La cultura hip hop e l’educazione non formale: intervista al rapper Kyodo
29 Mar 2016

La cultura hip hop e l’educazione non formale: intervista al rapper Kyodo

Bolognina Basement ha incontrato Manuel Simoncini, in arte Kyodo, ex membro della crew bolognese hip hop Fuoco negli Occhi.

Kyodo non è conosciuto solo come rapper, ma anche per aver contribuito a diffondere la cultura hip hop e ad utilizzare il rap come “strumento didattico”. Gli abbiamo chiesto di spiegarci cosa è per lui il movimento delle quattro discipline e come ha pensato di promuoverlo negli anni, fino a realizzare dei veri e propri laboratori con lo scopo di aggregazione e di creazione di momenti in cui, oltre alla messa in pratica delle proprie passioni, si apprende in maniera non formale.

Ciao Manuel, innanzitutto vorrei chiederti la tua definizione personale di hip hop e cosa rappresenta per te questa cultura.

Mi concentrerò sul comunicare cosa ha rappresentato e cosa rappresenta ora l’hip hop nella mia vita. È stato uno strumento risolutivo per la mia evoluzione personale, un momento di riflessione ma anche di evasione; una valvola di sfogo che mi ha permesso di dare un senso positivo alle situazioni difficili. E’ stato motivo di riscatto e di un forte senso di appartenenza che da un lato ha creato momenti utili al confronto e all’interpretazione della realtà, mentre dall’altro ha rischiato di essere un pretesto per chiudermi in me stesso.

L’hip hop può essere anche uno strumento e come tale può essere un libero veicolo di espressione, ma può rischiare di dipingere contesti fortemente omologanti. All’interno di una scena che asserisce “Peace, love, unity and having fun” crescono realtà in grado di influenzare il panorama musicale globale, opportunità di aggregazione e risoluzione dei conflitti, ma anche gerarchie, lotte per la supremazia, ansie da prestazione, stereotipi anti culturali. Purtroppo l’ambiente hip hop può divenire incredibilmente settario.

Quando hai iniziato i tuoi primi laboratori hip hop? Quando hai realizzato che il rap poteva essere un mezzo utile a sviluppare nuove forme di educazione?

L’hip hop è l’interfaccia che mi permette di esprimere artisticamente il genere di riflessioni che ti raccontavo prima, è lo strumento educativo che, attraverso l’intrattenimento, mi permette di arrivare ai ragazzi che partecipano ai miei laboratori e comunicare con loro. Da qui possiamo iniziare a parlare di edu-entertainament.

Sinceramente non avrei mai pensato di utilizzare l’arte dell’MC [Maestro di Cerimonia] in campo educativo-laboratoriale. Se me l’avessero detto a 18 anni non ci avrei creduto. Penso che se mi fossi prefissato di diventare un artista, fossilizzandomi nell’incarnare il modello del rapper proposto dal sistema che mi circonda, non sarei stato aperto al nuovo e non mi sarei nemmeno accorto di questa grande possibilità.

Come ho iniziato? Dopo aver fatto il servizio civile durante il quale organizzavo pomeriggi e serate di Open Mic [“Microfono Aperto”] con Dj Drogs, Brain ed altri, ho continuato ad essere coinvolto in iniziative di carattere sociale. Nel 2009 assieme ad alcuni educatori ho curato l’aspetto musicale di un cartone animato realizzato da adolescenti in più parti del mondo, Cartoon News, aiutandoli a comporre un brano e registrarlo assieme a loro.

In quel periodo lavoravo in magazzino e non pensavo che iniziative di questo genere mi avrebbero fatto cambiare stile di vita. Già sapevo che Mastino aveva gestito un laboratorio hip hop all’istituto tecnico Aldini Valeriani con ottimi riscontri, nel 2010 ho aiutato Gianni Kg a tenere un workshop alle scuole Fioravanti; in seguito ho preso così tanti contatti per organizzare laboratori finché nel 2012 sono stato assunto come educatore socio-culturale. Così, oltre ai Laboratori Hip Hop Philosophy, ho iniziato a lavorare in scuole, centri giovanili, prevenzione e informativa sulle dipendenze.

Ora sono iscritto all’università per avere il cosiddetto “titolo” dato che col passare del tempo risulta necessario. Inoltre mi sembrava importante integrare l’esperienza sul campo con la formazione accademica. Reputo interessante l’esperienza universitaria, mi fornisce numerosi spunti e metodi di lavoro, anche se talvolta risulta eccessivamente teorica.

Dopo le prime esperienze, hai pensato di dotare i tuoi laboratori di una struttura o di una metodologia? Cosa è cambiato rispetto ai primi anni in cui ti sei approcciato al mondo hip hop?

Idealmente cerco di seguire determinati passi in modo che le attività siano così organizzate: viene spiegato il percorso di questo movimento dagli anni ’70 ad oggi per capire il suo ruolo nella storia contemporanea; seguono in genere esercitazioni pratiche di improvvisazione in rima, conosciute generalmente come freestyle.  Successivamente si passa alla scrittura, ci si concentra sull’aspetto metrico, ritmico e musicale e si discute sul tema del brano e sull’arte in genere. Mi capita anche di invitare ospiti specializzati nelle altre discipline (djing, b-boying, writing, beatboxing, beatmaking – se vogliamo sono sei e non quattro!). Quando la canzone è completa viene registrata e mixata ed eventualmente si gira il videoclip del brano realizzato durante il percorso. Infine si può preparare anche un live show a fine corso.

Inoltre il percorso laboratoriale è composto da un ciclo di varie fasi e ognuna delle fasi viene affrontata a livello collettivo (spiegando l’aspetto storico-sociale) e a livello personale (affrontando il lato teorico, pratico e intimo di ogni aspirante MC). Ovviamente non è quasi mai possibile un percorso così completo. In base alle ore che mi vengono date a disposizione cerco di adattare l’iter per raggiungere un risultato finale tangibile.

Cos’è cambiato da quando ho iniziato? Sicuramente gli adolescenti che partecipano ai workshop hanno minore capacità di concentrazione e carenza di attenzione riguardo gli aspetti teorici. Questo mi ha portato a focalizzarmi sempre più sulle sessioni pratiche e ad utilizzare maggiormente strumenti video. Il fenomeno scaturisce dall’utilizzo intensivo e precoce delle nuove tecnologie. Alcuni ragazzi risultano dipendenti dall’uso di Smartphone e Social Network a tal punto che in certe situazioni sono costretto a vietarne l’utilizzo, mentre in altre circostanze mi avvalgo di questi strumenti per aumentarne il coinvolgimento.

Quali sono i vantaggi e quali i punti critici dell’uso del rap nella didattica?

La “didattica rap” ha vari vantaggi: aiuta l’apprendimento e il perfezionamento del linguaggio, stimola l’immaginazione e mette nelle condizioni di confrontarsi positivamente con gli altri. L’auto narrazione è uno strumento importantissimo per sviluppare l’osservazione e lo sguardo critico sull’ambiente circostante. Ma se viene a mancare un momento di analisi e una disposizione a sviluppare queste caratteristiche c’è il rischio di formare identità inautentiche, interfacce nate per affrontare ciò che ci circonda in maniera stereotipata. Questo processo sembra alleviare le sofferenze e i disagi nell’ambito delle relazioni, ma rischia di far scivolare il narratore nell’identificazione in un personaggio che non è altro che un costrutto culturale assimilato dall’esterno.


Aniska Esse

Control freak con una vita dedicata al teatro. Scrive. Legge. Ama l'hip hop. Accumula cose. Ha sempre la valigia pronta. Si perde nella rete ma si ritrova sempre.

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