I Monty Python mi hanno cambiato la vita
23 Lug 2014

I Monty Python mi hanno cambiato la vita

I Monty Python mi hanno cambiato la vita, hanno preso tutto ciò che conoscevo e lo hanno rimodellato in una forma nuova, magnifica e sorprendente ma allo stesso tempo bizzarramente e intimamente familiare.  Potrei spiegare a chi di voi non li conosce chi siano, i loro nomi, qualche data o perché il loro incredibile umorismo di dissacrante nonsense si meriti di passare alla storia, ma non lo farò.

Lasciatemi solo dire che nel caos dei loro sketch ho sempre trovato una risposta a qualsiasi tumulto interiore abbia mai affrontato e che con Groucho Marx e P.G. Wodehouse mi hanno aiutato a costruire l’unica filosofia di vita che potrei mai seguire, mi hanno insegnato che non solo si può ridere di tutto, ma che si deve ridere di tutto. Perché è solo quando smetti di ridere o di far ridere che sei morto per davvero.

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Beh, si potrebbe dire che il 20 luglio i Monty Python sono morti ma insomma non “per davvero”, piuttosto hanno chiuso la loro carriera come gruppo comico dando al mondo un incredibile addio, un ultimo saluto a tutti coloro che li hanno amati, a sé stessi e all’indimenticato Graham Chapman scomparso prematuramente nel 1989 e per il quale John Cleese spese queste immortali parole:

Graham non mi perdonerebbe mai se non lo facessi, se sprecassi questa magnifica opportunità di scandalizzarvi a nome suo. Si merita qualunque cosa, tranne lo stupido buon gusto. Ieri sera, mentre scrivevo queste parole, lo sentivo che mi sussurrava all’orecchio: «Allora, Cleese, vai tanto fiero di essere stata la prima persona ad aver mai detto “merda” alla televisione britannica. Se questa cerimonia è davvero per me, tanto per iniziare voglio che tu sia il primo in assoluto a pronunciare a una commemorazione funebre britannica la parola “fuck”»

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Dopo trent’anni dall’ultima collaborazione insieme i cinque Python rimasti hanno deciso di riunirsi per un ultimo spettacolo live (“mostly”, “più o meno” con un caro saluto appunto a Chapman anche nel titolo One down, five to go) all’arena O2 di Londra e di trasmetterlo il 20 luglio in diretta streaming nei cinema di tutto il mondo. Per la cronaca, i biglietti per la prima si sono esauriti online in 43,5 secondi.

Io non so cosa stessi facendo in quei 43,5 secondi, per cui non mi è restato che il cinema e il 20 luglio, ore 20 mi sono acciambellata sulla mia brava poltroncina rossa e ho aspettato trepidante il conto alla rovescia dello streaming. Non sapevo bene che aspettarmi, faranno i soliti buoni vecchi pezzi, mi dicevo, chissà con l’età, chissà se hanno ancora brio, chissà senza Chapman, chissà…

Tre ore dopo sono uscita canticchiando e ridendo dopo uno spettacolo incredibile: per il gran finale i Monty Python si sono superati, riuscendo ancora una volta a stupire, coinvolgere e ammazzarci dalle risate. (No, lo sketch della barzelletta più divertente del mondo non l’hanno fatto, ma se non lo conoscete fustigatevi e andate subito a vedervelo qui.)

A settant’anni suonati questi cinque mi hanno incantata come al primo incontro con il Flying Circus riconfermandosi dei giganti della comicità, recitando, cantando e ballando pezzi noti e arcinoti senza perdere di freschezza, intrecciandoli tra loro senza sbavature e ammiccando al pubblico storico con inner jokes anche improvvisati.

c'erano giusto un paio di persone.

c’erano giusto un paio di persone.

E il bello della diretta, Loretta Goggi insegna, ci ha regalato il gesto elegante di Eric Idle che si strappa un mezzo baffo posticcio che a metà scenetta si è messo a penzolare o la crisi di ridarella che ha scosso Terry Gilliam mentre rivestiva il ruolo dello dello sventurato sovraintendente Parrot nello sketch della Rana Croccante, occasione non sfuggita a Cleese che, sornione, ha gongolato “Stop it, or you’ll be an ex-parrot soon”.

 

Perché sì, il bello dei Python è che ti arriva immediato e lampante quanto si divertano a stare sul palco, a giocare tra loro e con il pubblico, come se fosse ancora il 1969 e stessero alla prima stagione del Flying Circus. Se la ridono, i nostri vegliardi, mentre passeggiano in autoreggenti, ballano (accompagnati da un bravissimo corpo di ballo), si vestono da donne, inquisitori spagnoli, vichinghi, giudici e via dicendo. E con loro se la ride anche Carol Cleveland (soprannominata dai sei Python “Carol Cleavage”, ovvero “Decolté”, a causa dei suoi grandi occhi), storica spalla del gruppo che a settantadue anni ha uno stacco di coscia che io me lo sogno. E poi, come sempre, è adorabile.

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Michael Palin, Eric Idle, Terry Jones, Carol Cleveland, Terry Gilliam e John Cleese

Sono uscita dal cinema divertita e commossa. Avevo paura diventasse una di quelle reunion posticce, insapori, raffazzonate e deludenti. Di nuovo c’era poco, solo qualche animazione di Terry Gilliam e il nuovo assetto degli sketch. Ma per il resto c’erano loro, come trent’anni fa, con la stessa energia e la stessa verve. Ne mancava solo uno.

Prima del sipario&luci in sala, l’ultimo delicato omaggio a Chapman, sul mega schermo compare il suo nome, data di nascita e di morte.

Subito dopo “Monty Python, 1969-2014”. La scritta in corsivo elegante rimane bianco su nero per qualche secondo, poi sostituita da un’altra: “Piss off.

I Monty Python mi hanno cambiato la vita, dico sul serio. E questo eccezionale, inaspettato ed insperato saluto li conferma degli artisti e professionisti indimenticabili. Come la loro versione del Danubio Blu: esplosivi.

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