Bologna, agosto
03 Set 2014

Bologna, agosto

“…penso alla vita bolognese, penso che non ho visto quasi niente di questa città, ma so di che colore sono tutte le lenzuola dei dirimpettai…”

Io invece ho visto molto di questa città, pure troppo.
E se penso che ci ho vissuto anche ad agosto, questo ultimo agosto, per lavoro, direi che ho fatto il pieno di Bologna, un tout-court bolognese allo stato puro.
E quando te ritrovi da solo a Bologna in un mese in cui tutti e dico tutti vanno in vacanza, a quanto pare in Salento (e non vi dico quanto mi rodeva il culo), te devi ingegnare, te devi inventare una vita (e la devi preservare dalla tentazione suicidio, causa noia cosmica), soprattutto a cavallo di ferragosto.
E che cacchio fai ad agosto amore mio non ti conosco?
La risposta più scontata sarebbe “una minchia”.
Come dare torto.
E magari la finiamo qua, ciaone proprio, bella per voi, bel pezzo su che si fa a Bolo in agosto cioè una beata minchia, quanta simpaticoneria gratuita, bravi tutti.

Invece no, svisceriamo.
Ripeto per la cinquantottesima volta:
cosa si può fare di diverso a Bologna (ma a ‘sto punto in una qualunque grande città italica) nel mese (teoricamente) più caldo dell’anno?

Attraversare i semafori solo col rosso e fermarsi in mezzo alla strada per minuti (per dire, ho visto con i miei occhietti gente fare foto, ovviamente al tramonto, dall’incrocio Ugo Bassi/San Felice/Via Marconi alle 7 di sera), tipo un bimbo scemo, così, a sfregio, che tanto sembra di essere nella scena iniziale di 28 Giorni Dopo, solo che di zombie nemmeno l’ombra, sempre che non li vogliate equiparare a punkabbestia e tossici. Ma me sa che pure la maggioranza di loro sono andati in Salento.

yuuuuu? c’è qualcuno?

Organizzare un remake a ferragosto di Un Sacco Bello, solo che: 1- non ho la possibilità di andare a Cracovia, anche perché non so che marca di calze di nylon si utilizzi in Polonia; 2- men che meno ho un autobus per Ladispoli che mi aspetta; 3- non ho incontrato Marisol: indipercui
abbordare ignare turiste, preferibilmente spagnole. Solo che a Bologna le turiste sono tutte francesi. Tutte. Se non altro mi è venuta a trovare una mia amica, chettelodicoaffà, francese, a cui ho fatto da pseudo-Cicerone: ecco qui c’è la movid… ti assicuro che de solito ce sta! Mo arriva la gente, eh vai tranqui. Ndo vai! Oh, come alla stazione! Dai non te ne andà! Come ti è piaciuta più Catanzaro?!
Scoprire scorci inediti, anche, sorprendentemente, a pochi metri da casa tua. Come i due bar e il parrucchiere bruciati, per l’appunto vicino a casa mia. Così poi dell’inedita sorpresa te ne accorgi da un giorno all’altro. Ohibò, che romantico, hanno bruciato il frigo con i Maxibon.
Organizzare partite di calcetto su Fubles (il social network con cui te organizzi le partite, essì esiste pure ‘na cosa del genere, non sanno più che cazzo inventarse), in cui giochi solo tu, il custode del campo e, se il calcetto è vicino al Borgo di San Pietro, Gennarino nel ruolo di trequartista che svaria su tutto il fronte d’attacco.
Rivalutare locali prima scacacazzati, perché quelli che frequenti di solito sono ovviamente chiusi e gli altri unici sfigati che sono nella tua stessa condizione vivono nella zona opposta a casa tua, quindi ci si incontra a metà strada. Tipo l’oramai classico bar dei cinesi, che però trovi con la saracinesca abbassata e un cartello messo su: lestelemo chiusi tutto agosto pelché siamo in Salento pel seguile toul dei Boomdabash (chiedo umilmente perdono per la pessima calattelizzazione caratterizzazione, ma in qualche modo dovevo pur far capire che sono cinesi).
Espatriare, almeno a ferragosto, al mare e trovarsi sul regionale, attorniato da ventenni coatti che più coatti non si può, diretti a Riccione o uno di quei postiddemerda, immersi in una itinerante festa reggaeton, con sigarette+bombardoni, bottiglie di vodka e risse (con tanto di vai ammazzalo vez!) come se piovessero, controllori sequestrati dal clan dei latinos e costretti a cantare, legati come salami, tutta la discografia di Pitbull e di Emis Killa e noi poveri vacanzieri improvvisati, con la crema protezione 50 e la settimana enigmistica ben nascosti, costretti a spacciarsi (e/o a spacciare) per giovani mariuoli bolognesi. Un po’ il ruolo di Massimo Boldi in Fratelli d’Italia (lo so, la devo smettere con le citazioni colte).
Tornare la sera a casa e godersi la pace domestica, sperando di ascoltare per lo meno il frinire dei grilli. Invece senti un BUHAAAAA fortissimo, ovvero un rutto, dalla strada, che ti ricorda che la pace è dentro di te, ma però è sbagliata (abito al piano terra e sento di tutto).
Andare in giro per i colli bolognesi, solo che io non ho la bici e le capacità aerobico-ciclistiche di uno Stefano Accorsi che li scala inebriato dall’ammore che neanche Marco Pantani guarda, né tantomeno la voglia. Cioè, che vado a fare sui colli da solo? A funghi? A castagne? Ad asparagi?
Scrutare la silente città dall’alto delle Due Torr… Ma col Cazzo! Ho la sciatica e, benché a casa faccia solo mezza rampa di scale, ho il fiatone.
Spararsi film e serie tivvì. Quello sì, ma solo se parlano di solitudine, pessimismo ed introspezione, tipo Cast Away, oppure film di zombie in cui c’è uno sfigato asserragliato in casa oppure di olocausti di qualunque genere oppure film di Kim Ki Duk in cui la prima parola arriva al settantasettesimo minuto e io sono già in fase REM oppure The Walking Dead, serie che, nelle condizioni in cui mi trovavo, rappresenta il culmine del rapporto empatico tra spettatore e personaggi.
Farsi selfie NON in Salento, bullandosi con gli amici e, allo stesso tempo, prendendoli in contropiede: Ecco qui siamo a Torre dell’Orsa, qui invec… Ma va! Allora qua sono fuori la Pam con Franco, il barbone dell’angolo, qui in Piazza San Francesco deserta, sempre con Franco, che giocavamo a racchettoni, in quest’altra fotografo il tramonto dalla tangenziale ché tanto non passa nessuno, qui mi selfo le gambe messe a wurstel in mezzo alla strada.
Prendere il sole al parchetto, se non fosse che il sole l’ho visto col binocolo. Pure da Oslo, per dire una città considerata all’unanimità  piovosa, mi avrebbero preso per culo per il tempo, a colpi di gesti dell’ombrello e suca (non so come si scriva suca in norvegese).
“Godersi” l’esperienza mistica del monsone, oramai tipico agente atmosferico bolognese. Esci in pantaloncini e infradito, anche solo per mangiare un gelato, tempo 10 minuti e arriva il diluvio universale. Tanto ci sono i portici, sì, ma piove e c’è vento e le secchiate te le prendi lo stesso. E il gelato? Si squaglia alla velocità della luce, con tanti saluti da Oslo, dove il piccolo Erik si gusta il suo cono sotto il sole.

Bologna, estate 2014

E fin qui, chiunque direbbe Beh, mi potevo fermare all’inizio, all’affermazione “una minchia” e, probabilmente, c’è anche un fondo di verità.

Ma, a Bologna, ad agosto, ci sono anche cose che valgono la pena di essere vissute:

cene sociali, in cui ognuno porta qualcosa, si sta insieme, tra sconosciuti, e si condivide la stessa solitudine (detta così, sembra un libro di Moccia) e la stessa esperienza.
Si pensa che non è poi così male.

Ma, soprattutto, il 2 agosto si commemora il vile attentato del 1980, alla stazione di Bologna.

Per chi ha vissuto o vive a Bologna il 2 agosto non è una data qualunque.
Quel giorno la “mia” città è stata sventrata, stuprata e ridotta in macerie. Macerie che non sono solo quelle della stazione.
Bologna si è rialzata, non ha dimenticato e non dimentica.
Ad agosto, ma non solo ad agosto, a Bologna, io non dimentico il vile attentato della Stazione di Bologna.
Io non dimentico il 2 agosto 1980.

Tibbé


Tibberio