David Lynch, Untitled (New Jersey), 1986 © Colection of the artist
29 Set 2014

“The Factory Photographs”: la fabbrica secondo Lynch

Il 17 settembre si è aperta la mostra fotografica “The Factory Photographs” di David Lynch, esposta al MAST in anteprima nazionale, fino al 31 dicembre. Spinti da slanci emotivi post-industriali e lynchiani, siamo andati a farci un giro.

Foto di copertina: David Lynch, UNTITLED (New Jersey), 1986 @ Collection of the artist

Cosa succede quando una mente cervellotica e onirica come quella di David Lynch decide di trastullarsi con l’arte della fotografia? Niente di rassicurante, come potete ben immaginare. E’ così, infatti, che si finisce in fabbriche abbandonate, nel fumo non ben identificato, nei rigagnoli e negli anfratti bui, insomma in scenari degni dei suoi film. E’ un mondo senza colori, c’è solo spazio per il contrasto tra luce e ombra- o più spesso, tra ombra e qualcosa che è più di un’ombra.

David Lynch, Untitled (Lodz), 2000 © Collection of the artist

David Lynch, Untitled (Lodz), 2000 © Collection of the artist

In questo caso, allora, c’è solo una cosa da fare, farsi prendere per mano dal buon vecchio regista americano, magari nelle vesti di uomo di strada, agghindato di stracci e con il ciuffo non perfettamente laccato, e lasciarsi trascinare nelle periferie di Lodz, Berlino, New York, Los Angeles e in altri luoghi del disagio, in un arco di tempo che va dagli anni ’80 fino al 2000.

Ti aspetteresti facce strane, conigli o nani che spuntano fuori appena svolti l’angolo, e invece in giro non c’è nessuno, siete solo tu e il Lynch-in-versione-barbone, che s’impegna con l’entusiasmo di un bambino a farti vedere le conseguenze dell’abbandono in ogni dettaglio, le tubature curve, i comignoli, le incrostazioni del muro, i vetri rotti che deformano o aprono nuovi sguardi verso il mondo esterno.

 “Vieni, andiamo fuori, alza lo sguardo e dimmi se non è bella come una cattedrale.”

David Lynch, Untitled (Lodz), 2000 © Collection of the artist

David Lynch, Untitled (Lodz), 2000 © Collection of the artist

Sembra assurdo, ma con la sua insolita guida, riuscirai forse a capire perché ti sta parlando di veri e propri monumenti della decadenza come posti belli e magici: perché, nonostante tutto, hanno una vita materiale commovente e tangibile, tanto da poter percepire la presenza di qualcosa dentro a quelle macchie nere, a quelle ombre così nette.

In certi momenti, si può addirittura pensare che siano le opere meno inquietanti uscite da una fucina di incubi quale è l’ingegno di Lynch. Ma forse sto esagerando.

David Lynch, Untitled (Lodz), 2000 © Colection of the artist

David Lynch, Untitled (Lodz), 2000 © Collection of the artist

“Sì David, è bellissima… però che è sta nebbia? Non so, magari mo’ vado, che sai ho da fare una roba… da un’altra parte …”

 Ma prima di andare, vi voglio lasciare con 3 consigli spassionati e aggiuntivi di indubbia necessità:

 1. Solo se siete animi impavidi e psicologicamente preparati alla pazzerella mente di David, fermatevi a guardare PER INTERO i cortometraggi a fine percorso. E’ una prova ardua che vi permette di mettere alla prova il vostro stato di sopportazione, nonchè la vostra immaginazione- e mi riferisco soprattutto all’infinito corto di 10 minuti, Industrial soundscape: si accettano pareri e ipotesi sull’indefinibile figura in primo piano, per me è una testa di coniglio con parti di carne che escono dalla testa e una tetta cadente (senza fonte).

2. Andate a vedere la mostra durante la settimana, se ne avete la possibilità, così avrete modo di godervi in pieno l’enormità e il traslucido biancume del MAST, senza l’affollamento del weekend. In più, il sentirsi gli unici osservati dai mille omini della sicurezza crea quel giusto sentimento di disagio che si presta al mood della mostra.

3. Andate in caffetteria: E’ TUTTO MOLTO GRATIS – e visto che ora lo sapete, potete evitare quelle scene tristi, in cui vi avvicinate al banco per pagare il tè lungamente sorseggiato e solo dopo aver capito che non dovete cacciar fuori nulla, sorridete all’impassibile sguardo del barista (che comunque vi odia) e decidete di scofanarvi anche i biscottini. Su, un po’ di dignità.

Senza Fonte


(senza fonte)