House of Cards |la serie dagli esiti post-dalemiani
17 Mar 2014

House of Cards |la serie dagli esiti post-dalemiani

 

Avvertenze: questo articolo contiene consistenti tracce di spoiler. Pertanto, se ne consiglia la somministrazione lontano dai pasti e solo dopo aver visto la puntata 2×02. Nel caso non si seguissero queste indicazioni, si invitano i lettori a rivolgersi subito al barista di fiducia: il bere prolungato aiuterà a dimenticare ogni traccia di spoiler. E la macchina in doppia fila.

PS. Papà, “spoiler” significa che questo articolo contiene anticipazioni sulla serie, quindi non leggerlo ché altrimenti devi andare al bar e poi ci “fanno” la macchina in doppia fila!

PSS. Ammetto di aver inserito le avvertenze anche per non diventare un demone di Zerocalcare.

“Sono ad un passo dalla presidenza e senza neanche un singolo voto. La democrazia è troppo sopravvalutata”. Sì, è la frase di un noto esponente del Partito Democratico. No, non è Renzi che, come ben saprete, non è mica diventato vice di Letta ma addirittura Presidente del Consiglio. Qui, però, stiamo parlando delle parole pronunciate da un politico di ben altra caratura (no, non da D’alema, fatemi finì!): si tratta delle parole pronunciate da un neo-eletto vice-Presidente degli Stati Uniti Frank Underwood, protagonista della serie House of Cards, e interpretato da uno straordinario Kevin Spacey.

Kevin Spacey nei panni di Frank Underwood nella serie House of Cards

Kevin Spacey nei panni di Frank Underwood nella serie House of Cards

Per chi non avesse seguito le avvertenze, House of Cards è una serie della Netflix, un thriller politico ambientato tra le stanze del Congresso Usa e la Casa Bianca, una fitta immersione nelle trame nascoste della politica e del potere. Eppure sarebbe sbagliato ridurre House of Cards alla stregua di una semplicistica narrazione degli intrighi di palazzo o, peggio ancora, vederlo come una denuncia della corruzione della casta. Non è, insomma, una serie per grillini.

Del thriller politico, invece, ne conserva la complessità architettonica: il ritmo serrato, i colpi di scena, un mosaico di verità da svelare, ma, soprattutto, una tensione sincopata che lega le puntate tra di loro in un’unica grande nota. Il risultato è una composizione mozzafiato dagli esiti post-dalemiani.

Ma per comprendere meglio questa bizzarra definizione, sarà bene addentrarsi in una piccola ricostruzione genealogica della serie. Consideratelo pure come un percorso necessario per analizzarne il linguaggio, la potenza dei personaggi, e giungere poi alla concettualizzazione proposta. Quello che propongo, in sintesi, è di guardare House of Cards con le lenti dell’attualità politica italiana per non guardare più House of Cards con le lenti dell’attualità politica italiana. (questa frase l’ho scritta per Marzullo, sono un suo grande ammiratore <3)

Cominciamo con il primo elemento che vorrei segnalare: in questa serie non ci sono tette (o molte poche), sparatorie, alieni, gangster, zombi, o effetti speciali in 3D. Non attribuisco a questo un demerito pur essendo un appassionato delle cose appena elencate. Sto solo facendo il solito discorso su quanto, a volte, con una sceneggiatura ben scritta, un cast di tutto rispetto, una regia sapiente, un soggetto scelto oculatamente, si possa sopperire alla mancanza di quegli elementi divenuti i capisaldi delle serie tv. E grazie al cazzo!

L’altro grande merito, però, va attribuito proprio alla Netflix, la casa di produzione che ha pensato la serie non per i mercati televisivi e delle grandi sale, ma strizzando l’occhio proprio a quel terzo mercato rappresentato dalle odiate visioni in streaming. Non è un caso, allora, che la serie, in Usa, sia scaricabile gratuitamente. It’s the economy, stupid!, è la frase che pare riecheggiare nella scelta della Netflix. Anche qui, comunque, è necessario un parallelo con la politica italiana.

Da noi in streaming, e gratuitamente, ci siamo beccati un confronto tra Renzi e Grillo.

Ma lasciamo stare le comparse della storia. Passiamo, piuttosto, ai protagonisti di House of Cards e a una storia molto più entusiasmante. Come già accennato, il protagonista è Frank Underwood,  un Kevin Spacey giustamente definito un “sociopatico definitivo” da Rivista Studio. Anche la presenza di un attore di questo calibro la dice lunga su quanto siano cambiati i tempi, perché fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile avere un due volte premio oscar in una serie tv. O peggio ancora in una serie streaming.

Le qualità di Kevin Spacey sono state quindi già ampiamente riconosciute in altra sede. Ciò che stupisce, allora, non è la sua abilità nell’impersonare il complicato ruolo di un cane da guardia del congresso, un uomo senza scrupoli, un freddo stratega. Al contrario, la faccenda è resa più complicata proprio dal fatto che queste caratteristiche vengano continuamente smorzate dal suo essere emotivamente coinvolto nelle vicende che attraversa. Frank è passionale nell’inseguire le sue prede quanto abile nel calcolarne le mosse. E’ capace di essere un vero amico per far rinascere dalle ceneri dell’alcolismo il deputato Peter Russo, quanto bravo nel decretarne la fine. E’ capace di ammaestrare una giovane ed intraprendente giornalista come Zoe Barnes quanto freddo nell’usarla per i suoi scopi e poi liberarsene. Frank è, insomma, un Machiavelli individualista che antepone il suo carnivoro interesse politico ad ogni seppur minimo residuo morale.

Fin qui tutto normale e ordinario. O troppo italiano si potrebbe far notare. Non fosse, però, che Frank non si limita a questo. La potenza narrativa di House of Cards è determinata probabilmente da almeno altri due fattori. Il primo è rappresentato dalla complicità che il protagonista crea con il pubblico: Frank si rivolge direttamente alla camera spiegando il suo pensiero, anticipando a volte le sue mosse, altre sfogandosi per qualcosa che lo infastidisce. Sembra voler frantumare i vetri dello schermo per trascinare tutti nel suo mondo, farci diventare tutti responsabili di quanto sta accadendo per poi rendere ridicola ogni nostra remora etica: Frank fa quello che va fatto, non quello che è giusto. E’ un politico che si rivolge a noi in maniera insolita, schietto e disincantato, ma soprattutto lo fa senza intermediari. La sua inesauribile fonte di aforismi gli permette, inoltre, di condensare il suo pensiero in immagini dall’effetto dirompente, di sicuro uno degli assoluti elementi di forza della sceneggiatura oltre che del vocabolario del protagonista.

“Amo quella donna come gli squali amano il sangue”. Questo aforisma ci introduce ad un altro fattore importante: Claire Underwood, la moglie di Frank. Interpretata da Robin Wright (la Jenny di Forrest Gump), Claire è l’altro grande protagonista di questa serie, l’antitesi di ogni discorso circa una presunta naturalità della sensibilità femminile: è cinica e spietata al pari del marito. Se non di più. La simbiosi con il marito è piegata ad un solo scopo, ovvero conseguire il “nostro progetto”. Non si tratta evidentemente di alcun progetto di vita famigliare, l’obiettivo è di arrivare al gradino più alto della Casa Bianca a qualsiasi costo, con qualsiasi mezzo.

Frank e Claire Underwood di House of Cards

i coniugi Underwood, Frank e Claire, protagonisti della serie

La strada per Frank e Claire non è però così semplice. Non a caso la prima stagione si apre con un fallimento: la non elezione di Frank a Segretario di Stato. E’ bene notare, però, che è da questo episodio fallimentare che prenderà il via una lenta e predeterminata strategia di vendetta che li vedrà entrambi impegnati su più fronti, entrambi con ostacoli diversi da superare. O meglio da abbattere. L’auto-disciplina che guida Claire è qui il vero argine delle passioni di Frank, il vero canale capace di dirottare l’odio sanguigno e primordiale del marito verso una pianificazione attenta e razionale della vendetta. Non mancano, d’altro canto, dei cedimenti se vogliamo “umani” per entrambi.

Tra il finire della prima stagione e l’inizio della seconda, infatti, i coniugi Underwood sembrano destinati ad essere inghiottiti dalle passioni che li animano. Eppure non va così. Le debolezze di Frank e Claire vengono non solo superate, ma diventano la chiave di volta della narrazione. Entrambi, infatti, cancellano le loro rispettive minacce in maniera esemplare, divenendo più forti di prima. Frank si  sbarazza di Peter Russo e Zoe Barnes perché per coloro che puntano all’apice della catena alimentare non può esserci pietà. C’è solo una regola: caccia o verrai cacciato; Claire si libera della relazione con l’amico fotografo ma soprattutto mette alle corde la sua dipendente Gillian Cole, ed elimina, così, ogni debolezza rappresentata dal desiderio materno.

L'ombra di D'alema

L’ombra di D’Alema

Pensavate mi fossi dimenticato di voi? Vi starete domandando cosa c’entra tutto ciò con la definizione post-dalemiana indicata agli inizi. Bene. Avete ragione, ora vi spiego tutto. Affrontiamo, allora, la concezione del potere e della strategia in Frank e in Massimino. Stabiliamo, prima di tutto, che Frank non può essere accostato a Berlusconi, Andreotti, o Cossiga, per ragioni che non posso stare qui a spiegarvi. Né ad altri strateghi come De Mita: Frank usa sì il clientelismo ma il suo potere non si esaurisce in questo. La vera concezione del potere in Frank è invece costruita proprio in opposizione al potere sociale del denaro (faccio uso di quest’ultimo nei termini indicati da Marx).

E’ su questo punto allora che possiamo notare le differenze: Frank considera uno stupido chi pensa che il potere equivalga al denaro o al possedere uno yacht. Non è un caso che si scontri frontalmente con Remy e, soprattutto, con la sua vera controparte, Raymond Tusk, il miliardario magnate dell’energia, che controlla il Presidente degli Stati Uniti Usa come fosse un burattino. Frank, ormai vice-presidente, pianifica ogni passo per ristabilire il monopolio del potere statale ed elimina ogni possibile interferenza tra lui e il Presidente, allontanandolo tanto dalle influenze di Tusk, quanto da quelle della stessa first lady.

La politica di Frank è quindi volta a stabilire un potere statale di stampo schmittiano (esemplare il ricorso all’emergenza, allo stato d’eccezione), dove il potere sociale del denaro è ampiamente assecondato alle decisioni della politica. Non tenta alcuna scalata all’Unipol, insomma. Né vuole comprarsi uno yacht. Ma soprattutto non subordina la sua politica ad alcun piano idealistico: Frank fa tutto questo per il potere in sé. Massimino no. Massimino non si rivolge mai alla telecamera per parlare con il suo pubblico, ovvero il proletariato. Mai! 

Anche Massimino, però, è pronto a sacrificare Bersani che interpreta il Peter Russo di turno. E sì, anche Massimino mette insieme dei piccoli tasselli che compongono una strategia generale per la conquista del potere. Ma tutti sappiamo, nel profondo, che verrà il giorno in cui Massimino prenderà il potere e anche lui si rivolgerà direttamente al pubblico, proprio come fa Frank. E sarà in quel giorno che proclamerà finalmente, senza distinzioni tra tv, cinema, e streaming, il comunismo!!! Frank no. Frank non è guidato da alcun ideale e si accontenta di un potere fine a se stesso. E’ in questo senso, quindi, che possiamo definirlo post-ideologico e post-dalemiano.

La cosa che abbiamo imparato da tutto ciò, in sintesi, è che non bisogna contemplare i dettagli se non come parte di una strategia complessiva. Altrimenti, anche facendo ricorso ai potenti mezzi della scienza, non potremmo mai spiegarci Renzi.

Non temete, insomma: Massimino has a masterplan!


Marco Pignatiello

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