La Buona Scuola vista da un’insegnante di italiano per stranieri
11 Feb 2016

La Buona Scuola vista da un’insegnante di italiano per stranieri

Dieci anni fa, Angela ha iniziato a insegnare italiano agli stranieri nelle scuole. Dopo aver frequentato il master Ditals – uno dei pochi centri di ricerca adibiti a fornire le competenze in didattica dell’italiano – ha cambiato innumerevoli strutture, adeguandosi a contratti precari e mal pagati. Eppure, il suo percorso così poco lineare rispecchia quello di un’insegnante motivata che, a partire da uno strumento imprescindibile come quello linguistico, crede in una trasmissione delle conoscenze basata sull’importanza dello scambio, mai unidirezionale e rigida. Questo lo si percepisce immediatamente quando parla del suo lavoro: da una parte c’è la passione con cui organizza le lezioni, dall’altra l’attenzione e la sensibilità con cui si dedica agli studenti – bambini, ragazzi o adulti che siano – spesso provenienti da orizzonti culturali diversi, ma legati nell’apprendimento di una lingua nuova, una forma mentis nuova.

In questo quadro lavorativo preso come esempio, si può pensare che nulla fosse più auspicabile di una regolamentazione in grado di strutturare la figura professionale di Angela, finora priva di una collocazione precisa e normativamente interna al campo dell’istruzione, ma dipendente dalle collaborazioni con cooperative o dai concorsi comunali e provinciali. Nulla poteva essere più logico di una riforma dell’istruzione che si occupasse di affrontare un nodo problematico e necessario come tale riconoscimento.

Stando invece a quanto deciso nel piano della Buona Scuola, i requisiti richiesti nel nuovo bando mettono a rischio il posto di lavoro di migliaia di insegnanti che non solo vengono da anni di esperienza, ma che per di più posseggono competenze certificate e percorsi di specializzazione. Ipotizziamo che Angela si sia laureata in filosofia? A prescindere dal fatto che abbia un titolo abilitante e riconosciuto dall’università per l’insegnamento della lingua italiana agli stranieri, non ha alcuna possibilità di partecipare al concorso. Uno dei paradossi dell’attuale riforma prevede, infatti, che la nuova classe – la cosiddetta A23 – sia aperta solamente a chi ha una laurea in Lettere e Lingue, comportando l’esclusione delle restanti facoltà umanistiche. Non è certo l’unica incongruenza, se si pensa che andrà a coprire un numero estremamente esiguo di posti, pari a 500 su 63.000 totali.

Il bando è stato per il momento posticipato, nel frattempo un folto gruppo di insegnanti, attivo da tempo nella mobilitazione al riconoscimento della loro disciplina, ha scritto una lettera alla ministra Giannini per chiedere di rivedere criticamente il piano normativo. Come Angela fa notare, la questione non si limita alla frustrazione verso una regolamentazione approssimativa e ingiusta, ma fornisce un’ulteriore prospettiva attraverso cui ragionare sulla riforma nel suo insieme. In quest’ottica, sembra emergere ancora una volta una politica poco attenta a mettere in primo piano un programma pedagogicamente pensato, ma molto più concentrata ad arginare i danni, creandone altri.

Foto di copertina @ Guido Scarabottolo 


(senza fonte)

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