Béla Guttmann e il Benfica. La superstizione è una cosa seria.
16 Mag 2014

Béla Guttmann e il Benfica. La superstizione è una cosa seria.

Napoli, 1940.

Ferdinando Quagliuolo, accanito e sfortunato giocatore in cerca di numeri vincenti, eredita la gestione di un “banco lotto” dopo la morte del padre.Eduardo De Filippo

Un suo impiegato, Mario Bertolini, al contrario inanella vincite su vincite, suscitando una feroce invidia nel suo datore di lavoro.

Mario fa la corte a sua figlia Stella, quasi a sua insaputa, con la complicità della madre Concetta.

Un giorno Mario annuncia la clamorosa vincita di una quaterna del valore di 400.000 lire. Per l’occasione rivela che i numeri (1, 2, 3 e 4) li aveva ricevuti in sogno proprio dal defunto padre di Ferdinando, il quale va su tutte le furie: si impossessa del biglietto fortunato, rifiutando di corrispondergli la vincita, e rivendica il diritto alla somma.

La motivazione risiede nel fatto che Bertolini era andato a vivere nell’appartamento dove Ferdinando aveva vissuto da ragazzo con il padre, quindi lo spirito di suo padre si sarebbe rivolto a Mario per sbaglio, volendo destinare la vincita a suo figlio.

Accecato dall’invidia, ma fermamente convinto delle sue idee, Ferdinando si rivolge prima alla legge degli uomini (con l’avvocato Strumillo), quindi alla legge di Dio (con il parroco Don Raffaele), cercando invano alleati. Entrambi – difatti – cercano di convincerlo, senza riuscirci peraltro, che le sue pretese sono irricevibili.Eduardo

Quindi Ferdinando tenta di estorcere una dichiarazione con la quale Mario rinuncia a ogni diritto sulla vincita, avallando al tempo stesso la propria tesi “onirica”.

Ferdinando intende minacciarlo con una pistola che, però, fa scaricare dal suo aiutante Aglietiello. Questi, tutt’altro che complice del folle disegno del suo padrino, ne informa Mario, il quale dal canto suo ha già pronta una contromossa per incastrare Ferdinando in presenza di testimoni. Messo alle strette per minaccia a mano armata, Ferdinando si appella alla pistola scarica. Ma un colpo parte, seppure a vuoto, tra lo stupore generale per la tragedia sfiorata. Ferdinando capisce di avere rischiato l’ergastolo: a un Bertolini ancora sotto shock per avere rischiato la vita, rivolge una maledizione davanti al ritratto di suo padre, invocando ogni tipo di incidente e disgrazia qualora si decidesse a ritirare la somma vincente del biglietto.

I cattivi auspici si verificano puntualmente e impediscono materialmente a Bertolini di ritirare la vincita ogni qualvolta egli tenti.

Lisbona, 1962.

Ungherese di origine ebraica Béla Guttmann nasce fisicamente a Budapest nel 1899 mentre come allenatore vede la luce nel 1933 a Vienna. Fu uno dei principali artefici del 4-2-4, insegnamento tattico che esportato in Brasile che consentì alla selezione carioca di aggiudicarsi il mondiale del 1958.

Avesse allenato oggi avrebbe dato filo da torcere a un portoghese piagnone che attualmente ha dimora in Inghilterra. Le sue uscite in conferenza stampa non erano mai banali, oggi frutterebbero titoli strepitosi.

Leggendaria la risposta che diede ai giornalisti portoghesi che lo accusavano, dopo la vittoria in Coppa Campioni del 1962 (la seconda consecutiva) di essere arrivato solo terzo in campionato: «Il Benfica non ha il culo abbastanza grande per sedersi su due poltrone».Béla Guttmann

Si invaghì tatticamente di un ragazzino che calciava il pallone come pochi, lo volle in prima squadra, nel suo Benfica. Quel ragazzino era un certo Eusebio, che avrebbe fatto la storia del calcio portoghese e non solo. Quell’Eusebio che, appena arrivato, vinse con Guttmann le ormai famose due Coppe dei Campioni.

Le due coppe dei Campioni messe in bacheca da Guttmann ed Eusebio  illuminarono i dirigenti del club portoghese che ebbero la lungimiranza di non accordare il prolungamento di contratto al tecnico con annesso ritocco dell’ingaggio.

Béla Guttmann fece le valigie, ma prima di andarsene emise la sentenza: «Me ne vado, ma nei prossimi cento anni nessuna squadra portoghese sarà per due volte campione d’Europa, e il Benfica non vincerà una Coppa dei Campioni».

La prima maledizione non è arrivata a segno, se consideriamo le due vittorie del Porto nel 1987 e nel 2004: non consecutive come quelle di Guttmann, ma pur sempre due.

La seconda maledizione, quella che al Benfica non riescono a togliersi di dosso, invece ha funzionato benissimo: i portoghesi hanno perso la Coppa Campioni del 1963, 1965, 1968, 1988 e 1990. Prima di quest’ultima finale, giocata contro il Milan, il vecchio Eusebio si recò a pregare sulla tomba di Guttmann perchè chiudesse un occhio: niente da fare, gol di Rijkaard al 68esimo e trofeo a Milano.

Per estensione, anche se non c’entra nulla, si parla della maledizione di Guttmann ogni volte che il Benfica approda a una finale europea: è capitato con la Coppa Uefa del 1983, e con l’Europa League del 2013 e 2014. Una sequenza da stroncare un toro. Così, anche se la maledizione del loro vecchio allenatore riguardava la Coppa dalle grandi orecchie, i portoghesi hanno finito per crederci ogni volta che si giocano una finale, e noi con loro.

E si sa: non c’è peggior maledizione di quella che crediamo possa funzionare per davvero.


La Bestia