La coscienza de “El Flaco”
03 Apr 2014

La coscienza de “El Flaco”

Questa è una presa di coscienza.

Questa è il racconto dell’unico giorno di felicità del Popolo argentino durante la dittatura dei militari, periodo più buio della Loro storia.

E il tutto lo si deve a quest’uomo.

César Luis Menotti, 75 anni, rosarino, ex calciatore (11 presenze e 2 gol nella seleccion argentina), ma soprattutto ex allenatore di squadre come Boca Juniors, River Plate, Barcelona, Atletico Madrid, Sampdoria.

Fautore del gioco d’attacco, filosofo del calcio e della vita,  incallito fumatore, assiduo lettore di Sartre e Cortázar, una laurea in chimica e una passione per il piano e le auto.

Un “hombre vertical”.

Il suo nome è legato al Mondiale argentino del 1978, il primo vinto dalla nazionale albiceleste.

Fu il Mondiale/vetrina della dittatura della giunta Videla/Massera/Agosti e Lui, uomo dichiaratamente di sinistra, era il commissario tecnico di quella squadra.

Spogliatoio dell’Estadio Monumental, Buenos Aires, 25 giugno 1978, trenta minuti prima della finale Argentina-Olanda.

AR-GEN-TI-NA!    AR-GEN-TI-NA!

Flaco! Boludo! Ven atras!

Miguel, per tutti El Negro, mi richiamava sempre all’ordine.

Le partite nel barrio Fisherton di Rosario erano una lotta. Per il predominio del campo, per l’onore di noi ragazzi, per il fatto che a noi interessava lo spettacolo, il vincere dando spettacolo.

A tutti tranne che a El Negro. Lui stava dietro, rimaneva sempre lì, ligio al dovere, fermo nella sua posizione, fedele al suo ruolo. Non sgarrava mai.

Io ero volante central, ero in mezzo al campo, ma mi piaceva attaccare. Ero già insofferente agli allenamenti, agli schemi, all’essere imprigionato in un copione calcistico che non mi apparteneva.

Siamo cresciuti insieme Io e El Negro.

Quando iniziai la mia prima stagione al Rosario Central, lui già lavorava con gli altri 5 fratelli nella carrozzeria di famiglia.

L’ho sempre visto quelle 2/3 volte all’anno, di ritorno a Rosario: tra un pacchetto di sigarette e l’altro, si parlava di calcio, della mia carriera, di donne, di auto, nostra comune passione, del Che e di Fidel, di come il Nostro Paese stava cambiando, di come ora è cambiato, della paura che aleggia tra la gente, della speranza.

AR-GEN-TI-NA!   AR-GEN-TI-NA!

Luisito, se lo sono portato via. Me lo hanno portato via.

Donna Estela mi fissava.

Tu puoi fare qualcosa! Sei inattaccabile, sei l’uomo più importante della Nazione, stai portando la seleccion alla vittoria. Non ti possono cacciare. Tu puoi, Luisito.

La realtà, la presa di coscienza della realtà attuale, arriva all’apice della gloria: quattro giorni fa, a Rosario, dopo Argentina-Perù.

La polizia un mese fa ha preso El Negro e sua moglie, i loro due figli spariti.

Pare abbiano trovato volantini sovversivi, pare che ora siano qui, a 300 metri dal Monumental, nell’Esma, la Escuela de Mecanica de la Armada, rinchiusi, torturati, forse già morti.

Donna Estela piange. Ha portato avanti una famiglia da sola, dopo la morte del marito.

Ora confida in me, unico appiglio di rivedere il proprio figlio, i propri nipoti.

Da un mese, ogni giovedì, viene a Buenos Aires, davanti la Casa Rosada, in Plaza de Mayo, con le altre madri dei desaparecidos.

Da quattro giorni, la mia prigione e la mia tortura sono la coscienza.

 esma[1]

AR-GEN-TI-NA!   AR-GEN-TI-NA!

 Mi sento impotente.

Penso a El Lobo (Jorge Carrascosa)

Era il Capitano di questa nazionale, ha abbandonato. Non vuole legare il suo nome a questi anni, a questa manifestazione, si sente sporco, si sente inadeguato, si sente fuori luogo.

Mister, non ce la faccio, mi disse.

Mi accendo una sigaretta, esco fuori dallo spogliatoio.

La mia vita è diventata un paradosso, soprattutto se rapportata a quella del Negro.

Nel campo e negli insegnamenti calcistici, ma anche negli ideali. Sono sempre stato un anarchico, libero da ogni schema e da ogni imposizione di vita e di gioco.

Il Negro seguiva pedissequamente il suo compito, il suo ruolo, imprigionato nella rigidità del marcatore: Flaco, faccio solo il mio compito, seguo el nueve, gli tolgo il respiro, mi attacco a lui e non lo lascio nemmeno per andare al cesso.

Toglieva, in un certo senso, la libertà.

Ora le parti si sono invertite.

Mi sento in un sistema ben oliato, allo stesso tempo un ingranaggio imperfetto. Uomo simbolo di una dittatura, che toglie, questa volta per davvero, libertà, imprigionando un popolo intero in uno inquietante e sanguinoso schema.

El Negro, fedele a principi calcistici a me lontani, ha ribaltato nella vita il suo credo sul campo.

Non più marcatore asfissiante, ma un diez bello e finito, un idealista che combatte e aspira, combattendo, alla libertà. Libertà di creare un Paese equo, giusto, democratico, in cui essere liberi di esprimersi è un dovere, oltre che un diritto.

Quel dovere di far spettacolo sul campo che ho sempre seguito, ma che nella vita non riesco ad applicare.

Sono impotente.

jorge_videla_argentina_mondiali_1978

AR-GEN-TI-NA!   AR-GEN-TI-NA!

Mi raggiungono Mario (Kempes) e Leopoldo (Luque).

Mister si ricorda la promessa in ritiro?

Vedo da lontano l’ammiraglio Massera in persona dirigersi verso di me.

Certo che me la ricordo, muchachos, rientrate pure nello spogliatoio, arrivo.

Señor Menotti, vorrei parlare alla squadra.

Lo fisso. Butto la sigaretta.

No.

Rientro nello spogliatoio, chiudendo a chiave la porta.

Muchachos, non vi dirò nulla che già non sappiate.

Lo avete visto lì fuori la porta, no?

Bene, noi non giochiamo per lui, non noi giochiamo per loro.

Ad inizio ritiro ci siamo fatti una promessa.

Vincere. A prescindere da loro.

Vincere questa sera è un dovere.

Noi dobbiamo vincere per quegli ottantamila che scandiscono AR-GEN-TI-NA!   AR-GEN-TI-NA!  da ore, noi dobbiamo vincere per gli altri venti milioni di argentini che ci guarderanno.

Noi dobbiamo vincere per un concetto semplice: la libertà. Di festeggiare, di affermarci e affermare, per almeno un giorno, la felicità di essere, senza contraddizioni, argentini. Per sentirci popolo senza nemici.

Noi dobbiamo vincere per non essere usati, per non essere strumentalizzati, per urlare al Mondo che Noi Siamo l’Argentina, e non loro.

Noi dobbiamo vincere per le migliaia di persone rinchiuse nei centri di detenzione, per i vostri parenti e amici che probabilmente non rivedrete più.

Noi dobbiamo vincere!

Vamos muchachos!

In campo!

 

Dobbiamo Vincere per El Lobo.

Dobbiamo vincere per Donna Estela.

Dobbiamo vincere per El Negro.

Dobbiamo vincere per l’Argentina.

 

Entriamo in campo.

È tutto albiceleste. 

AR-GEN-TI-NA!   AR-GEN-TI-NA!

Finale - squadre in fila

L’Argentina vincerà quella partita 3a1, laureandosi per la prima volta Campione del Mondo.

La Coppa fu alzata da Daniel Passarella, sostituto del vero Capitano, Jorge Carrascosa, detto El Lobo, che rifiutò di giocare quel Mondiale e di lì a pochi mesi si sarebbe ritirato dal calcio giocato.

Mario Kempes, uomo simbolo di quella Nazionale e miglior giocatore della manifestazione, si rifiutò, anche lui, durante la premiazione, di stringere la mano alla giunta militare.

Alcuni giocatori, mesi dopo, incontrarono le Madri di Plaza de Mayo.

Altri, dopo quella notte, dichiararono di ignorare quello che stava succedendo nell’Escuela de Mecanica de la Armada.

La notte del 25 giugno 1978 fu l’unica in cui  i detenuti dell’Esma non furono torturati, né sottoposti a violenze di alcun sorta. Non ci furono rapimenti o uccisioni, né voli della morte.

Prigionieri e aguzzini vissero la partita insieme.

Per la maggior parte di loro, fu, per un solo giorno, l’ultima volta in cui si sentirono felici.

Questa storia è dedicata alla loro memoria.

Tibbè

Per saperne di più:

Rivista Studio

Lacrime di Borghetti

Corriere della Sera

Simone Pierotti


Tibberio