A Tale of Ofeliadorme | Intervista a Francesca Bono
02 Mar 2015

A Tale of Ofeliadorme | Intervista a Francesca Bono

Ofelia non muore, Ofeliadorme.

Il nome della band bolognese già dice molto sulla loro musica: sonorità capaci di evocare atmosfere rarefatte ed oniriche, testi che si richiamano al mito e alla letteratura. E’ una musica che si apre ad ogni influenza artistica, senza mai rinunciare a sperimentare con generi musicali anche molti eterogenei.

Per approfondire alcuni aspetti della loro raffinata ricerca, abbiamo incontrato Francesca Bono, front woman del gruppo, formato al completo anche da Tato Izzio e Michele Postpischl.

Foto di copertina @ Viktoria Valtchanova

La prima domanda riguarda l’ultimo album, The Tale (2014, Locomotiv Records) che, a differenza dei lavori precedenti, ha delle sonorità differenti, molto più vicine all’elettronica. Questa scelta da cosa è stata dettata?

Secondo noi è più che altro un cambio di prospettive perché a livello puramente musicale la veste che gli abbiamo dato è diversa, ma in realtà l’immaginario sonoro non è così diverso. E’ evidente che lavoriamo molto più sotto la superficie, che poi questa cosa venga declinata in maniera più vicina al folk, allo psych rock, alla wave, all’elettronica o ad altro, non cambia il fatto  che la nostra produzione non possa di certo essere definita solare e che non cerchi di “far battere il piedino”, se non in rari casi. Secondariamente, come band abbiamo sempre cercato di rifuggire le definizioni, forse anche per il fatto che abbiamo età differenti, quindi le influenze sono state varie ed hanno agito in momenti diversi. Questo non voler autodefinirci in una parola ci ha permesso di sperimentare su diversi temi, sia a livello sonoro che sui testi. Negli ultimi anni ci siamo interessati alla contaminazione con l’elettronica: per esempio Bloodroot ne conteneva già timidi accenni. Poi da quando 2 anni fa siamo rimasti in tre, è stato più facile andare in questa direzione. E 3 è un numero magico. Il prossimo disco, che stiamo per andare a registrare, vedrà un ulteriore evoluzione, una nuova fase.

Visto che abbiamo parlato di fili conduttori: The Tale è un concept album (si può dire?) che ruota intorno alla storia di Amore e Psiche.  Come si contestualizza la scelta di questo mito?

Sì, si può dire, inizialmente quando è uscita la cartella stampa abbiamo cercato di evitare il termine “concept” non tanto perché non ci piaccia, quanto perché è un concept inconsciamente voluto. Io scrivo tutti i testi e sono molto influenzata dal fatto di essere una libraia ossessionata dai libri, dalle storie. Nell’ultimo anno e mezzo quando scrivevamo i pezzi per il nuovo album – che dovrebbe uscire in autunno – c’erano già le tracce di The Tale e ci siamo accorti che stavano bene per conto loro, e all’epoca riflettevo molto sulle tematiche presenti in Amore e Psiche. Così l’ho riletto e il fil rouge è il rapporto tra il mondo della psiche e il mondo della carnalità, della sensualità. A volte si tende a pensare che tutto abbia origine dal cervello e si tralascia la componente corporale, il suo ascendente, si creano dei corti circuiti. Un’altro aspetto che mi colpiva della favola era l’alone di mistero, ancora una volta quel che sta sotto la superficie, quel che accade nel buio: Amore ama Psiche, ma non vuole mostrarsi e le chiede soltanto di non guardarlo mai in volto, ma ecco che  subentra la curiosità di Psiche, tipica della natura umana. La mitologia greca ha secondo me un modo molto diretto, tragico e comico, di analizzare l’animo umano e i rapporti tra le persone. Alla fine i testi, che sono molto semplici e brevi, trattano proprio di questo.

Il mito di The Tale e la componente rituale in Bloodroot (2013, The Prisoner): c’è una connessione?

La ritualità come il mito ha a che vedere con le origini, con la necessità di capire da dove arriviamo, lo dimostra il fatto che sia una componente presente in tutte le culture. Anche in Bloodroot c’era un filo conduttore che riguardava le radici, che andava di pari passo con la fascinazione per le popolazioni aborigene, in particolar modo per quelle che sono state sterminate, in questo caso per gli Indiani d’America. La riflessione ruotava intorno all’idea che spesso ci dimentichiamo delle nostre origini e della nostra storia ed è una cosa molto triste. La mia storia personale fatta di tanti spostamenti da città a città,  rientra poi sempre in quello che scrivo e compongo: questa sensazione di rarefazione, di vivere in una dimensione che sta tra realtà e sogno me la spiego nell’aver vissuto, soprattutto in fase di crescita, sensazioni di scollamento, riflessioni sul senso di appartenenza.

Perché scrivi in lingua inglese?

Sono un’appassionata di lingue e leggo moltissimo in lingua, sia in spagnolo che  in inglese. Ho vissuto gli anni formativi a Firenze, dove avevo molti amici stranieri, quindi sono sempre stata abituata a confrontarmi con questa lingua, ho avuto anche un paio di esperienze amorose che hanno contribuito…Soprattutto, ho sempre ascoltato tanta musica anglofona. Quando a 10-11 anni ho scoperto l’importanza della parola, volevo capire il significato delle canzoni che mi piacevano. E’ stata la curiosità il motore da cui è partita l’idea di scrivere in inglese.

Non hai mai pensato di scrivere in italiano?

Ci ho provato 7-8 anni fa, più che altro perché al tempo molta gente mi stressava sull’ argomento, ma facevo fatica, risulto contorta quando scrivo in italiano. Mi trovo meglio ad esprimermi in inglese, anche se a volte non è lo stesso modo con cui si esprimerebbe un madrelingua. D’altra parte questo è anche il motivo per cui qualcuno trova i testi interessanti, come è successo con il nostro attuale produttore Howie B: nelle liriche c’è una vena di esotismo e di passionalià tipicamente italiani. Comunque non credo che riproverò a scrivere in italiano.

@ Francesca Sara Cauli

@ Francesca Sara Cauli

La vostra musica si è diffusa prima all’estero, rispetto all’Italia. Quali sono i motivi? 

Una concomitanza di fattori: per prima cosa, fin da subito abbiamo cercato di guardare oltre i confini, dove non è che siamo conosciutissimi, ma abbiamo intravisto un potenziale maggiore. Quando è iniziato il progetto, tra il 2007 e il 2008, in Italia stava andando fortissimo il cantautorato italiano, quindi se quello era il mainstream dell’indipendente, era evidente che per tutti quelli che facevano musica come la nostra non c’erano molte possibilità. La fase anglofona era già passata. Così ci siamo detti: mandiamo il demo un po’ovunque. Con il primo album, Sometimes it’s better to wait (2009), che era un lungo EP autoprodotto, sono uscite le prime recensioni e siamo riusciti a suonare fuori Italia. Allo stesso tempo, non avevamo tantissimi contatti nel settore qui a casa… Sembra banale, ma anche quello fa la differenza. Non è per voler passare come degli “outsiders”, ma non siamo mai stati quelli che andavamo a chiedere o cercavano di ingraziarsi persone per aprire delle porte utili. Forse al tempo eravamo più chiusi, più ingenui e anche troppo orgogliosi se vogliamo. Col tempo poi abbiamo iniziato ad aver bisogno di aiuto: abbiamo quindi cercato un ufficio stampa, delle etichette, ma all’inizio volevamo essere i totali padroni del nostro fare.

Bologna cosa offre?

Bologna è una manna dal cielo nel panorama italiano, è una delle città in cui puoi ascoltare tanta musica: c’è una scena hip hop, una elettronica, una rock e una cantautorale. Ci sono anche tanti locali che organizzano serate. Per un musicista credo sia una realtà molto interessante ed io mi ci sono trasferita apposta. Firenze non mi offriva le stesse possibilità di incontro-scambio che ci sono qui; è ( o forse era…) più dispersiva e non c’era una vera scena dagli anni Ottanta. Bologna invece ha sempre sfornato nomi interessanti e penso che continui a farlo. E’ un po’ un El Dorado, insieme a Torino e posti molto più piccoli come Pesaro e Ravenna.

Una curiosità: nella sezione bio del vostro sito, ho letto che avete composto una canzone per un film cinese, ma non ho trovato informazioni…

E’ vero, ne abbiamo le prove! Questa commissione ci è stata fatta da Howie B. nel 2013, lui lavora moltissimo con il mercato cinese e le colonne sonore. Così ci aveva chiesto di comporre 3 minuti di strumentale possibilmente con il piano. Noi abbiamo il film, pre-musica e pre-montaggio, il problema è che è in cinese. Quindi non so assolutamente dirti come si intitoli il film e poi non sono certa che siano ancora uscito, perché all’epoca doveva partecipare a dei festival europei.  Noi intanto quel lavoro l’abbiamo fatto e ci hanno pure pagato (un’altra cosa che apprezzo molto del pragmatismo anglossassone, qui  il fattore “pagamenti” è sempre molto più vago). Comunque appena avremo notizie in proposito le comunicheremo.

C’è un modo specifico con il quale componi i testi?Come nascono? Hai una tecnica?

No, mi sa che non ho tecniche particolari da svelare. Quello che ti posso dire è che scrivo d’impulso e faccio poche rifiniture. Scrivo molto di quello che vedo e vivo, anche attraverso gli altri, ma cerco di trasfigurarlo in maniera che ci sia sempre un finale aperto, se c’è una storia. Mi interessa evocare l’emotività di quell’attimo, il puro fatto non mi attrae. Se una canzone parla di una storia d’amore, per esempio, non mi interessa raccontarla in maniera didascalica, che è un metodo molto italiano di comporre le canzoni. Si formano delle immagini, reali o mentali, come nei film. Un’altra cosa di cui mi sono resa conto negli anni è che c’è molta ossessione in quello che scrivo: può essere mia o a volte di altri. Ho l’impressione che ci siano molte ossessioni che legano vite e destini, la nostra società si ciba delle ossessioni degli individui e questo argomento, in qualche modo, ritorna spesso nelle mie canzoni.


(senza fonte)

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