“Irrawaddy Mon Amour”: documentario d’amore e ribellione
22 Dic 2015

“Irrawaddy Mon Amour”: documentario d’amore e ribellione

Irrawaddy Mon Amour è il documentario realizzato da Nicola Grignani, Valeria Testagrossa e Andrea Zambelli. Il film racconta la storia della comunità di un piccolo villaggio sulle sponde del fiume Irrawaddy che si mobilità per organizzare uno dei primi matrimoni transgender nella storia della Birmania, quello tra So Koe e Saing Ko. Una storia d’amore, universale e a tratti fiabeschi, in un Paese dove amare può costare il carcere.

Il film “Irrawaddy Mon Amour” può essere sostenuto sulla piattaforma di crowdfundig indiegogo. Ringraziamo gli autori per l’utilizzo delle foto tratte dal documentario.

Come nasce il progetto del documentario?

Il progetto parte da Valeria che nel 2009 era stata nel sud-est asiatico per un paio di mesi per un reportage fotografico. Poi si è ritrovata in Birmania, dove alcune zone sono proibite e puoi percorrere solo le rotte turistiche a causa del regime. Valeria, però, voleva comunque vedere la vera Birmania, quindi è salita su un camion di sacchi di riso ed è arrivata fino a questo paesino sulle sponde del fiume Irrawaddy. Aggirandosi per il villaggio ha conosciuto questo personaggio dal nome Myu Nyunt, che è anche uno dei protagonisti del film e che la invita la sera stessa a cena. Lei si presenta a casa sua e vede Myu Nyunt nel del patio della casa circondato da donne e uomini del villaggio, nel bel mezzo di un rito sciamanico, mentre mangiava candele vestito da donna. In più scopre che Myu Nyunt è anche uno dei leader della comunità gay LGBT del paese e si stupisce che in un villaggio così piccolo, appunto fuori dalle rotte turistiche, senza contatti con l’esterno – inclusa la stessa capitale – ci sia una comunità così cosciente e numerosa. Dopo Striplife, il documentario che avevamo fatto sempre insieme a Valeria e altri registi, decidiamo di andare a scoprire se c’è ancora questo personaggio e vedere se sta ancora portando avanti la sua attività. Dunque partiamo un po’ alla cieca, perché sono passati cinque anni e Valeria non ricorda dov’è il villaggio. Fortunatamente riusciamo ad arrivare nel villaggio e incontriamo questo personaggio che ci accoglie e, da lì, parlando con lui con un inglese maccheronico e un po’ a gesti, veniamo a conoscenza che è diventato, oltre che leader dei diritti gay, anche un leader politico dell’NLD, il partito della Aung San Suu Kyi, e che a gennaio dell’anno seguente avrebbe organizzato un matrimonio tra due giovani del villaggio, e quindi ci è sembrata una storia molto interessante da raccontare.Birmania

Non ho ancora visto il film però mi pare di capire che Nyunt sia un po’ la figura centrale attorno a cui ruota la narrazione del film.

Sì, diciamo che noi siamo rimasti colpiti da questa realtà, e ci siamo chiesti “Ma perché in un villaggio così piccolo c’è una comunità LGBT così sviluppata?”. Abbiamo pensato “forse in Birmania c’è una certa tolleranza verso il tema LGBT”, ma in realtà no, perché c’è una legge tuttora in vigore che condanna fino a 10 anni di carcere l’omosessualità. E poi abbiamo capito che personaggi come Nyunt, che hanno comunque 55 anni, o altri, come il maestro Ta Ta Pyu che è un altro personaggio del film, hanno lottato molto in questi anni per il diritto basilare di essere riconosciuti come gay e, grazie a queste lotte, a questi piccoli passi, hanno comunque fatto in modo che nella comunità ci sia una tolleranza e un rispetto verso tutte le persone gay, lesbiche e trans. Questo ha permesso a tanti giovani di fare coming out: si parla di circa 80 persone su un villaggio di 500 abitanti. Un’altra cosa che raccontiamo nel film, poi, è l’organizzazione di un primo meeting gay in quella zona, in cui vengono distribuite delle magliette con su scritto “Myanmar gay pride”, ed era un qualcosa molto importante perché c’era la scritta sia in inglese che in birmano: un modo, insomma, per avvicinarsi al mondo gay mondiale, una parola simbolica a tutti gli effetti. Myu Nyunt, dunque, è il filo conduttore perché mentre per i due ragazzi il matrimonio è il coronamento del loro amore, per Myu Nyunt non è solo questo, per lui è un passaggio in più nella lotta. E quindi nel film si può vedere che dà consigli ai ragazzi, è una sorta di padrino, ospita uno dei due giovani ragazzi,  lo esorta a non aver paura. Rappresenta il filo conduttore di tutto il film, tant’è che il matrimonio si organizza nella sua casa, con l’aiuto delle sue sorelle. Lo stesso vale per il meeting, organizzato anch’esso nella sua casa con l’aiuto delle sue sorelle e degli amici del villaggio. Sì, lui è la figura centrale, infatti stiamo pensando di fare un film solo su di lui, perché ha una storia molto interessante, perché sciamano, leader politico, e leader gay.

Se da un lato c’è un rapporto conflittuale tra la comunità gay e il regime militare, come sono, invece, i rapporti interni al villaggio?

Mah… diciamo che loro sono totalmente inseriti nella vita del villaggio. Tutti gli appartenenti alla comunità LGBT sono ben inseriti all’interno della vita del villaggio: Soo Ko, uno degli sposi, lavora come rivenditrice ambulante; Myu Nyiunt è lo sciamano; c’è un maestro, uno dei personaggi più anziani della comunità gay, che lavora in una scuola elementare ed è molto rispettato. Infatti quello che raccontiamo non è solo la comunità LGBT che si attiva per organizzare il matrimonio, ma è piuttosto la storia di un villaggio intero. D’altro canto anche noi, tre film maker stranieri, siamo stati accolti benissimo e siamo stati protetti dalla comunità. Infatti c’era nell’aria la costante minaccia che da un momento all’altro potesse succedere qualcosa.

E in effetti avete avuto diverse difficoltà per girare il film.

Sì, nel primo sopralluogo, dopo la prima sera, mentre stavamo mangiando con i nostri nuovi amici, sono arrivati i poliziotti dell’immigrazione, i militari, che ci hanno caricati sul primo carretto e ci hanno portato nella città più vicina, dandoci il divieto tassativo di dormire nel villaggio, perché in Birmania puoi stare solo all’interno delle rotte turistiche e dormire in quegli alberghi che hanno il permesso per ospitare gli stranieri. Quindi il primo viaggio è stato caratterizzato dal fatto che noi ogni mattina raggiungevamo il paese in motorino, vi passavamo il giorno per fare le riprese, e la sera venivamo “invitati” ad andar via. Nel secondo viaggio, invece, io e Valeria siamo arrivati un mese prima dell’inizio delle riprese proprio per cercare di sbloccare la situazione. Quindi abbiamo cominciato a girare per le caserme di diverse città per ottenere un permesso, cosa che abbiamo ottenuto in una maniera un po’ particolare, perché noi abbiamo insistito sostenendo di essere insegnanti di antropologia visuale e che volevamo raccontare la ricchezza delle tradizioni birmane. In ogni caso, dopo giorni passati nelle caserme, abbiamo trovato la simpatia di un militare di alto grado che era interessato al progetto e ci ha rilasciato un documento. Siamo arrivati, poi, in un altro villaggio dove invece il responsabile dell’immigrazione non era molto d’accordo, quindi ha cercato fino all’ultimo di metterci il bastone tra le ruote, inventandosi, tra l’altro, che la carta scritta in birmano, che noi chiaramente non capivamo, non diceva nulla di tutto questo. Fortunatamente, però, siamo riusciti a dormire lì perché si era messo di mezzo questo militare, diciamo, “più illuminato”.  La questione di fondo è che non erano stupidi, quindi ci vedevano frequentare un leader politico dell’opposizione, la comunità gay, e ad un certo punto si saranno anche chiesti “ma le tradizioni birmane?”. Però devo dire che alla fine è andato tutto bene, tranne il fatto che il visto aveva una durata di un mese e alla scadenza i militari hanno preso me, Valeria e Andrea e ci hanno portato al villaggio più vicino per dormire. Poi, però, io e Valeria siamo andati a Bangkok, abbiamo rifatto il visto….

…e avete continuato.

Sì, però diciamo che ogni giorno c’era da stare attenti a queste cose. La cosa strana è che in Birmania la repressione non si vede, non è come in altri posti dove abbiamo lavorato, come la Colombia, o la Palestina, dove c’è una forte militarizzazione. Lì è una cosa che si sa, c’è più che altro un circuito di informatori… e poi è molto nella testa delle persone: 50 anni di lobby e di governo militare, ma non vedi per strada l’esercito. La paura però c’è e si sa che la gente viene anche arrestata. Adesso probabilmente cambierà qualcosa perché ha vinto le elezioni San Suu Kyi, che appartiene ad un partito che lotta per la democrazia.

Irrawaddy Mon Amour

Credete che la vittoria di Suu Kyi offra delle possibilità di cambiamento?

Sì, Myu Nyut, ad esempio, è il leader politico della sua area per l’NLD della Suu Kyi. Quando siamo andati in Birmania era in piena campagna elettorale, girava per piccoli villaggi insieme ad altri suoi compagni di partito a sensibilizzare la gente sull’importanza delle elezioni, sul fatto che bisognava cambiare la costituzione, sull’importanza del voto. E devo dire che ce l’hanno fatta, hanno conquistato la maggioranza, e adesso bisognerà vedere se riusciranno di fatto ad avviare un cambiamento. A febbraio dovrebbe entrare in carica il nuovo governo ma ovviamente erano anche molto fiduciosi per quanto riguarda i diritti degli omosessuali, a partire dall’eliminazione della legge sul reato di omosessualità (legge 377), che risale all’epoca coloniale, e che prevede fino a dieci anni di carcere.

Invece, parlando dello stile narrativo, avete scelto di raccontare la quotidianità della vita del villaggio più che utilizzare l’intervista diretta. Come avete scelto questo stile narrativo, e perché?

E’ un po’ il tratto che ci caratterizza da Striplife, anche se lì il film era molto più silenzioso, poco parlato, mentre in Irrawaddy Mon Amour i dialoghi sono centrali per capire lo sviluppo del film. Lo stile narrativo è un po’ fiabesco, abbiamo scelto di trattare il tema con apparente leggerezza, perché è anche un po’ come portano avanti la vita loro. D’altra parte la repressione aleggia, non si vede, e ci interessava maggiormente raccontare questa storia d’amore e ribellione come se fosse una fiaba. Quindi ci sono punti del film in cui lo stile è a tratti sospeso, momenti di musica, o ad esempio il viaggio dello sposo è raccontato come una sorta di viaggio fiabesco. Abbiamo poi usato molto la camera a mano, a differenza di Striplife, perché questo ci permetteva di entrare maggiormente nelle vite dei personaggi, di capire e sentire quello che succedeva in diretta.

Eravate un po’ la loro ombra.

Sì, poi di fatto noi abbiamo vissuto con loro per quel mese, quindi siamo entrati in un’intimità molto forte, abbiamo partecipato anche noi all’organizzazione del matrimonio.

Avete poi fatto una prima internazionale al Documentary Film Festival di Amsterdam, e la prima nazionale al Festival di Torino. Com’è stato accolto il film?

Valeria (appena arrivata durante l’intervista): è stato evidente che si conosce poco la Birmania, quindi portate un film con un soggetto così particolare ha fatto emergere il fatto che c’è un enorme confusione su come si vive in Birmania, sulla situazione politica e sociale, per cui chiaramente il film oltre ad essere stato apprezzato per quello che è, per la storia che racconta, che è una storia d’amore, un atto di coraggio, ha destato molta curiosità per il contesto che racconta. Poi quando abbiamo presentato il film c’erano appena state le elezioni, per cui c’era davvero molto interesse verso la situazione in Birmania.

Irrawaddy Mon Amour

I prossimi passi, invece, quali sono?

Nicola: Beh, la campagna di crowdfunding è ancora aperta per due settimane su Indiegogo. I prossimi passi saranno sicuramente quello di trovare altri festival.

Valeria: …e cercare di distribuire il film, rientrare dalle spese. Inoltre sarebbe bello che il film possa diventare uno strumento per creare dibattito, discussione. Anche perché c’è chi analizza il tema LGBT nella sua evoluzione temporale, però a livello geografico il confronto con il tema LGBT in Birmania, che ha una antichissima tradizione legata alla spiritualità, al culto animista, potrebbe creare delle discussioni costruttive, e quindi ci piacerebbe che il film venisse visto da molta più gente che all’interno dei soli contesti di associazioni LGBT, che possa essere utilizzato non solo in quanto film, ma anche come uno strumento per costruire un confronto.

Nicola: sì, anche perché molte volte ci siamo chiesti “Perché ad una persona deve interessare la Birmania?”, ma poi ci accorgiamo che quella che raccontiamo è anche una storia universale, quella di una comunità che fa una scelta, che si organizza, che decide di andare contro una legge, e che in questa maniera porta dei cambiamenti concreti.

 


Marco Pignatiello

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