festival elettronica
13 Ott 2014

Bologna e roBOt07. Un trionfo par tot.

Questo articolo non sarà la cronistoria di un successo annunciato e nemmeno la narrazione delle peripezie tecniche di artisti dalla rinomata capacità di fare buona musica.

Questo articolo sarà il resoconto di quello che già dal titolo ho definito un trionfo per tutti.

Ho aspettato un po’ prima di scriverlo, ho provato a raccogliere testimonianze varie di chi, come me, ha preso parte alla famigerata “cinque giornate” della musica elettronica.

Cercavo consensi, commenti, opinioni. Più di tutto, cercavo dissensi e critiche, ma vi dirò… non ne ho trovate.

roBOt 07

Immunity- Jon Hopkins

Dunque prima che le mie #lostmemories si dissolvano, prima che si confondano con la nostalgia, prima che le immagini diventino un album fotografico nel mio hard disk esterno e prima che i suoni ancora vividi nella mie reminiscenze, si trasformino in una riproduzione in loop delle playlist su Spotify, vi dirò un po’ come è stato ai miei occhi, questo roBOt07.

Eccovi i miei ricordi nel cassetto, già accuratamente riposto al sicuro, saldato con lucchetto e in attesa, tra un anno, della prossima avventura.

Per cominciare però… Musica Maestro:

Partirò dai dati oggettivi. Come diceva il mio professore di Storia Economica, servono sempre dei numeri alla mano per dimostrare una impresa ben riuscita. E quindi: edizione 7. 100 artisti per 5 giorni. 5 sezioni di interesse trattate, tra arte, musica, cinema, workshop e kids. 12 proiezioni, quasi tutte in anteprima nazionale;  2 location cittadine: Palazzo Re Enzo e Mambo. Una location extra-urbana: la Fiera di Bologna con 2 padiglioni, 1 giardino, 1 sala cinematografica e 65 m di bar.

600 mila euro di investimento. Oltre 20.000 partecipanti.

Per continuare, poiché quantificare non basta, passiamo all’aspetto qualitativo.

E a tal proposito, vi dirò che, secondo me, il roBOt festival ha fatto davvero bene a Bologna. Bene allo spirito intendo.

Sarà stata la voglia di spazi aperti che questo autunno tiepido infonde in chi ancora non si è arreso all’estate. Sarà stato che Palazzo Re Enzo con le proiezioni “glitchate” sulle pareti esterne ha dato un tocco di luccicanza alla Piazza custodita gelosamente tutto l’anno dall’ombra austera del Nettuno e il suo forcone. Sarà stato il banale entusiasmo dell’evento mondano o magari il pretesto per iniziare il weekend quasi prima che il precedente sia finito. Saranno state un sacco di altre cose che da non bolognese non colgo o che mi sfuggono. Sarà, chissà che sarà… fatto sta che in quei giorni c’era una rara atmosfera nell’aria: la fila lunga di persone fuori dalle porte d’ingresso, i curiosi sulle scale della Sala Borsa, gli studenti inesperti e gli esperti più agés. C’erano gli scettici e c’erano gli snob. C’erano i modaioli onnipresenti agli eventi più “cool” e quelli che immancabilmente nella mischia cercano la nicchia. Qualche coppia con i bambini, passanti occasionali, turisti abituali.

E poi, inutile dirlo, c’era la line-up  d’eccellenza di quel mercoledì, giovedì, venerdì e sabato, 1, 2, 3 e 4 ottobre 2014.

roBOt07

Torn Hawk

Ebbene sì miei cari, chi tra voi c’era si sarà reso conto di aver preso parte ad una svolta nella storia della cultura musicale italiana. Un entusiasmo così per un festival che non sia Sanremo, porta con sé qualcosa di simile all’euforia.

Per esempio, non so se è capitato anche a voi, ma a me le quattro sale affrescate di Palazzo Re Enzo con la musica che fa vibrare i muri del XIII secolo, hanno sempre dato la sensazione tangibile della storia dell’arte. E’ come entrare in un non luogo, nel quale passato e presente si incontrano senza troppi convenevoli, ed io mentre l’incontro spazio-temporale avviene son lì che con una birra in mano ascolto della gran bella musica.

Dai conga e bonghi del duo Burnt Fiedman e Jaki Liebezeit all’industrial sound di Roly Porter; dagli italiani Quiet Ensamble con i loro giochi di luci e immagini, al dancefloor raffinato del londinese Fort Romeau; dai suoni jungle tra incenso e giraffe di Go Dugong, al quasi mistico Valentin Stip. E ancora Wife con gli oscuri suoni metal remixati, James Ferraro e le sue bizzarre proiezioni da bronx e infine Sons of Magdalene, erede malinconico, ma non troppo dei Telefon Tel Aviv.

Poi però, ad un tratto, il rintocco fiabesco ed il rigore metropolitano della mezzanotte sopraggiungono: la musica si abbassa, le luci si spengono.

E… Boom! Chi aveva il biglietto va in fiera. Chi non ce l’aveva, ci va comunque, ci prova, non accetta il sold out annunciato dal pomeriggio precedente.

Ok, un po’ di ritardo negli spostamenti cittadini, all’arrivo un po’ di fila all’ingresso, o forse all’interno un paio di bagni chimici in più non avrebbero guastato, concordo.

Ma una volta dentro, mi faccio largo tra la gente, scivolo sinuosamente tra braccia alzate e qualche gomitata, perdo tutti, ma non importa, la missione è arrivare a pochi metri dal palco. Ci arrivo. E capisco di essere nel posto giusto, al momento giusto, nel mio metro quadrato di spazio giusto, con le persone giuste, le luci giuste, il sound giusto: ModeratApparat, Jon HopkinsGold PandaFactory FloorPopulousDark SkyJolly Mare e un inatteso finale a sorpresa con Modelselektor. 

Di ingiusto c’era solo il fatto che ad un tratto sarebbe finito tutto.

roBOt07

#lostmemories

Oggi, a 6 giorni dalla fine, le mie riflessioni sono invece ancora in corso.

Rifletto, per esempio, su come nell’Italia che affonda, ci siano ancora naufraghi coraggiosi e nuotatori controcorrente che con sforzi e costanza fanno riemergere le cose belle. Il roBOt festival è una di quelle.

Allora, forse, non siamo annegati.

Bene, le mie memorie giungono al termine.

Il resto sono le mie emozioni. Ma queste ve le risparmio.

In fondo è un’altra storia.

Giulia Manta

(foto di Giulia Manta)


Bolognina Basement

Bolognina Basement è una visione centralmente periferica sul presente, sulle produzioni culturali e su cosa significa fare cultura indipendente oggi in Italia. Illustrazione, cinema, fumetto, arti urbane, letteratura e musica sono il punto di partenza per raccontare le storie di persone, luoghi, territori e relazioni, per tracciare percorsi di lettura personali e collettivi.