@Elisa Pioppi
28 Lug 2014

L’editoria indipendente è viva e lotta insieme a noi|Intervista a Matteo Pioppi

Foto di copertina @ Elisa Pioppi

In anni bui in cui si parla di morie di libri e di imminenti catastrofi culturali, in molte città italiane abbiamo assistito allo sviluppo di una rete sotterranea, ma ricca ed eterogenea, di case editrici e librerie indipendenti, che riescono a tener vivo l’interesse per la cultura e fanno sperare in un cambiamento.

Bébert Edizioni, fondata a Bologna nel 2012, rappresenta questo bisogno di crescita e massima fruizione del sapere, puntando sull’editoria di qualità e di ricerca.

BB ha incontrato Matteo Pioppi, il suo fondatore, per farsi raccontare com’è nato il progetto e cosa vuol dire operare nel mondo editoriale.

Come ti è saltato in mente di aprire una casa editrice in un paese con una bassissima media di lettori?

La scelta è partita dal fatto che io stavo passando un periodo orribile della mia vita e avevo un po’ di soldi da parte, avendo sempre lavorato da quando avevo 16 anni, soprattutto nei periodi estivi. Così, mi sono detto “come li uso, vado in India a fare un viaggio mistico o apro una casa editrice?” e ho deciso di aprire una casa editrice. Ho sempre lavorato in case editrici, a Genova, Reggio e qua a Bologna, e ho deciso che era giusto costruire qualcosa da quella disperazione, altrimenti si fa il gioco di chi ci vuole arresi e io non mi voglio arrendere. Per cui, principalmente, è nata per una questione privata e personale, per aiutarmi da solo a superare un momento terribile. Poi, ovviamente con il tempo si sono aggiustate le cose, sono arrivate le prime idee sulle collane e su come gestire tutto il resto.

Sul fatto che l’Italia sia un paese in cui non si legge, questo è vero ma non spaventa, nel senso che puoi sempre riuscire ad intercettare delle persone interessate a quello che fai. Poi, ovviamente non punti sull’idea di competere con Mondadori, l’idea di per sé di competere con qualcuno non ha senso. Bisogna partire con l’idea di fare delle cose per gli altri, se ci sono altre realtà che operano in questo senso, è giusto collaborare con loro.

Secondo te, perché si legge così poco in Italia?

In primo luogo, il discorso è educativo, perché il libro e la cultura in generale vengono viste come una cosa pallosa. Anche quando uno è piccolo ed è un secchione, si fa passare come una cosa negativa, come quando ti dicono “attento che se studi tanto ti viene l’esaurimento nervoso”. In partenza, c’è già una stigmatizzazione della conoscenza, e poi il libro viene visto come una cosa noiosa, anche perché a scuola ci fanno leggere Petrarca o i Promessi Sposi. Se ai ragazzini facessero leggere altre cose, si appassionerebbero sicuramente di più alla letteratura. Io ho fatto così: non vengo da una famiglia di intellettuali, mio papà faceva il meccanico e mia mamma la sarta. Io, semplicemente, ho iniziato a prendere in biblioteca i libri di Bukowski e John Fante e ho scoperto un mondo enorme e diverso, e che la letteratura e la saggistica non sono così noiose come ci insegnano alle superiori. In secondo luogo, c’è una pigrizia cronica in questo paese, una propensione a farsi raccontare la vita dagli altri e non a leggerla in prima persona. Però, principalmente, la ragione è educativa e formativa.

 Il binomio “diffusione del digitale – crisi dell’editoria”, è stato in questi ultimi anni al centro del dibattito pubblico. Tu come la vedi?

 Secondo me ogni secolo inventa delle verità, il secolo scorso era il secolo della velocità e doveva andare tutto bene, poi per fare due esempi tra i tanti, ci sono state due guerre mondiali e hanno sganciato una bomba atomica su Hiroshima, quindi non è che sia andato così bene. Per questo secolo, ci stanno raccontando questa storia dell’informatizzazione. Le statistiche dicono che in Italia non va, in America sì, ma perché hanno un rapporto con la tecnologia molto più avanzato del nostro, e perché sono dei gran divoratori di best seller. In Italia, il lettore vero non prende l’e-book, per ora sembra che il supporto cartaceo sia necessario. L’e-book può essere un buon modo per sperimentare. Per dire, se faccio un libro di cinema, lo voglio mettere in e-book perché, cliccando su una parola, esce il trailer o un video, così posso sfruttare i collegamenti ipertestuali. Anche qui, io non sono per la competizione, ma per l’integrazione. Poi, il mercato è in crisi non perché c’è l’e-book, ma perché vengono pubblicati brutti libri, il livello della qualità si è abbassato.

Adesso anche per Bébert il prossimo anno usciranno i primi e-book, sempre in contemporanea con il cartaceo, e sarà tutto open, per evitare di dare i soldi a chi te li chiede per usare un certo supporto e quant’altro.

Logo di Bébert Edizioni

Logo di Bébert Edizioni

Legato a quest’ultimo aspetto, Bébert Edizioni utilizza il copyleft. Quali sono le ragioni di questa scelta?

Se mi pongo come realtà alternativa ad una casa editrice classica, è perché devo offrire qualcosa di diverso. È inutile che io mi definisca indipendente, per poi riproporre le stesse dinamiche di potere interno di una casa editrice normale. Il copyleft serve a grandi linee come tutela: se tu scrivi un libro i diritti sono tuoi, non miei. In questo modo, l’autore diventa proprietario dei propri diritti e ci può fare quello che vuole, cioè se il racconto che ha scritto e pubblicato con me, dopo due mesi vuole ripubblicarlo con un’altra casa è libero di farlo. Questo aumenta la diffusione della conoscenza e della fruibilità del materiale. Sempre in questi termini, viene usato l’open source per impaginare. In più, usando le licenze del creative commons non devi pagare la Siae, così come se utilizzi dei programmi open non devi pagare la Microsoft o il Mac, o per esempio i proprietari di Photoshop, ed è un risparmio mostruoso. Quindi le ragioni sono sia politiche, che economiche e di risparmio.

Quali sono i criteri che stabiliscono se un libro vada pubblicato o meno?

Ci sono dei manifesti editoriali, che si possono leggere su internet, dove sono segnati i criteri con cui decido cosa scelgo nel campo della narrativa e nel campo della saggistica. Per riassumere brevemente, della narrativa ciò che m’interessa è lo stile. Tutti hanno storie da raccontare, siamo tutti, bene o male, casi umani e potremmo essere un romanzo vivente, però bisogna vedere come riesci a raccontarti. Il contenuto, ovviamente, è importantissimo: puoi avere uno stile perfetto, però se scrivi che porti il cane dal toelettatore, non ho il minimo interesse a leggere. Poi, deve esserci un’urgenza comunicativa forte, perché la narrativa è una cosa artistica e creativa, altrimenti fai giornalismo o saggistica, che sono un’altra cosa- ovviamente di pari dignità- ma che non vanno confuse con la narrativa. C’è questo autore reggiano, Daniele Benati che dice che quando c’è urgenza comunicativa, le parole è come se uscissero dal testo. Questo lo vedi benissimo quando ti arriva un testo di qualcuno che scrive perché si atteggia da scrittore- ed è il 90 per cento. Poi, c’è un 10 per cento che scrive perché sente l’esigenza di raccontare qualcosa di sé, o una storia.

Per la saggistica, invece, cerco più una linea politica. L’idea è di pubblicare tesi di laurea magistrale o tesi di dottorato edulcorate e modificate, in modo tale da essere più divulgative, sui temi meno conosciuti. Per esempio, la tesi sul brigatismo a Reggio  era un tema conosciuto pochissimo. Ora ne usciranno un altro paio: uno sull’eccidio delle fonderie di Modena- un’altra pagina della storia di questo paese praticamente sconosciuta, e un testo di studi postcoloniali sulle banlieue parigine. Per cui, argomenti poco noti oppure temi che conosciamo solo attraverso un solo punto di vista, quello giornalistico, al quale si cerca di dare un’impostazione il più scientifica possibile.

Quindi la saggistica rimane strettamente legata ad aspetti storico-politici?

Sì, per ora si concentra su questo, ma a partire da novembre partirà anche una collana sul cinema, che si chiamerà 24 FPS. Il primo libro sarà su Bela Tarr e sarà la prima pubblicazione in lingua italiana su questo regista ungherese, con interviste a Bela Tarr, al compositore Mihaly Vig e a Fred Kelemen.

C’è un motivo particolare per cui hai deciso di avere come base operativa la Bolognina?

Sono tornato a vivere a Bologna, dopo 3 anni e mezzo di Genova, e la Bolognina già la conoscevo perché frequentavo Xm da prima, e mi piaceva molto come quartiere. Quando sono tornato, mi dissero che la Bolognina era diventato il quartiere più buio, più pericoloso, allora ho deciso che volevo vivere qua, perché volevo vivere nella zona più pericolosa. Poi, ovviamente, non è stato così, è un quartiere meraviglioso e tranquillissimo, con una socialità bellissima. Ci sono problemi di spaccio, ma sono problemi che trovi in tutti i quartieri di Bologna. In più, non sembra nemmeno di stare in Italia, perché è un quartiere abitato principalmente da migranti, per cui l’idea di alzarmi la mattina e non vedere nemmeno un italiano mi piace moltissimo.

Inoltre, ho aperto qui perché gli affitti costano pochissimo. Quindi il quartiere mi dà la possibilità di vivere del mio lavoro, di quello che faccio.

Consigli per le letture estive?

L’ultimo libro che è uscito I pompieri non escono per le donne in lacrime, di Lisa Biggi, composto da nove racconti stupendi, legati dalla presenza di una stessa protagonista che ritorna come filo conduttore, ed è un libro tragicomico, che parla delle disavventure di questa quarantenne impiegata e precaria, sia dal punto di vista lavorativo e sentimentale, per cui vengono raccontati questi incontri con uomini improbabili e squallidi. La cosa bella di questi racconti è proprio il fatto di giocare su questo aspetto tragicomico, che ha una forza mostruosa. Poi, si presta all’estate perché rimane comunque leggero.

Un altro libro che vorrei consigliare, non edito da Bébert, è quello di Bohumil Hrabal , scrittore cecoslovacco, intitolato Treni strettamente sorvegliati . Ho un bel ricordo di questo libro, che ho letto durante la mia prima estate passata a Genova, quando a inizio estate ero ancora disoccupato e andavo sempre al mare… lo lessi in una settimana. Anche se parla della Cecoslovacchia degli anni Trenta, è un bel libro per l’estate.

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