The Long Road to the Hall of Fame
28 Ott 2014

The Long Road to the Hall of Fame

Perché, continuando a pensare la strada come un percorso rettilineo, accettiamo che a un inizio corrisponda una fine.

A pensarci bene, a questa idea di fondo, di inizio e fine, corrisponde concettualmente anche il detto latino “tutte le strade portano a Roma”. Dunque, stabiliamo una tripartizione esplicativa. La strada è per prima cosa una linea, un insieme di punti da percorrere per raggiungere una meta finale. La strada è poi metafora ricorrente, di uso comune, per descrivere la parabola della vita. E, infine, la strada è anche narrazione, oppure un concetto, o, ancora, una storia che ha un punto di partenza e uno di arrivo.

Dall’acquisizione di queste nozioni possiamo quindi affermare che, strappata alla sua dimensione materiale, al suo status di infrastruttura, la strada si è cristallizzata in un’idea metafisica. No, non scappate: da questo presupposto non voglio innescare alcuna speculazione pseudo-filosofica fine a se stessa. L’idea – sicuramente bizzarra – è quella di effettuare una torsione del concetto di strada a partire dal film- documentario “The Long Road to the Hall of Fame” di Reda Zine. Con questo movimento stabiliremo una definizione a-lineare di strada.

Consideriamo, anzitutto, il titolo del documentario. Avrete notato quanto risulti impregnato della tripartizione che ho proposto – dell’idea lineare di inizio e fine -, seppure l’aggettivo “Long” suggerisca anche che quella linearità non è sinonimo di inesistenza di ostacoli, curve e pericoli. Anzi: può persino suggerire un’idea di indefinitezza della strada. Tuttavia, la meta finale, la Hall of Fame, sembra, in un primo momento, chiudere questo potenziale, questa idea di strada come luogo concettuale infinito.

Capitolo Primo – From the Ghetto to Super-star

Non foss’altro per come si apre il film: la storia di Tony King, a.k.a. Malik Farrakhan, muove i primi passi proprio a partire da una strada, dal “1442 Pike Street, Alliance, Ohio”. E’ esattamente qui, negli anni ‘50, che inizia a prendere dimestichezza con la palla ovale e a sperimentare, sulla propria pelle, il significato di ghetto: “non sapevamo nemmeno che significava ghetto. Ne sentivamo parlare male in televisione, ma non volevamo andare via dal ghetto. Giocare a football nella American Football League (Afl): quello sì che lo desideravamo”.The Long Road to the Hall of Fame

Questo desiderio ha fatto sì che Tony King fosse uno dei primi afro-americani a giocare nella Afl, la massima serie del football americano. Anzi, con il fratello Charlie, stabiliscono un piccolo record: sono i primi due fratelli di colore a giocare nel medesimo team, i Buffalo Bills, nel medesimo momento (nel ‘66).

Ma la strada di Tony subisce una deviazione improvvisa.

Colto a leggere la biografia di Malcolm X da un compagno di squadra, viene segnalato al management del team e costretto a lasciare la squadra: “il giorno successivo mi telefonarono di prima mattina dicendomi semplicemente che ero libero. Rinunciavano al mio contratto”.

Giovane e di belle sembianze, Tony decide di trasferirsi a New York, dove comincia un nuovo percorso, questa volta nel mondo dello spettacolo, e a fare da modello per diverse pubblicità. Intraprende, poi, la carriera da attore nel fiorente cinema della Blaxploitation, dove recita in film come Schaft e Gordon’s War. Sarà anche l’unico attore nero nel cast de “Il Padrino” di Francis Ford Coppola.

Ma la strada di Tony subisce un’ulteriore deviazione.

from the ghetto to superstar

   Capitolo Secondo – Malik Farrakhan e i Public Enemy

Poteva continuare la carriera da Superstar. Eppure, ancora una volta, la svolta è rappresentata dall’incontro con la Nation of Islam. In questo caso, però, non è un libro a stuzzicare l’attenzione di Tony, bensì l’influenza dei membri dell’organizzazione che lavoravano come addetti alla sicurezza sul set del film Gordon’s War. Affascinato dalla loro capacità organizzativa impeccabile, dal loro rigore, e dalla forza con cui riuscivano a mantenere ordine anche nelle situazioni più difficili, saranno il tramite che gli permetterà di conoscere il Minister Louis Farrakhan, leader della Nation of Islam. Sarà grazie alla sua figura che entrerà a far parte definitivamente dell’organizzazione, e che cambierà nome in Malik Farrakhan.

Ma la strada di Malik cambia ancora.

Approda, infatti, nella Family dei Public Enemy, dove diviene il responsabile della sicurezza e guardia personale di Chuck D: “Nel 1987 fu Farrakhan in persona a chiedermi di proteggere il gruppo e in particolare il loro leader, Chuck D”. D’altra parte il Minister Farrakhan viene spesso citato nei testi dei Public Enemy come profeta e punto di riferimento. E la Nation of Islam è sicuramente per loro una fonte di ispirazione.

Ma la strada di Malik non è finita. 

Chuck D con Malik Farrakhan.

Chuck D con Malik Farrakhan.

Capitolo Terzo – La strada e l’infinito

La strada del film di Reda Zine non ha una fine. Reda ha conosciuto Malik ad un concerto dei Public Enemy, per i quali è tuttora responsabile della sicurezza e punto di riferimento indiscusso. Il carisma di Malik, la carica storica ed emotiva che si porta dietro, hanno convinto il regista a realizzare un film su di lui. Ma la storia di Malik non si è chiusa con un riconoscimento nella Hall of Fame.

D’altro canto, è solo nel 2008 che Tony e il fratello scoprono di essere stati i primi due giocatori di colore a giocare nello stesso team, nello stesso momento. Da qui nasce il loro tentativo di essere riconosciuti in quella Hall of Fame dove le stelle afro-americane continuano ad essere ancora poche (“Lui, però, resta il migliore di tutti”- fa segno Malik indicando la stella di Muhammad Alì).

Il film, insomma, non si chiude con il riconoscimento nella Hall of Fame. La strada è ancora lunga. Ed è questa incompiutezza che continua ad affascinare e a ridisegnare continuamente il concetto di strada, a tenerlo in uno stato di moto perpetuo, a far sì che non ci si illuda di una fine della storia. Perché in tal modo nasce un’idea di strada come luogo concettuale infinito.

La ricerca dell’infinito è, allora, il vero motore dell’animo umano. Sebbene riecheggino, in questo momento, le bellissime parole dell’Infinito di Leopardi, bisogna invece comprendere che questa ricerca dell’infinito non si esaurisce nel naufragare nel dolce mare. Andare oltre la siepe è, piuttosto, un esercizio mentale che ha delle ripercussioni materiali. Che ci permette di superare le siepi della segregazione. Che ci fa metter in discussione la linearità dei confini. Che ci fa percorrere la strada infinita della storia.


Marco Pignatiello