Striplife | La quotidianità nella striscia di Gaza nel documentario di Teleimmagini
03 Giu 2014

Striplife | La quotidianità nella striscia di Gaza nel documentario di Teleimmagini

Invece di intristirci, ridiamo”, fa notare un ragazzo del Gaza Parkour Team mentre mostra un video con le loro ultime acrobazie. Sullo sfondo, a fare da contrasto, l’esplosione di una bomba, un boato, una nuvola di fumo e polvere che, però, non riesce a prendere il sopravvento sul sorriso dei ragazzi che continuano ad esercitarsi.

Dopotutto sarà proprio il contrasto, l’effetto principale che noterete guardando Striplife, uno straoridnario documentario realizzato da cinque registi del collettivo Teleimmagini, e che potrete vedere domani (mercoledì, nda.) al cinema Odeon per la prima Bolognese. Ma se pensate si tratti del solito documentario su Gaza, vi sbagliate di grosso. Il contrasto che noterete, infatti, sarà proprio quello con la narrazione mainstream, sia essa quella dei colossi mediatici o dell’informazione indipendente.

D’altra parte – ci racconta Alberto Mussolini, uno dei registi insieme a Nicola Grignani, Luca Scaffidi, Valeria Testagrossa e Andrea Zambelli, – abbiamo voluto far parlare la parte viva della società, quella che resiste quotidianamente all’assedio, un assedio economico, militare, ma che si esprime anche in altre forme che non sono il bombardamento. Pensate ai pescatori che non possono allontanarsi in mare aperto per pescare, o al fatto che non è possibile far entrare medicinali piuttosto che materiali edili per costruire le case”. La scelta di far parlare la parte viva della società non è stata causale, insomma, ma nasce da un progetto nato tre anni fa, con la carovana Movieng to Gaza, che aveva portato numerosi attivisti a conoscere le persone che vivevano insieme a Vittorio Arrigoni“E’ così”, ci spiega ancora Alberto, “che conoscendoli abbiamo visto qualcosa della società di Gaza che non era assolutamente raccontata dai media. Infatti, quando uno pensa a Gaza, pensa al militante di Hamas, o all’abitante sotto i bombardamenti, o a bambini in lacrime”.

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Non è un caso allora, che Striplife sia stato accolto molto bene dalla critica e dal pubblico, ottendendo, tra gli altri, il prestigioso “Premio della Giuria” al Torino Film Festival con la seguente motivazione: racconta, attraverso intelligenti scelte cinematografiche, la normalità di una giornata nella Striscia di Gaza. Un film che contrasta volontariamente con l’overdose di immagini di guerra veicolate e consumate attraverso i media. Eppure, raccontare una giornata nella Striscia di Gaza, è stato un lavoro piuttosto lungo. “Abbiamo fatto un primo sopralluogo” ci racconta Nicola Grignani “che ci ha permesso di conoscere un giovane rapper, la sua vita, oltre a tanti altri ragazzi che venivano dal suo ambiente, e questo ci ha permesso anche di conoscere la loro realtà, come ad esempio il fatto che non possono esprimere la loro musica pubblicamente. Poi – prosegue Nicola – abbiamo rielaborato tutto, abbiamo scelto di inserire tutto all’interno dell’arco di una giornata, e questa cosa ha fatto sì che quella giornata sia divenuta in un certo senso universale anche per la varietà dei personaggi raccontati”.

Insomma, Striplife ci restituisce un quadro davvero molto complesso della vita di tutti i giorni a Gaza, e lo fa senza scadere in facili giudizi morali, senza inciampare nella trappola del racconto banale e stereotipato. A parlare, invece, sono le vite stesse dei personaggi, è la loro realtà quotidiana a irrompere sullo schermo grazie alla singolare forza delle immagini. E’ davvero sorprendente, allora, poter conoscere una Gaza dalle mille sfaccettature, “perché una cosa straordinaria è la complessità sociale – ci tiene a precisare Nicola – una società molto ricca e varia, oltre ad una cultura underground in perfetta sintonia, se vogliamo, anche con i temi di Bolognina Basement”.

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Fondamentale, ancora una volta, è stato l’aver incontrato le persone giuste, come Meri Calvelli, Responsabile del Centro di scambio Interculturale Vik, che li ha aiutati a conoscere i ragazzi e le ragazze che hanno preso parte attiva alla realizzazione del documentario, e che hanno affiancato i registi italiani per tutto il percorso. “E’ stato un lavoro molto lungo anche per questo, – sottolinea Alberto – perché abbiamo lavorato con loro, anche formandoli, coinvolgendoli in tutte le fasi, spiegandogli come si fa un film documentario. Lavoro lungo, ma che ha avuto un ritorno. Tu insegni delle cose a delle persone, però grazie a loro abbiamo imparato tanto della cultura gazawa, e questa è stata una cosa interessantissima”.

Infine, la dedica del documentario a Vittorio Arrigoni, perché, come ci racconta Nicola, “è come se Vik fosse stato presente. E’ grazie al suo lavoro che abbiamo avuto modo di entrare in contatto con le persone che ci hanno aiutato, quindi anche l’essere italiani, in questo senso, ci faceva associare a lui, e molti ci tenevano a spiegare quanto fosse una persona straordinaria e quanto fosse stato importante per loro”.


Marco Pignatiello