Di infanzie comuniste e Dirty Dancing: crescere negli anni ’90
27 Nov 2014

Di infanzie comuniste e Dirty Dancing: crescere negli anni ’90

1963: L’America stava per perdere la sua innocenza, Baby stava per perdere la sua verginità (cit. dalla locandina del film) 

Di recente mi sono guardata dentro e mi sono chiesta come ho fatto a diventare la donna forte, emancipata e sicura di se stessa che sono oggi. E niente insomma…la risposta è Dirty Dancing. Ho pensato che non potevo esimermi dal trasmettere gli insegnamenti di vita che ho tratto dalla prolungata visione di questo capolavoro della cinematografia mondiale, castamente tradotto in Balli “proibiti” dai censori italioti.

Premessa: i miei hanno fatto fatica a riprendersi dopo la caduta del Muro. Ciò significa che fino al duemilaedddue-duemilaettre abbiamo guardato con sospetto ogni innovazione tecnologica in quanto strumento del capitale orientato alla corruzione delle giovani menti, e nello specifico della mia. Ne consegue che a tutt’oggi abbiamo una sola tivvù (però piatta eh) che si guarda tuttiinsieme; il videoregistratore l’abbiamo comprato solamente due anni prima che uscisse sull’ahinoi libero mercato il lettore dvd. A merenda, quando tutti sgranocchiavano Fonzies e paninialprosciutto, io esibivo mestamente i miei crackers integrali Galbusera. Ne consegue che oggi, alla soglia dei trent’anni, ho un livello di colesterolo che manco Giuliano Ferrara e mi è rimasta un’insana passione per le patatine in sacchetto gusto glutammato e per gli  orsetti di gomma fatti con la gelatina di maiale. Comunque, a scuola ero tagliata fuori da tutto semplicemente perché a casa mia Mediaset non si guardava (tranne BimBumBam), da me si vedevano solo “i nostri” canali: Rai Uno, Rai Due e ovviamente Rai Tre. Mi perdevo quindi tutti i programmi più divertenti e socializzabili, anche se, a onor del vero, devo ammettere che ero sempre sul pezzo per quanto riguarda la scena politica: alla tenera età di nove anni padroneggiavo già il termine “scendere in campo”, e non nella sua accezione calcistica originaria.

Praticamente ero una super loser finché quella Santa Signora che mi teneva d’occhio mentre i miei lavoravano, mi aprì le porte della commedia romantica, della rivincita delle sorelle minori sfigate e delle struggenti tempeste ormonali. In altre parole: Dirty Dancing. Gli amori conclamati della mia infanzia sono tre: il principe Eric della Sirenetta e la sua monodentatura scintillante, Atreiu della Storia Infinita con l’accenno di baffo da guerriero e poi lui: Patrick Muscologuizzante Swayze aka Johnny Castle. Fino a quel fatidico pomeriggio dell’anno scolastico 1993/1994 per me esistevano solo le Seven Fighters, Mila Azuki e la speranza che urlando Attack! la mia palla prendesse una forma ovoidale infiammandosi (purtroppo, se ve lo state chiedendo, non è mai successo).

Eric, Atreiu, Johnny

Eric, Atreiu e Artax, Johnny

Ma poi ecco che arriva la storia di Frances “Baby” Hausman, rampolla borghesemente illuminata pro-pace nel mondo, e del suo amore per Johnny Castle – tocco di sgnacchero proletario che fa ballare il cha cha cha (e gli ormoni) alle signore attempate. Baby vuole studiare economia con l’obiettivo di entrare nel Peace Corps, non a caso Frances è il nome della prima donna nominata per il U.S. Cabinet: melensaggini in salsa yankee come piace a noi. Il resto è una storia di rivincita attraverso la danza, che parla dell’eterno scontro tra ricchi e poveri, condito da una colonna sonora che spacca il culo.

Prima di illustrarvi i punti salienti del film, ci terrei a fare una piccola, ma importante precisazione: Dirty Dancing si guarda e si riguarda, ma mai in streaming. Dirty Dancing si può vedere solo in centoquattordicesima visione su Italia Uno il 23 di luglio alle 20.40, dopo che ti arriva un bravo messaggio di avviso dalla tua amica Edelfa che sta in vacanza dalla zia in Valtellina e quindi non fa altro che cercare di regolare la parabola per prendere un segnale di vita: “Oh, c’è Dirti Densing in tivvù”:

Baby: Era l’estate del 1963, tutti mi chiamavano ancora Baby e a me non dispiaceva affatto. Questo era prima che uccidessero Kennedy, prima dei Beatles, quando credevo nell’impegno civile e soprattutto quando non avrei mai pensato che al mondo potesse esistere un altro uomo oltre a mio padre

Qui abbiamo una precisazione edipica fondamentale per una storia coming of age come si deve. L’incipit traccia infatti il confine tra un “prima” ovattato e pandizuccheroso e un “dopo” maturo e sessuato.

Johnny: Ciao cugino. E Lei che ci fa qui?/Billy: È venuta con me, mi ha aiutato/Baby: Ho portato un cocomero. Che cosa stupida ho detto… “Ho portato un cocomero”!

Chi di noi, piccole adolescenti goffe, non ha mai detto una stupidaggine di fronte all’oggetto dei sogni proibiti? Anche se nel vostro, e nel mio, caso specifico si trattava probabilmente di Chevin, il compagno di banco con la voce ora stridente, ora profonda, ora stridente, ora profonda.

Devi ascoltare il tuo cuore…TUTUM..TUTUM..TUTUM..

Lezioni di danza e di emozioni per principianti imbranate, ma con il senso del ritmo. E poi parte questo pezzo dall’evocativo titolo “Occhi affamati”. E va beh, ciao.

Baby: Io ho paura di tutto… Di quello che sono, di quello che faccio, di quello che dico e, soprattutto ho paura che se me ne vado da questa stanza non proverò mai più quello che sto provando adesso… adesso che sono qui con te…

Abbiamo qui una giovane donna cosciente dei propri desideri che, nonostante le insicurezze, ci prova col ballerino strafigo e ce la fa. Cuori palpitanti di imberbi sbarbe che battono all’unisono, unitevi! Parte il limone duro e si intravede una mezza chiappa di quel bronzo del Gionni.

Baby (al padre): Mi hai sempre detto che siamo tutti uguali e con gli stessi diritti ma ti riferivi a quelli come te. Mi dispiace di averti deluso, di averti dato un dolore ma anche tu ne hai dato uno a me.

Lacrimuccia per spaccato familiare conflittuale, ma pur sempre rispettoso: figlia afferma la propria identità distinta da quella del padre, svelandone l’ipocrisia piccoloborghese, tié. 

Johnny: Nessuno può mettere Baby in un angolo.

MyMovies mi informa che questa è la “Frase scelta da 1500 addetti ai lavori dell’American Film Institute come la numero 98 tra le 100 migliori citazioni cinematografiche di tutti i tempi tratte da film di produzione USA”. Il che mi sembra francamente un pochino svilente per questa citazione che esprime un condensato di amore e stereotipi da maschio alfa che salva la sua femmina. Ma d’altra parte mi rendo conto che quella sciacquetta di Rossella O’Hara con il suo “Domani è un altro giorno” rappresenta un precedente importante.

Johnny: Di solito ho sempre chiuso io lo spettacolo. Quest’anno volevano impedirmelo, ma ho deciso di ballare ugualmente, con una nuova compagna. Che è una grande ballerina, ma che soprattutto mi ha insegnato che nella vita bisogna difendere gli altri senza preoccuparsi delle conseguenze. Grazie a lei ho capito… che tipo di persona voglio diventare. Parlo di Frances Houseman. 

E poi lei balla e fa il SALTO, signore mie, il SALTO: metafora di fiducia nell’ammmore eterno. Non riprovateci a casa perché è probabile che vi schiantiate rovinosamente al suolo, potete comunque esercitarvi al mare con vostra cugina Marietta, se vi sembra che abbia braccia forti.

Lacrime, applausi, sipario.

P.S. Mamma, Papà: se mi sono iscritta a scienze politiche non è a causa dei De André e dei Guccini sparati nella culla, bensì del messaggio di uguaglianza trasmessomi da Dirty Dancing, sia chiaro.

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