Bruce Lee, la vendetta dei dannati della terra.
05 Mag 2014

Bruce Lee. La vendetta dei dannati della terra

Cominciamo col fare chiarezza: la storia di Bruce Lee sinora esistita non è una storia di lotte di classi. Devo ammettere che apprezzo molto la smorfia che state facendo in questo momento, riesco persino a visualizzare quel piccolo rivolo di fastidio che sta inarcando il vostro labbro superiore. Ebbene, lasciate pure da parte questo vostro tentativo di non prendere sul serio la mia provocazione e riconducete il labbro superiore nella sua posizione iniziale. Considerate il mio artificio retorico una stronzata? Me ne farò una ragione. Converrete con me, però, che la storia di Bruce Lee è eccezionalmente incendiaria e rivoluzionaria.

Incendiaria come la diapositiva che sto per proiettare: la diapositiva della dannazione. Ma facciamo un piccolo passo indietro, uno di quei flashback alla Carlo Lucarelli che poi uno non ci capisce più niente. Honk Kong, 1973. Un malore colpisce Bruce Lee. Se fosse stato un film giallo, avremmo sicuramente parlato di omicidio. Se fosse stato un film di mafia avremmo parlato di un regolamento di conti. Ma la storia che stiamo raccontando non ha nulla a che fare con tutto ciò. Nel 1973, infatti, la morte di Bruce Lee scatenò un grande vociferare. Si disse che fosse rimasto vittima di una dannazione, e che la sua morte fosse l’epilogo della vendetta dei maestri di Kung Fu per il suo oltraggioso tradimento: l’aver insegnato i segreti delle arti marziali agli occidentali. Qualche anno dopo si dirà persino che la dannazione abbia colpito anche Brandon Lee, figlio di Bruce, divenuto tristemente famoso per la sua tragica fine sul set de “Il Corvo”.

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Eppure, qui, vendetta e dannazione sono termini che intendo usare in maniera diversa e non in relazione alla morte di Bruce Lee. Il punto, infatti, è che considero vendetta e dannazione soprattutto come parte di un movimento incessante dell’opera di Bruce Lee, una presenza che possiamo avvertire nei suoi film, nella sua particolare interpretazione delle arti marziali, quanto nel suo perpetuarsi sotto forma di mito. Ciò nondimeno, la dannazione cui faccio riferimento è presa  in prestito dal famosissimo libro di Frantz Fanon, I Dannati della Terra (1961), considerato la bibbia dei movimenti di liberazione anti-coloniale.

In realtà utilizzo questi termini perché sono rimasto folgorato da una frase in particolare, una specie di fulmine tridimensionale, un cortocircuito temporale che ha prodotto nella mia mente un incontro tra Bruce Lee e Frantz Fanon:

Nel profondo il soggetto colonizzato non accetta l’autorità. E’ dominato ma non addomesticato. Lo si fa sentire inferiore, ma in nessun modo è convinto della sua inferiorità. Egli aspetta pazientemente che il colono abbassi la guarda per saltargli addosso. I muscoli del colonizzato sono sempre in tensione.    

Mi piace pensare, allora, che i “muscoli del colonizzato” di cui parla Fanon siano proprio i muscoli di Bruce Lee. Mi piace pensare che nel film Dalla Cina con furore, la violenza non sia altro che la vendetta del soggetto colonizzato nei confronti della violenza quotidiana subita dai colonizzatori, in questo caso i Giapponesi e gli Inglesi che occupavano Honk Kong. Mi piace pensare che la fortuna del mito di Lee, il suo essere divenuto molto spesso un’icona dei dannati di ogni parte del mondo, sia in qualche modo legato alla affinità connettiva che i suoi film sono capaci di stabilire con i movimenti anti-coloniali di quegli anni. Vi sembrerà ancora una volta una forzatura, ma vi invito a rivedere i film di Lee e a riflettere su questi temi.

la vendetta dei dannati della terra

Ma, direte, ho fin qui solo accennato alle opere di Lee. E’ venuto il momento, allora, di eviscerare le sue creature e di darle in pasto a voi avvoltoi: solo così potremmo davvero saziare il rumoroso stomaco di questa assurda storia che mette insieme Bruce Lee e Frantz Fanon.

Partiamo, dunque, dal primo vero film di Bruce Lee, Il furore della Cina colpisce ancora (1971). La portata di questo film è rivoluzionaria per almeno due ragioni. La prima è l’effetto dirompente dell’utilizzo delle arti marziali, un vero e proprio cambio di paradigma rispetto ai film fino ad allora conosciuti. Il protagonista, infatti, non è un guerriero senza tempo, un semi-dio capace di volare e di sconfiggere eserciti interi come avveniva in molti dei film cinesi dell’epoca: Chen è, invece, un semplice migrante cinese che lavora come operaio in una fabbrica di Bangkok (Thailandia). Il ripetersi delle violenze sui suoi compagni di vita e di lavoro da parte dei padroni della fabbrica, scatenerà un furore che verrà placato solo una volta che la vendetta sarà consumata.

(Devo confessare che qualche mese fa, dopo la morte di sette cinesi in una fabbrica di Prato, ho desiderato che il furore di Chen si materializzasse per vendicarli. Di colpo mi sono poi ricordato che tanto noi abbiamo la CGIL a difendere i lavoratori. E ho così realizzato che siamo dannati pure noi). Perdonate la parentesi e torniamo al film. Facevo cenno, prima, ad un secondo elemento che ha avuto conseguenze rivoluzionare. Questo elemento è forse addirittura più importante del primo perché rappresenta il nucleo centrale della filosofia di Lee: è la presenza della sua vita nelle sue opere.

Bruce Lee

Anche la vita di Lee, del resto, ci consegna una geografia piuttosto complessa, una vita che ha avuto come segno caratteristico quello di aver sfidato molteplici confini. Non parlo solo della sua esperienza migratoria negli Usa, del razzismo che ha dovuto affrontare, del fatto che il cinema americano inizialmente lo avesse rifiutato o relegato a ruoli minori. Parlo anche della sua personalissima interpretazione delle arti marziali: molto spesso associato al Kung Fu, ci si dimentica, invece, di quanto lo stile di Lee fosse caratterizzato da un approccio aperto e trasversale a diverse discipline. Non ha mai accettato che un’arte o sport da combattimento si fossilizzasse nella contemplazione della propria presunta completezza:

Il miglior combattente non è un pugile, un karateka o un judoka. Il miglior combattente è qualcuno che si può adattare a qualsiasi stile di combattimento.

E’ in questo senso, allora, che Lee ha sfidato i confini delle discipline tradizionali, mettendoli in discussione, e inventando una personalissima arte marziale mista che prende il nome di Jet Kune Do (il pugno che intercetta). Non è un caso, quindi, che nei suoi film la controparte sia spesso rappresentata da interpreti di altre discipline e che questi soccombano di fronte alla sua arma principale: la sua capacità di adattamento. E se ancora non vi fosse chiara questa sua forza dirompente, vi basti pensare che è stato l’unico ad aver battuto l’imbattibile Chuck Norris in quello che è senza ombra di dubbio il duello più bello della storia del cinema.

Come avrete notato nel video, Bruce Lee appare inizialmente in difficoltà. Sembra quasi non essere capace di dare una risposta adeguata al Karate del suo avversario – che dopotutto è pur sempre il campione mondiale della disciplina. E’ qui, però, che emerge il concetto di adattamento cui facevo prima riferimento. Bruce Lee si adatta. Comincia a saltellare alla Muhamad Alì. A pungere come un ape. E vince.

Adattamento. Flessibilità. Inutile farvi notare che sono divenuti concetti parte della nostra quotidianità. Di fatti sembrano quasi le parole di uno dei nostri datori di lavoro o del Job Act di Renzi. Ma, invece, non è così. Adattarsi, per Bruce Lee, non significa adeguarsi docilmente. Essere flessibile non significa accettare qualsiasi condizione. Anzi, per dirla con le parole di Fanon, egli non è mai addomesticato, i suoi muscoli sono sempre in tensione, e, nel profondo, non accetta di essere dominato, non vede l’ora, dunque, di saltare addosso agli oppressori di turno.  La violenza è l’unica risposta possibile alla violenza della dominazione quotidiana, il tempo delle mediazioni è terminato. E’ in questo senso, allora, che adattamento non significa rassegnazione. Adattamento significa rivoluzione. E la rivoluzione non può che essere distruttiva come l’acqua.

Non essere un’unica forma, adattala e costruiscila su te stesso e lasciala crescere: sii come l’acqua. Libera la tua mente, sii informe, senza limiti come l’acqua. Se metti l’acqua in una tazza, lei diventa una tazza. Se la metti in una bottiglia, lei diventa una bottiglia. Se la metti in una teiera, lei diventa la teiera. L’acqua può fluire, o può distruggere. Sii acqua, amico mio.

Adattarsi, saper prendere altre forme, travalicare i limiti e confini, aprire la mente per non fermarsi ad una sola pratica, ad una sola disciplina, ad un solo tipo di militanza, è, allora, qualcosa di straordinariamente rivoluzionario.

Significa, in pratica, avere il coraggio di straripare e distruggere gli argini proprio come fa l’acqua di un fiume in piena.

Significa, in poche parole, realizzare la violenta vendetta dei dannati della terra.

Trinità


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Bolognina Basement è una visione centralmente periferica sul presente, sulle produzioni culturali e su cosa significa fare cultura indipendente oggi in Italia. Illustrazione, cinema, fumetto, arti urbane, letteratura e musica sono il punto di partenza per raccontare le storie di persone, luoghi, territori e relazioni, per tracciare percorsi di lettura personali e collettivi.