Il tuo volto domani | Prendi l’arte e mettila in Giambellino
19 Giu 2014

Il tuo volto domani | Prendi l’arte e mettila in Giambellino

 Il tuo volto domani è il nome di un progetto d’arte pubblica di Valentina Medda, a cura di Francesca Apolito, al centro del quale troviamo il Giambellino, storico quartiere della periferia di Milano. Il progetto vuole porre l’accento sull’impatto delle politiche urbane, che da tempo minacciano un quartiere fortemente eterogeneo, ma connotato da un acceso senso di comunità. Da qui, nasce l’idea di creare un archivio territoriale che conservi le memorie degli abitanti, attraverso la raccolta e il sotterramento di oggetti simbolicamente legati alla casa, alla città o ad un’esperienza migratoria. Una volta disseppelliti, questi oggetti, contenuti in capsule temporali, saranno i segni tangibili delle storie che rappresentano, testimoni di un atto di appropriazione degli abitanti nei confronti del proprio quartiere.

Nato all’interno della cornice di DENCITY, Valentina e Francesca hanno deciso di continuare indipendentemente questo progetto, lanciando una campagna di crowdfunding, che anche i lettori di BB possono sostenere qui .

Volete dare  ai lettori bologn(in)esi un quadro del processo di trasformazione che sta subendo il Giambellino.

Francesca: Tuo volto Domani nasce nel febbraio 2014 all’interno del progetto Dencity, che si occupa di interventi su una specifica area del territorio Milanese di cui il Giambellino fa parte. Valentina è stata invitata da una curatrice, Silvia Simoncelli, a proporre un intervento per il quartiere: un quartiere popolare nato intorno agli anni inizi del 900,  che ha subito una forte espansione durante il fascismo, quando gli italiani all’estero sono stati richiamati in Italia. E’ un luogo abitato da vecchi milanesi,  da rimpatriati italiani e da stranieri, che vive una situazione di estrema povertà e difficoltà incrementata ulteriormente dalla mancata assegnazione delle case popolari: questo ha creato un sistema di  occupazione selvaggia delle case lasciate vuote.

Valentina: Infatti nel momento in cui l’Aler, si occupava della ristrutturazione delle case popolari, è fallita, i palazzi non sono più stati  ristrutturati e col passare degli anni  si è verificato un degrado delle strutture. Contemporaneamente, le case non assegnate sono state murate, e le strutture interne, bagni e cucine, sono state molto spesso  distrutte. Non solo quindi le case non vengono più assegnate ,ma si impedisce ai cittadini di prendersele e abitarle . Chi ha bisogno di una casa entra sfondando il muro o le porte d’acciaio provvisorie e trova degli appartamenti non abitabili, che poi abbandona. Per cui trovi dei palazzi con degli appartamenti ben tenuti e abitati ad un piano e tutta la restante parte del palazzo sventrata. Il problema chiaramente non è quello dell’occupazione, ma della mancanza di organizzazione di queste occupazioni, dell’assenza di comunicazione con chi già abita i palazzi, della diversità culturale che rende difficile lo scambio e instaura una guerra fra poveri, problema a sua volta ascrivibile ad una dinamica più grande, che è quella di un quartiere lasciato a sé stesso.

Francesca: Poi, in realtà, ci sono casi in cui alcuni condomini si sono autogestiti. Dipende anche da come i cittadini del Giambellino si sono organizzati.

Valentina: Importante è capire perché il quartiere è stato abbandonato a se stesso. Di certo sappiamo che c’è un ben preciso progetto urbanistico di “rinnovamento”: c’è un piano di estensione della linea metropolitana e il quartiere, che confina con una zona già gentrificata e una zona particolarmente verde –quell’area di Milano fino agli anni 30 del secolo scorso era abitata solo da cascine-  è sicuramente molto appetibile.

MAPPA

Uno degli obiettivi principali è coinvolgere gli abitanti del Giambellino. Com’è stata l’interazione con il quartiere?

 Francesca: E’ stata abbastanza difficile e, allo stesso tempo, facile. Per esempio, quando siamo andate a fare le riprese per il video da mettere sulla piattaforma per il crowdfunding, essendo il quartiere oggetto continuo di progetti artistici o sociologici di qualsiasi tipo, la gente ti riconosce, è abituata a relazionarsi con chi fa questo tipo di cose. Per cui appena c’hanno visto con la telecamera, c’hanno fermato e chiesto che cosa stavamo facendo e, anche se tu per primo non chiedi nulla, hanno molte cose da dire su queste problematiche. Ci sono, tra l’altro, delle piccole associazioni che cercano di far uscire il quartiere da questa situazione, e si sono organizzate magari facendo i corsi di lingua per stranieri, o assistendo gli anziani, facendo sensibilizzazione sui diritti abitativi. Quindi, da una parte, è’ facile parlare con la gente, però poi coinvolgere persone, che hanno problemi come questi, in un progetto artistico è tutta altra cosa.

Valentina: Sì, diciamo che il riconoscimento del valore di un progetto di questo tipo logicamente è un passaggio che arriva dopo un po’ di tempo. Questa è una difficoltà con la quale devi sempre fare i conti. Il tuo obiettivo è quello di portar lì l’attenzione, creare un immaginario, poi è chiaro che non puoi andare a risolvere i problemi pratici. Alla fine, come partecipazione, nella parte iniziale del progetto abbiamo interrato 12 oggetti, di varia natura: alcuni più legati alla loro casa e alla storia nel quartiere, altri più legati ad un percorso affettivo nei confronti di una persona cara. Devo dire che noi siamo state contente del risultato, considerando anche le tempistiche: c’è voluto comunque un mese per farci conoscere nel quartiere, cosa che non è stata per niente facile. Anche per questo, abbiamo deciso di continuare con il progetto.

Come sono fatte le capsule temporali?

Valentina: Sono sette strati, uno dentro l’altro, di materiale diverso, che dovrebbero preservare l’oggetto dagli agenti atmosferici, dall’aggressione del terreno, visto che poi gli oggetti vengono interrati. Ho trovato questa sorta di ricetta googolando: teoricamente ognuno di questi materiali protegge da un agente atmosferico, quindi dovrebbero riuscire a lasciare intatto l’oggetto per un tot di anni, addirittura 200 anni si dice.

CAPSULA

Qual è la sorte degli oggetti ritrovati?

Valentina: una volta che l’oggetto viene trovato è tutto un lavoro di responsabilizzazione del quartiere stesso nel prendersi cura di questo oggetto. Noi cerchiamo di fornire uno strumento per preservare una memoria che è loro, poi io fra 5 anni, quando magari verrà disseppellito l’oggetto, non sarò in quartiere. Ogni capsula ha un codice e al codice corrisponde la storia dell’oggetto, nonché una targhetta all’interno di questa vetrina vuota, che costituirà l’istallazione, che a noi piacerebbe mettere al Museo Archeologico di Milano, visto che nel momento in cui questi oggetti vengono ritrovati diventano dei veri e propri reperti. Idealmente chi ritrova gli oggetti li porta al centro raccolta alla biblioteca,del quartiere, la cui  direttrice è stata molto disponibile e dove stiamo facendo un lavoro di comunicazione con gli abitanti.  Però sul ritrovamento degli oggetti c’è un’incognita,ovviamente. Non è detto che non li rubino o che vadano persi. L’idea è proprio quella di responsabilizzare loro, gli abitanti del quartiere.

_1_fb

@A. Visani

 

Il tuo volto domani riprende il titolo di un libro di Marias. A cosa è dovuto questo riferimento?

Valentina: Il libro, parla, fra le altre cose, di questa incertezza relativa al dire, al raccontare, che sono sempre un tradimento, perché ogni parola detta verrà, consapevolmente o meno, trasformata per il solo fatto di essere passata di bocca in bocca, e per la semplice azione del tempo, che tutto cambia. Non si puo’ essere mai sicuri di nulla, non si puo’  sapere chi saremo in futuro e non posso sapere  mai a cosa somiglierà il tuo volto domani e quale sarà la verità. Volevo che il titolo rimandasse da un lato a  questo senso di incertezza -il Giambellino è un quartiere in trasformazione che rischia di perdere la sua identità; e dall’altro  all’impossibilità di raccontare una storia senza tradirla –per questo lascio che siano gli oggetti a parlare.

Senza Fonte


(senza fonte)