo periodo non sanno che pesci lavorativi prendere: consiglieresti loro di tentar fortuna in Gran Bretagna come hai fatto tu? Per esempio, se avessi l’opportunità, torneresti in Italia o sticazzi chi me lo fa fare rimango nella non perfida Albione?

Qua il discorso è un po’ più complesso, e io non mi sento di avere l’autorità morale per dare consigli a nessuno. Penso che prima di fare qualsiasi scelta sia necessario informarsi per sapere a cosa si va incontro ed evitare di dire poi ‘non lo sapevo…’.
Perdonami la citazione ma come diceva George Orwell, Inglese guarda caso, in ‘1984’ : ‘L’informazione è potere’.

E in questo caso l’informazione che posso dare a chi legge questo pezzo è che nel Regno Unito le opportunità esistono e si concretizzano dopo poco tempo. Bisogna però saper fare sacrifici e mettere da parte le piccole comodità e gli usi e costumi di casa propria. Londra è una megalopoli dove chiunque è alla ricerca di qualcosa: che sia un nuovo lavoro o una nuova casa. Tutto questo può creare opportunità economiche al prezzo però di una vita frenetica e forse disumana.

A mio modesto parere vale la pena andare a Londra per due – tre anni e iniziare la propria carriera e formarsi, magari cambiando parecchi lavori. Una volta che si è capito cosa si vuole fare, o ci si è stancati di vivere sottoterra nella metropolitana, si può scegliere di trasferirsi in dimensioni cittadine più vivibili, come Norwich (senza fare pubblicità gratuita).

Infine quando si vive all’estero, e io lo faccio ormai da sei anni, bisogna anche un po’ cinicamente smettere di cercare l’Italia in tutto. L’Italia non la si trova nel pub inglese, l’Italia non la si trova dal barbiere né tanto meno nei modi di fare del proprio collega.
Solo facendo così ci si può integrare e fare scelte ponderate e non influenzate da possibili nostalgie.

 


Tibberio

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