Stato interessante: una conversazione con Alessandra Bruno
16 Ott 2014

Stato interessante: una conversazione con Alessandra Bruno

“Ero cosciente dei miei limiti fin da piccola. Ero cosciente della mia incapacità di essere multitasking da quando avevo cinque anni. Lo dissi a mia madre una volta che ero appena tornata a casa dopo aver giocato, sputai la gomma da masticare, gliela porsi e le dissi “Mamma per favore tienimi la gomma, adesso devo andare in bagno e non riesco a gestire entrambe le cose”. 

Jennifer Coolidge in No Kidding: Women Writers on Bypassing Parenthood

Ci sono donne che, pur avendo procreato, lavorano otto ore al giorno riuscendo addirittura ad avere una casa a prova di ufficio di igiene e, che Dio le abbia in gloria, fanno sport. Io no. Io, in tutta onestà, è un miracolo se non sono ancora finita sommersa dai rifiuti e se non mi sono trasformata in un blocchetto di grassi saturi. Una volta ero orgogliosissima perché pensavo di essere riuscita a far sopravvivere una pianta grassa per un anno, poi è caduta dalla mensola e si è sgonfiata, tipo palloncino. Figli? Figuriamoci, sicuramente mi dimenticherei di innaffiarli.

Epppoi un giorno quella tua amica delle medie con il profilo facebookdicoppiaconildoppionome inizia a postare foto del piccolo Leone Maria Glauco che si scaccola mentre fa il bagnetto e allora un pensiero te lo fai. Un figlio? Gesù – a parte il fatto che dovrei camparlo di muschi e licheni – mi viene un poco difficile immaginare di avere un essere umano in miniatura alle mie complete dipendenze per, se va di lusso, almeno diciotto anni. Solitamente quando esprimi queste perplessità in pubblico il discorso si conclude con qualcuno, magari un uomo, che con aria mistica ti dice: “Ma dai, vedrai che poi gli ormoni dell’amore incondizionato fanno il resto”. E tu pensi: “Si vabbeh, ma se alla fine salta fuori che c’ho gli ormoni difettosi?”.

Per fortuna di recente sono inciampata nel trailer di un documentario in progress che si chiama Stato interessante ed è stato confortante perché ci ho ritrovato donne (e uomini) che molto onestamente parlano di amore, di desideri tridimensionali e di nonni orfani di nipoti. Allora, spalleggiata dalla redazione di BB ho scritto alla regista, la splendiderrima Alessandra Bruno che, per coincidenza, si trovava proprio in zona. Qui sotto trovate la trascrizione delle chiacchiere che ci siamo fatte al settimo piano di un palazzo nel cuore della Bolognina, sotto il famigerato cielo bolognese, quello “espressivo come un blocco di ghisa sorda”:

Questa intervista è anche un po’ per Barbara e Simone, che ogni giorno mi insegnano che famiglia può voler dire tante, tantissime cose.

Ho notato che in questi giorni, anche sui social network, il trailer del documentario sta girando molto

Sì, è molto condiviso. Sul web è facile che le cose girino per inerzia e invece mi sembra che in questo caso ci sia una condivisione sostanziale, di contenuti, che poi è il motivo per cui l’ho fatto. E’ un argomento che ha bisogno di essere “confrontato”.

Poi secondo me hai toccato un tasto, hai aperto una voragine, guardando il trailer ho detto “Ma le ho pensate anche io queste cose”. È interessante che sia messo in questa forma di racconto corale o quasi fosse più una forma di autocoscienza. Qual è la spinta dietro il lavoro che stai portando avanti?

Si parla moltissimo di maternità e di non maternità, della scelta di fare figli o della scelta di non farne. C’è però quella fase, quell’interregno, in cui questo desiderio non è così chiaro, così netto e in cui una donna si pone di fronte alla questione in modo molto ambivalente. Se auna certa età i figli ancora non li hai fatti e stai andando verso un’età in cui forse non li farai più, la questione può diventare molto complicata ed è questa fase che mi interessava raccontare, perché è il momento in cui si creano i dubbi e si mettono in discussione cose che vengono generalmente considerate indiscutibili in quanto istintive, naturali. Questo momento di messa in discussione è secondo me uno “stato interessante” per quello che genera. A seconda di come lo risolvi o non lo risolvi, ti riposiziona rispetto a te stessa e ti dà una prospettiva diversa, su cosa vuoi, su quali sono i tuoi desideri.

Illustrazione di Isabelle Dalle

Illustrazione di Isabelle Dalle

Chi sono le persone che stai intervistando? In base a cosa le hai scelte (o loro hanno scelto te)? 

Un po’ e un po’, sono partita ovviamente dalle amiche e poi è stato tutto un po’ a scatole cinesi, per cui l’amica dell’amica dell’amica. Ho aperto una pagina facebook perché volevo caricare contenuti che venissero fuori subito e questa cosa ha suscitato un grande interesse per cui molte persone che non conoscevo mi hanno contattato col desiderio di raccontarsi. L’aver visto altre donne esporsi ha creato una fiducia che ha portato molte a dire: “parliamone”.

Ho incontrato tante donne, molto diverse fra loro: dalla precaria dell’università, alla scrittrice, alla commessa, alla pilota d’auto da corsa. Hanno tutte punti di vista molto diversi e vite molto diverse da cui si capisce che la maternità non è solo una questione di possibilità.

Tra l’altro non è sempre così facile portare un altro tipo di discorso, dipende anche da quello che si vede ogni giorno nei reality per esempio, ovvero la glorificazione della maternità come un momento meraviglioso nella vita di ogn donna, eccetera .

C’è una retorica enorme sulla maternità, quasi insopportabile, un’idealizzazione della donna/madre stile anni Cinquanta, devota, leziosa e irraggiungibile. E c’è anche una sopravvalutazione di tutto ciò che è considerato naturale. Una retorica che poi non corrisponde alla realtà perché se parli con le donne reali, che i figli li hanno fatti, a volte ti dicono “ lo butterei dalla finestra” e altre “lo adoro”, insomma sono piene di dubbi anche loro.

Forse in realtà anche l’Italia è uno “Stato interessante” : a livello di legislazione, di tutele o di accesso ai servizi una donna tende a sentirsi più “sola”.

In questo caso ho scelto di soffermarmi su come questa fase viene vissuta interiormente più che sull’aspetto sociale che apriva a tutta una serie di altre questioni, altrettanto importanti ed evidenti. Ho preferito parlare di quello che si scatena dentro o almeno provarci, perché non è facile e tante volte non è chiaro nemmeno alle donne stesse. Questi incontri sono stati molto importanti, hanno aperto a riflessioni che si sono create lì per lì, parlandone insieme.

Io credo, e magari mi sbaglio visto che mi baso solo sul trailer, che la forza di questo lavoro stia nel non ricadere nella dicotomia figli/non figli e soprattutto nel non presentare come alternativa lo stereotipo opposto a quello della madre e moglie di cui si parlava prima, ovvero quell’etichetta anni Ottanta della donna arrivista, cinica, a cui “non piacciono i bambini”. Una figura altrettanto piatta e con poco spessore.

È proprio così. Non esistono due schieramenti contrapposti. Non è che quelle che scelgono di fare figli sono meno libere, perché ci sono donne fighissime che li hanno fatti e che continuano a fare quello che facevano prima. Dipende dalla tua vita, da come è andata, e a volte dalla distrazione, non è sempre una scelta, anzi devo dire che non lo è quasi mai, in entrambi i casi. E’ la vita che a volte ti distrae, ti porta da una parte invece che da un’altra, ti sovrasta e non riesci a focalizzare. Ora, se è perché non provi abbastanza desiderio, se perché non hai un istinto così forte, io questo non lo so, ed è proprio di questo che parla il documentario. E’ un punto di domanda che probabilmente rimane e le donne sono in grado di assumere su di sé questioni aperte, di conviverci e trasformarle, poi la vita va avanti.

Illustrazione di Isabelle Dalle

Illustrazione di Isabelle Dalle

Come ti stai muovendo per finanziarlo?

Sono partita da sola. In genere dovrebbe funzionare che hai un’idea, scrivi un progetto e lo proponi. Normalmente tutti ti dicono: “Non ho soldi” e quindi tu ti metti ad aspettare che si presenti l’occasione giusta. Tutto questo può durare molto tempo ma io non potevo aspettare, per me era una cosa che andava fatta ora, per la mia età e perché tra due anni non tratterei questo argomento nello stesso modo.

Quindi non sei passata dal crowdfunding?

Non ho fatto crowdfunding perché non volevo si creassero fraintendimenti. Ho usato il web per coinvolgere le donne a partecipare se poi fosse diventata anche una ricerca di soldi mi sarei sentita a disagio, eticamente disonesta. Quindi ho deciso di non farlo.

Nel trailer c’è un frangente molto interessante in cui si parla di fertilità sociale e fertilità biologica e su questo ovviamente si aprono molte altre questioni.

L’età biologica è quella, quella è sempre stata e quella sempre sarà. Ora è chiaro che ci sono tecniche di fecondazione assistita che spostano un po’ in avanti le possibilità ma questo implica percorsi non semplici che non tutte sono disposte a fare. L’età biologica resta un limite ma non sempre corrisponde all’età sociale, all’immagine che la società ti restituisce di te. Ormai puoi avere una percezione di te “giovane” fino quasi a cinquant’anni e questo influisce moltissimo perché a quarant’anni ti senti come una di trenta, perché il lavoro arriva tardi, la casa arriva tardi, tutta la tua vita da adulto è posticipata. Ma mentre tutto il resto può aspettare, i figli no e questo genera situazioni molto difficili da affrontare, soprattutto per quelle donne che la maternità l’hanno sempre desiderata.

Non racconti solo storie di donne eterosessuali.

Il desiderio di avere un figlio prescinde totalmente dall’orientamento sessuale, sia per le donne che per gli uomini, e va incontro allo stesso tipo di conflitti interiori e di dubbi. Se poi lo si vuole realizzare, ci vuole molto più coraggio e tenacia.

Grazie a L. per l’aiuto con l’intervista.

 


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