Storia di Abrham. O della condizione dei migranti eritrei a Bologna
01 Mar 2016

Storia di Abrham. O della condizione dei migranti eritrei a Bologna

«Io sono arrivato sette anni fa in Italia. Noi eritrei scappiamo dal nostro paese perché non abbiamo alternative: non ti danno un visto per uscire se sei un uomo sotto i cinquant’anni o una donna sotto i quarantacinque, quindi l’unica soluzione è scappare, altrimenti resti a fare il servizio militare a vita, senza essere pagato». Incontro Abrham alla Biblioteca Casa di Khaoula. Sta facendo la triennale in Agraria, ed è lì con un’altra persona, un signore disabile per il quale fa da accompagnatore. Mi racconta, infatti, che oltre a essere uno studente, ha sempre lavorato, e che da circa un anno fa anche teatro con la compagnia Cantieri Meticci.

Abraham ha lasciato l’Eritrea per via della dittatura. È passato inizialmente dal Sudan e ha attraversato il deserto prima di essere fatto prigioniero in Libia. Poi il Mediterraneo e infine l’arrivo in Italia, a Lampedusa, dove è stato costretto a lasciare le impronte digitali. Da lì ha passato due mesi e mezzo in un centro d’accoglienza a Caltanisetta. «Siamo rimasti per due mesi e due settimane chiusi, non abbiamo mai visto la città, abbiamo presentato la nostra domanda, ci hanno interrogati e la decisione per quasi tutti gli eritrei era di applicare il permesso per motivi umanitari che durava un anno, anche se in realtà avremmo avuto i requisiti per lo status di rifugiato, perché un eritreo lo sa cosa succede se torna a casa: finisce in prigione e viene giustiziato».

Dopo il rilascio del permesso umanitario e del titolo di viaggio, Abrham e i suoi connazionali lasciano il centro di accoglienza: senza soldi, senza un biglietto del treno e senza conoscere la lingua. Saliti su un treno, riescono ad arrivare a Bologna, graziati dal controllore. Qui Abrham comincia a cercare i suoi amici su internet, ma scopre che molti non se ne sono andati. Prova quindi a raggiungere dei suoi connazionali in Svizzera, ma viene rimandato indietro per via delle impronte digitali rilasciate al momento dello sbarco. Allora decide di tornare a Bologna per provare a costruirsi un futuro in Italia.

«La difficoltà maggiore – racconta Abrham – è stata quella di trovare una residenza. Se cerchi un lavoro e vedono che hai un permesso umanitario, già non ti considerano. Se poi non hai la residenza peggio ancora. Quindi il risultato è che molti pagano per avere la residenza, anche se poi non hanno una casa. E devono farlo per cercare lavoro e avere il permesso di soggiorno». Ma il problema maggiore è nato nel momento in cui il permesso umanitario è scaduto. «Alla questura mi hanno detto: va bene, ti rinnoviamo il permesso, ma il titolo di viaggio non te lo rinnoviamo, perché tu devi andare alla tua ambasciata per prendere un passaporto, devi avere il passaporto del tuo paese per prendere il permesso umanitario».

La situazione descritta da Abrham è quella che accomuna molti dei migranti in possesso del permesso umanitario. In sostanza le questure, per rinnovare il permesso, chiedono che i migranti si rivolgano all’ambasciata del loro paese, pur sapendo che si tratta di persone che sono scappate da regimi dittatoriali e che quindi non hanno più alcun rapporto con la burocrazia del paese d’origine. «Molti eritrei che ho conosciuto, però, sai cosa hanno fatto? Sono andati all’ambasciata, hanno accettato di versare il 2% del loro reddito all’Eritrea, hanno firmato un documento in cui si dichiarano colpevoli, e adesso vivono in clandestinità perché il passaporto lo dà l’ambasciata…». 

Dopo quattro anni passati con il permesso umanitario, e senza un titolo di viaggio, Abrham riesce a ottenere il permesso sussidiario, che permette anche di avere un visto per viaggiare. Mi spiega, tuttavia, che il sussidiario era già in vigore dal 2008 come strumento che avrebbe dovuto sostituire il permesso umanitario, ma che nella realtà non è stato applicato in automatico e che le questure ne hanno ostacolato il rilascio. Abrham è riuscito a ottenerlo passando per vie legali, facendosi aiutare da un avvocato. Ma per molti migranti la situazione non è cambiata, e la questura di Bologna continua a chiedere di rivolgersi all’ambasciata per il rilascio dei documenti.

Queste questioni hanno spinto Abrham e altri suoi connazionali a fondare il Coordinamento Eritrea Democratica. Il loro obiettivo è di uscire dal silenzio e denunciare la situazione. «Abbiamo fatto anche un presidio insieme al Coordinamento Migranti davanti la questura la scorsa settimana. Loro hanno negato tutto, dicono di non aver mai ostacolato gli eritrei. Ma sappiamo che non è vero e che molti vanno in altre città per rinnovare il permesso. Comunque ci hanno detto che adesso agli eritrei non chiederanno di rivolgersi all’ambasciata».

Al di là dell’incontro con la questura, Abraham sottolinea più volte che è importante continuare a lottare, e che bisogna ritornare in piazza il primo marzo per lo sciopero dei migranti: «Io chiedo a tutti i migranti di venire a dire la loro. Ma non noi da soli, noi con gli altri, perché ho visto che se non dici niente sei comunque sfruttato e sottomesso, quindi dobbiamo fare sentire che i migranti non sono solo persone che creano problemi ma soprattutto quelle che portano la ricchezza in questo paese. Bisogna uscire in piazza per far vedere i problemi».

D’altra parte Abrham sottolinea che quest’esigenza è ancora più forte dal momento che  con la crisi molte persone perdono il lavoro e quindi il permesso di soggiorno. «Ogni persona può perdere il lavoro, o può ammalarsi. Questi elementi devono essere tenuti in considerazione. Perché la crisi è arrivata. Ma la legge è stata fatta prima della crisi».

Illustrazione di copertina @ Simon Prades


Marco Pignatiello

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