Intervista illustrata a Guido Volpi
28 Mag 2014

Intervista illustrata a Guido Volpi

Guido Volpi è un illustratore, attivo a Bologna, nonché abitante della sempre ridente e soleggiata Bolognina (un minuto di “campanilismo”). Ma soprattutto, Guido è una mente in continua ricerca, in grado di renderci partecipi di ogni sua scoperta attraverso le illustrazioni che fa, diffidando dalla perfezione e preferendo a questa la sincerità. 

Come ti sei ritrovato a fare l’illustratore? Hai sempre disegnato?

Mi sono iscritto al corso di fumetto e illustrazione, con l’idea di dedicarmi al primo dei due. Poi, mi sono accorto che le strade sono più di due e sto provando a farne una mia. Ho iniziato a disegnare da adolescente, quando avevo 14 anni. Al tempo scrivevo moltissimo, soprattutto cose legate alla quotidianità, magari che mi capitavano durante il giorno. Poi mi sono accorto che i miei disegni non corrispondevano mai a quello che avevo scritto, perché fondamentalmente non mi piaceva disegnare quel tipo di cose. Da lì, ho iniziato a scriver di meno e a dare sempre più importanza ai disegni. Dopo aver lavorato come assistente sociale e come operaio in una tipografia, mi sono deciso a venire a Bologna per iscrivermi all’Accademia. 

Lavori per lo più con l’inchiostro. Da cosa è dettata questa scelta?

Lavoro con l’inchiostro perché è una di quelle tecniche che non ti permette di tornare indietro. Prima di fare l’accademia usavo principalmente la penna. A differenza di adesso, che so disegnare meglio, si vedeva ancora di più l’assenza di matite preparatorie, mi piaceva molto l’effetto: era come se le immagini si muovessero. L’idea che ci siano anche delle imperfezioni, degli errori, mi sembra che renda un disegno più vero. Sa veramente disegnare uno che fa un disegno perfetto dopo averlo corretto mille volte? Alla fine, nessuno sa disegnare. Nel tracciare il segno, preferisco l’istinto alla perfezione.

1sketch

Parliamo di uno dei tuoi primi lavori, Treni (ModoInfoshop, 2011). Com’è nata l’idea di fare un intero libro composto da questi ritratti?

Il primo disegno l’ho fatto in stazione, quando sono arrivato a casa, la parte che avevo disegnato, non era più un treno, mi sembrava una specie di maschera. Nello stesso periodo avevo fatto un sito per raccogliere i primi lavori che avevo fatto, stampai dei biglietti da visita, con altre tre maschere metalliche. Ebbero un successo inaspettato, c’era chi mi diceva che se li appiccicava al frigorifero, oppure se li scambiava, tipo figurine, così ne feci qualche altro. Anche da Modo mi dissero che i miei biglietti da visita andavano un sacco, mi chiesero di portare qualche originale e se ero disposto a fare eventualmente una mostra in libreria, cosa che per me era il massimo. Per questo, mi misi all’opera e arrivai a fare una quarantina di ritratti. Qualche giorno prima della mostra mi chiamarono, chiedendomi di andare da loro per parlare di una cosa. Io mi stavo già immaginando l’evento annullato, invece mi proposero di raccoglierli in un libro.

s.muerte

Illustrazione e racconto sono sempre stati strettamente legati. Come si è articolato questo rapporto in A Lisbona con Antonio Tabucchi (2012, Giulio Perrone editore)

Con Lorenzo (Pini) l’autore dei testi, siamo andati a Lisbona, io sono stato per un mese. Avevamo deciso di strutturare il libro su due racconti paralleli, uno scritto, uno per immagini, due racconti a se stanti, ma degli stessi luoghi e così abbiamo fatto. Io ho realizzato una trentina di immagini, sono state disegnate con la penna direttamente sul posto, in piedi, in tram, poi tornavo a casa e mettevo il colore a seconda delle emozioni della giornata. Purtroppo nel libro stampato le immagini sono state stampate in bianco e nero, alcune bruciate, altre tagliate. Scelte editoriali.

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Quest’inverno è uscito Festina Lente (2013, Modoinfoshop), libro d’illustrazioni che hai realizzato insieme a Liliana Salone. Come è nato il progetto? 

Partirei dal fatto che io e Liliana siamo molto amici e che, passando tantissimo tempo insieme, ormai avevamo raggiunto una forte sintonia, proprio a partire dalle parole. Ci è sempre piaciuto confrontarci nei nostri lavori e, ad un certo punto, ci siamo accorti che disegnavamo le stesse cose. La cosa bella è che avremmo potuto fare lo stesso lavoro autonomamente, ma rendendoci conto di questa affinità abbiamo pensato ad una pubblicazione insieme. Festina Lente prende molto dalla sfera del subconscio. Per quanto mi riguarda, i sogni mi influenzano tantissimo e sono stati una fonte d’ispirazione fondamentale per i disegni presenti nel libro. 

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Invece, cosa ci dici della tua ultima collaborazione con le Luci della centrale elettrica?

E’ stato Vasco Brondi a chiamarmi e a dirmi che, da qualche tempo, voleva propormi il progetto di disegnare le locandine per i suoi concerti. Ed è sempre stato lui a suggerire come soggetto l’astronauta urbano. Visto che i suoi testi sono strettamente connessi alla realtà terrena, parlano del contesto sociale in cui viviamo, l’idea è appunto quella di giocare su questo personaggio che viene dalle stelle e si trova a confrontarsi con la quotidianità.

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La tua opinione sull’editoria nel campo dell’illustrazione? Qual è la tua concezione di illustrazione? 

Disegnare vuol dire raccontare qualcosa, è come scrivere, fare cinema, dietro al mezzo ci sono dei contenuti che sono frutto di una ricerca continua. Poi c’è la ricerca estetica, io per esempio mi rendo conto di disegnare male, quando riguardo i miei disegni vedo che sono tutti deformati, mi piace scolpirli, inciderli a testa bassa. Io adoro la carta, il segno, le sbavature, la riproduzione viene in secondo piano, credo che mi sto allontanando dall’editoria. L’editoria in Italia è come un palazzo con tanti appartamenti, devi conoscere chi abita gli appartamenti e sperare di andargli a fagiolo.  Io sono stato fortunato, mi hanno fermato delle persone di una casetta prima del palazzo, ci siamo guardati in faccia e siamo andati subito d’accordo.

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