Bert Trautmann: la storia più illogica dei campi di calcio
08 Mar 2014

Bert Trautmann: la storia più illogica dei campi di calcio

“Storie e Storiacce”. Già, fosse facile.
Mi sarebbe piaciuto spiegare cosa tratta (o dovrebbe trattare) questo spaccato, ma credo che il miglior modo di esporre qualcosa sia farlo vivere direttamente. Dare voce a quelli che sono gli eventi e i personaggi che accompagneranno – mi auguro per molto tempo – questo spazio. Cosa sono le storie e cosa rappresentano le storiacce? Sono ricerche, sono emozioni, sono ricordi, sono aneddoti, sono personaggi, sono sconosciuti, sono tutto e niente.
Vai avanti e leggi, non stancarti di farlo, annoiati, divertiti, scuoti la testa, sorridi, accenditi una sigaretta o ricarica quella elettrica (mi auguro davvero che tu non stia fumando una cosa di plastica con una lucina ad intermittenza che sputa fuori qualcosa che dovrebbe ricordare vagamente la combustione). Ordina una birra se sei un pub o prenditi qualcosa di energetico se hai fatto serata.
Leggi e non fermati.
Leggi e prova ad emozionarti perché la sua vita è stata soprattutto questo: emozione.

Quella di Bert Trautmann è stata forse una delle più illogiche storie che abbiano mai animato i campi di calcio.
Allora diciassettenne Bert – ragazzone tedesco – si arruolò nella Luftwaffe come paracadutista per la Germania nazista. Una professione che pronti-via mette in palio il bene più prezioso, la vita.
Trautmann con la vita ebbe un rapporto particolare, sopravvisse ad un bombardamento della città di Arnhem in Olanda, restando avvolto dalle macerie tre giorni.
Rimase illeso allo scoppio di una bomba a mano.
Scappò dai russi, dai francesi ed evitò con abile mossa un plotone d’esecuzione americano.
Nel 1945 però la “fortuna” voltò momentaneamente le spalle al ragazzo, facendolo capitolare. Venne catturato dalle forze armate inglesi e portato nella “Perfida Albione”.
Ad Ashton, il campo di prigionia che lo ospitò, durante le ore d’aria si dedicava con passione all’unico passatempo disponibile in cortile: il calcio.
Durante una di queste partite rimediò un colpo a un ginocchio e, come natura consiglia, finì in porta.
Tra i pali il biondo ci sapeva fare, volava senza avere paura di atterrare su ciottoli e pietre.
Il suo lancio con le mani arrivava a metà campo e riusciva ad innescare contropiedi micidiali.
Tra i pali era reattivo, sconsiderato nelle uscite a terra, forse un po’ naif nelle uscite alte. Ma era funzionale al ruolo.
La sua fortuna – nonostante la detenzione – non era ancora esaurita. Nel campo di concentramento era costantemente monitorato da un secondino che tra il fumo della sua sigaretta non perdeva un intervento e che per arrotondare faceva l’osservatore per una squadra di quarta categoria, il Saint Helens Town.

Bert riuscì a farsi ingaggiare dall’agente di custodia, prese baracca e burattini, salutò come “ci dovessimo vedere domani” e varcò la soglia auspicata che lo riportava in libertà.
Dalla quarta categoria al reale mondo dei professionisti il passo fu rapido.
!cid_ii_14493abbaf18b55bNel 1949 il Manchester City lo accolse nelle sue fila ma le sue origini vennero fuori e nel Regno Unito non la presero benissimo.
Bert da par suo capì la sommossa, non poteva negare il suo passato e non doveva pretendere che quei tifosi capissero cosa stava accadendo. Indossò la divisa dei Citizen e scese in campo come se non fosse successo nulla, lasciando entrare insulti e fischi senza filtrare niente, senza incamerare, pensando solo a volare a destra e sinistra con l’insana follia che solo i portieri hanno in dote, di default.

Ma la vera leggenda di Bert Trautmann nacque un giorno preciso: il 5 maggio 1956.

Si giocava la fina di FA Cup, trofeo che in Inghilterra a momenti vale più della Re (perché la Regina no, quella non si tocca).
Manchester City – Birmingham
!cid_ii_14493abb961e4895Al vantaggio iniziale del City seguì il pareggio del Birmingham nei minuti finali.
La gara si accese, gli spalti a stento reggevano l’euforia dei presenti e le panche di legno ballavano a tempo con le loro palpitazioni.
Assalto filale del Birmingham, l’attaccante ospite avanza come un treno, Bert si lancia sul pallone ma il suo collo urta contro la coscia del centravanti, spezzandosi.
Bert svenne.
Tentarono di rianimarlo con i sali.
Ci riuscirono.
Non si curò della frattura e rimase in campo ancora per molti minuti.
Giunto in ospedale a fine partita i raggi X rilevarono che aveva la seconda di cinque vertebre completamente spezzata.
Solo per un centimetro, e per la buona sorte che lo ha sempre accompagnato, non morì sul colpo.

Al termine della stagione venne eletto miglior calciatore dell’anno, riconoscimento che per la prima volta andò ad uno straniero.

Gli iniziali insulti che lo accompagnarono alla sua prima con i Citizen si trasformarono in applausi.

Bert Trautmann finì la sua vita come allenatore delle più disperate lande povere del mondo, decisione voluta dopo la morte dell’amato figlio a causa di un incidente stradale.

Disse di lui Bobby Charlton “Nel calcio ci sono stati due grandi portieri. Uno era Lev Jashin, l’altro il ragazzone tedesco che giocava nel City”.

La Bestia


La Bestia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *