Classici sconsigliati per l’estate: il viaggio in mare
26 Giu 2015

Classici sconsigliati per l’estate: il viaggio in mare

Assurdo: arriva l’estate e tutti vogliono andare al mare a solleticarsi le ascelle. Accettando silenziosamente questo incomprensibile desiderio, a voi amanti della sabbia nelle mutande e del COCOBELO, sconsigliamo 3 classiconi a sfondo marino, perché in fondo la letteratura è iniziata proprio con le peregrinazioni nautiche di un uomo alla ricerca della via di casa – o, per lo meno, è quello che ci hanno sempre voluto far credere.

Non si parla di vacanze “da sciogno” tipo Costa Crociere e altre cose divertenti da non far mai (più), ma piuttosto di viaggi della speranza costantemente a rischio naufragio. State, quindi, ben ancorati al vostro asciugamano e non scordatevi di spalmarvi la crema, ché prendere il sole fa male.

(Foto di copertina: illustrazione di Matt Kish)

 

  • HERMAN MELVILLE, Moby Dick

moby

Sì, vi è morte in questa faccenda di caccia alle balene…

L’impacchettamento indicibilmente rapido e caotico d’un uomo per l’Eternità.

Dritto per dritto da Odisseo al capitano Ahab: questa è epica moderna[1], un romanzo costellato di riferimenti biblici e shakespeariani, e di divagazioni enciclopediche grazie alle quali scopriamo tutte le cose che avreste voluto sapere sugli spermaceti[2] e che nessuno (molto stranamente) non vi ha detto mai. Se non amate gli spiegoni, non vi preoccupate perché quel cuore di burro di Ismale risulta in ogni caso un ottimo compagno di viaggio, non solo un appassionato narratore, ma anche un fine osservatore dell’animo umano, così che attraverso il  suo sguardo veniamo a conoscenza del verace equipaggio imbarcato sul Pequod. Di certo anche voi vi innamorerete di Queequeg, l’amichetto del cuore di Ismaele, il “George Washington ampliato cannibalescamente” che fa cose incredibili, tipo mettere in salvo ogni povera anima che sta per fare una brutta fine ed è in pratica un Montezuma del Pacifico in versione tutta tatuata, con un accento eroticamente esotico.

E poi, come tutti ben sappiamo, c’è quel disgraziato di Ahab con un bastimento carico di monomania per i leviatani. Ma siamo sicuri di sapere contro chi combatte il mutilo pazzoide? Davvero si vuole vendicare di una balena? O forse è una sfida con il Dio al quale disobbedisce o, ancora, sta dando la caccia al mito che lui stesso si è costruito nella sua testa consapevolmente ammaccata: il Grande Leviatano, mostro che racchiude nel suo terribile aspetto la forza della natura intera? Ci piace pensare che l’essenza fantomaticamente misteriosa di Moby Dick si riveli semplicemente come l’altra faccia della medaglia del capitano e trasformi la sua ossessione in una metaforica lotta contro il limite dell’uomo. Sta a voi decidere in che luogo approdare in questo viaggio autodistruttivo, in cui il mare non è un semplice sfondo, ma “l’immagine inafferrabile del fantasma della vita”. Pare che acqua siamo e acqua ritorneremo.

  • JOSEPH CONRAD, Cuore di tenebra

conrad.cuore di tenebra

Aveva finito d’essere uno spazio vuoto avvolto di delizioso mistero

–una chiazza bianca che un ragazzo potesse popolare dei suoi sogni gloriosi.

Era diventato un luogo di tenebra.

Inutile dire come il topos del mare sia stato e continui a restare strettamente connesso all’incontro con l’Altro (a meno che non si contemplino illuminanti proposte di bombardare le imbarcazioni prima che salpino). Il viaggio che stiamo per intraprendere ci porta nel nero Congo, lasciando alle spalle l’esteso orizzonte oceanico per seguire il tortuoso corso fluviale, in quell’acqua un po’ torbida che non sberluccica e tanto dolce non è.

A dire il vero, si tratta proprio di un viaggio infernale secondo il racconto riportato da Marlow, uomo di mare con una passione per le mappe e le posizioni yoga, che per andare in Africa si imbarca sulla nave di una compagnia commerciale belga dai loschi traffici. Da lì in poi, solo sfortunati eventi in un’ambientazione da film horror: “il suo battello è rotto, ci scusiamo per il disagio”, selvaggi schiavizzati, selvaggi che trasmettono malattie, selvaggi che compiono atti osceni in luogo pubblico e, soprattutto, il delirio di onnipotenza di Kurtz-palla-d’avorio, che per non annoiarsi diventa il semidio di una crew di cannibali (che strano, ci si imbatte in un altro psicotico).

Anche se voi vi crediate credete assolti, siete pur sempre coinvolti perché, come ci ricorda la voce polemica del narratore, la storia della colonizzazione affonda le sue radici ben prima del periodo di piena espansione territoriale in cui si svolge la storia: a partire dalle conquiste degli antichi romani, si può comprendere l’incarnazione dell’occidentale senza scrupoli rappresentata dal superuomo Kurtz. Non è quindi nel “barbaro” continente africano che troverete l’heart of darkness, perché il lato oscuro si cela nel mito del progresso, nella millantata civiltà che di civile non ha nulla (cfr. la nota rilettura cinematografica fordcoppoliana)

  • ALVARO MUTIS, La neve dell’ammiraglio

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Il significato della carovana si cifra nella sua stessa deriva.

Lo sanno gli animali che la compongono, lo ignorano i carovanieri.

Un gran classi… Come “Chi è Alvaro Mutis?” PERCHE’ NESSUNO (ad esclusione di tutte le persone che ho costretto a leggerlo) CONOSCE QUESTO ROMANZO? Ma forse è solo una vostra impressione quella di non sapere di cosa sto parlando: se avete presente Smisurata Preghiera di Fabrizio De André, vi siete già imbattuti in alcuni dei passi più belli contenuti in questo libricino prezioso, che rappresenta il primo volume della trilogia sulle tribolazioni di Maqroll il Gabbiere.

Quali sono gli affanni del nostro marinaio? La neve dell’ammiraglio conserva lo sfondo fluviale conradiano, ma lascia da parte la sua cruda realtà e ci mostra un cuore di tenebra in versione sudamericana, interiorizzato da un animo inquieto e disilluso. Si tratta di un viaggio tutto introiettato, alla deriva per l’indole stessa del protagonista, che trasforma un diario di bordo in un piccolo Zibaldone di lucide mestizie. La ricetta è facile: prendete un uomo meravigliosamente debosciato, mettetelo su una nave e fatelo riflettere sulla solitudine e sulla morte in mezzo alla selva del Rio Xurandò. L’orizzonte cupo della giungla si concilierà perfettamente con il pensiero del nostro antieroe nell’assottigliare i contorni del mondo materiale, l’impresa sfumerà nell’azione ripetuta o nell’immobilizzante angoscia. Più il Gabbiere si scaglia contro il suo stesso agire- che è poi lo stesso di tutti gli esseri umani- più condividiamo il suo stato febbrile e anzi, non vediamo l’ora di farci contaminare.

Come si può facilmente dedurre, l’idea della meta è solo un’effimera parvenza: si vorrebbe l’oblio, ma ci si culla e abbandona nel ricordo struggente. In tutto ciò, c’è ovviamente l’immagine di una donna-che-forse-solo-donna-non-è, Flor Estévez, nonché proprietaria dell’emporio che dà il nome al romanzo e la cui presenza assente diventa l’unica ragione per restare a galla. Forse.

[1] Come ben dice Franco Moretti nel suo interessantissimo saggio, Opere mondo.

[2] Non sono quello che pensate.


(senza fonte)

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