Escher a Bologna: 4 (s)punti per non mandare in loop il cervello
11 Mar 2015

Escher a Bologna: 4 (s)punti per non mandare in loop il cervello

Il 12 marzo a Palazzo Albergati si aprirà la mostra di Maurits Cornelis Escher: un’esposizione di 150 opere del noto e da-tutti-amato artista olandese, curata da Marco Bussagli e prodotta da Arthemisia group. Le incisioni di Escher sono le classiche opere che ti mandano in pappa il cervello e creano scompensi imprevedibili, per questo dovreste andare tutti a vederle, a partire proprio da te, ragazza dall’orecchino di perla.

Dopo questa inutile premessa e confidando che seguiate il gentile invito, ecco quattro (s)punti di riflessione che possono tornare utili per prepararvi alla mostra, tutti ripresi e trasformati in pilloline da Gödel, Escher, Bach. Un’eterna ghirlanda brillante (Adelphi, 1984), un libro molto grosso e spaventoso, scritto dal filosofo della mente Douglas Hofstadter. Il saggio è molto complesso e tocca questioni ben più ampie (infinite direi) ma in questo caso mi limito (perché sì, nei confronti del povero Douglas è un’azione assai limitante e meschina) a riprendere gli aspetti che riguardano il soggetto della mostra (scusa ancora Doug, magari un giorno finirai nella neocategoria Pipponi).

  • Perché rimaniamo tanto impressionati dalle opere di Escher?

Secondo Hofstadter, il motivo sta nel fatto che esse sono una rappresentazione emblematica del concetto di “Strano Anello” all’interno delle arti figurative. Gollum non c’entra, perché questo concetto indica l’autoreferenzialità, il paradosso, il concetto di infinito (“un anello, infatti, non è proprio un modo per rappresentare un processo senza fine in modo finito?”): è “strano” perché non è risolvibile, sono le scale che non sai se stai scendendo o salendo, o due mani che si disegnano a vicenda. D’accordo, fin qui nulla di nuovo. Un dato meno noto e altrettanto interessante riguarda l’aver visto un’anticipazione di questo Strano Anello nella musica di Bach, per esempio quando il compositore intreccia un unico tema in se stesso, per svilupparlo contemporaneamente avanti e indietro (o quando, nella medesima modalità, due voci complementari si armonizzano).

Alla base di tutto, ci sono la matematica e i teoremi di Incompletezza di Kurt Gödel, che aprono un baratro incolmabile non solo sul piano scientifico ma anche su quello filosofico, perché, attraverso la loro teorizzazione, si ricorre al ragionamento matematico per smontare il ragionamento matematico stesso.

Drawing Hands @ C. M. Escher

Drawing Hands @ M. C. Escher

  • Dall’infinito all’impossibile. Cosa succede a livello percettivo?

Essendo rappresentazioni dell’infinito, le opere escheriane risultano sostanzialmente impossibili per noi poveri esserini finiti e mentalmente limitati. Per questo, quando guardiamo un qualsiasi suo disegno, la nostra mente tenta di capirlo concentrando la percezione visiva su “isole di certezza” sulle quali si basa l’intera interpretazione. L’esempio proposto nel saggio riguarda Relatività: le scale sono ovviamente il punto di riferimento e, una volta identificate come isole, non è più possibile tornare indietro e cercare di reinterpretare l’immagine a partire dagli altri elementi presenti. Da qui, il cervello in pappa, che si trova alle prese con un’idea di mondo inconciliabile con quella reale.

Relativity

Relativity @ M. C. Escher

  • Trova le differenze, pt. 1: piano o spaziale

 Secondo Escher, lo spazio reale può essere solo tridimensionale: “il bidimensionale è fittizio esattamente quanto il quadrimensionale, poiché nulla è piatto, neppure lo specchio più finemente levigato”. D’altra parte, anche questa è una questione di antica data che forse inizia ancor prima della rivoluzione prospettica rinascimentale. L’artista si chiede, così, come fare a rifuggire l’illusione dello spazio piano e da qui nascono gli studi su Il Drago. Neanche l’acuta mente escheriana ce la fa: nonostante piegamenti di carta, incisioni e quant’altro, bisogna riconoscere l’impossibilità di rendere l’essenza della tridimensionalità: “Questo drago è una bestia ostinata e, a dispetto delle sue dimensioni, s’intestardisce nel credere di averne tre”.

Dragon @ C. M. Escher

Dragon @ M. C. Escher

  • Trova le differenze, pt. 2: Escher e lo zen.

Abbiamo tutti presente il simbolo del Tao, ma scommetto che non vi siete ancora accorti quanto questo assomigli ad un’incisione come Day and Night. La filosofia zen non fa altro che opporsi al concetto di dualismo, alla categorizzazione che taglia in due metà inconciliabili il mondo: la percezione è alla radice del problema, perché determina una distanza tra chi percepisce e l’oggetto percepito. Si parla, quindi, di trascendenza del dualismo, secondo il quale il giorno è la notte, il bianco è il nero, ogni cosa è ed incorpora il suo opposto.

Day and Night @ M. C. Escher

Day and Night @ M. C. Escher

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Detto ciò, fate tesoro dell’arte del paradosso e approcciatevi con karma alle opere esposte, perché forse solo nella filosofia zen sta il trucco che vi permette di non finire in un corto circuito.


(senza fonte)

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