Andrea Bruno per BAUM
08 Mag 2015

“Inventariate le vostre forze”: di fotosintesi e linguaggi all’ombra di BAUM.

La fotosintesi è notoriamente conosciuta come una formula chimica, nel nostro caso però può essere utilizzata per interrogarci su cosa e come si innesca un processo di trasformazione culturale. Quello della fotosintesi è un meccanismo che può servirci per prendere posizione e parola, per costruire un discorso nuovo accettando la sfida di utilizzare e sperimentare nuovi linguaggi per raccontare un territorio. È questa la posta in gioco del processo di fotosintesi culturale di nome BAUM (albero, in tedesco), il festival di arti urbane che stiamo organizzando in Bolognina l’8 il 9 e il 10 maggio.

Consideriamo, per un momento, la definizione di fotosintesi: “la fotosintesi clorofilliana è un processo chimico grazie al quale le piante verdi e altri organismi producono sostanze organiche – principalmente – a partire dall’anidride carbonica atmosferica e dall’acqua metabolica, in presenza di luce solare. Come sottoprodotto della reazione si producono delle molecole di ossigeno”. BAUM innesca precisamente questo tipo di reazione. Non un processo chimico, non una produzione di sostanze organiche, ovviamente. Ma un esperimento di produzione di nuovi linguaggi e di nuove reti, questo sì.

Questa fotosintesi è la risultante di diversi elementi e significa per noi, innanzitutto, prendere posizione e non accettare il riprodursi della rappresentazione del quartiere della Bolognina come una generica “periferia”. La parola periferia viene troppo spesso usata per indicare uno spazio, fisico e simbolico, con una connotazione negativa e deviante rispetto a un “centro per bene”. L’immaginario che fa da corollario a questa rappresentazione prevede che la periferia sia il luogo del degrado, della segregazione e della violenza. Uno spazio problematico e quindi da normalizzare attraverso politiche securitarie o con la speculazione edilizia.

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Costringere un quartiere come la Bolognina a questa rappresentazione significa confinarla all’interno di un’identità che non solo non le appartiene, ma mette in un unico calderone le banlieue francesi, i sobborghi americani o le vele di Scampia. Ma ogni luogo, ogni quartiere, ogni periferia, ha il suo tessuto di narrazioni, la sua specificità e le sue differenze. E proprio nella ricchezza di queste storie, di queste trame e nelle sue stesse contraddizioni, risiede il suo potenziale creativo. Quello che vogliamo fare noi è un passo indietro, tornando a raccontare queste storie, i molteplici racconti di un luogo e dei suoi abitanti, senza sconti e senza fronzoli, ma anche per il piacere di intrattenere e di trasmettere. È forse inutile dire quanto sia pericoloso cristallizzare l’identità di un luogo all’interno di facili schemi interpretativi. Ed è inutile dire quanto sia banale e ridicolo il tentativo di collocare la Bolognina in questo genere di narrazioni.

Ciò che è evidente, invece, è che la definizione dell’identità dello spazio urbano è parte di un processo conflittuale che ridisegna continuamente i confini e la mappa di un quartiere. E’ attraverso questa lente che leggiamo l’identità di un luogo e la sua narrazione, ovvero come caratteri mobili e mai definiti una volta per tutte. Per questo crediamo che abbia senso mettere in movimento le arti urbane, intese come complesso di competenze e saperi – accessibili, appropriabili e trasformabili per definizione – e crediamo che sia necessario prendere seriamente la sfida della produzione culturale come meccanismo per innescare dinamiche collettive di ideazione e costruzione dello spazio. Per farlo dobbiamo quantomeno provare a tessere un nuovo linguaggio altamente traducibile, un linguaggio che si ricorda e ci ricorda della sua funzione primaria – quella di comunicare – e che, comunicando, riattiva energie rimaste sopite. La fotosintesi non è possibile, però, se non proviamo a superare la riproposizione nostalgica e rassicurante di linguaggi consumati, che male si adattano non solo alle sfide culturali, ma anche politiche, con cui dobbiamo confrontarci. Linguaggi costituiti da formule e codici rassicuranti proprio perché comodi nella propria statica indolenza, capaci di autolegittimarsi e autoriprodursi, come organismi autosufficienti.

Per queste ragioni per noi Baum è un albero impegnato in un processo di fotosintesi culturale. Un processo che è tutto tranne che comodo e confortevole, che è sicuramente in grado di guardarsi alle spalle e di riconoscere le strade che hanno portato soggetti diversi a ritrovarsi insieme allo stesso punto di partenza, ma che non è in grado di prevedere o di intuire precisamente che cosa accadrà un passo più avanti. Per fortuna.

BAUM – Bolognina Basement – On the Move – Bébert Edizioni – Corte Tre


Bolognina Basement

Bolognina Basement è una visione centralmente periferica sul presente, sulle produzioni culturali e su cosa significa fare cultura indipendente oggi in Italia. Illustrazione, cinema, fumetto, arti urbane, letteratura e musica sono il punto di partenza per raccontare le storie di persone, luoghi, territori e relazioni, per tracciare percorsi di lettura personali e collettivi.

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