“Io ballo il ballo del mattone”: 2666 di Roberto Bolaño
31 Mar 2014

“Io ballo il ballo del mattone”: 2666 di Roberto Bolaño

Premessa: trattasi più di stimolo alla curiosità/gentile invito alla lettura, che di recensione.

E’ giunto il momento di parlare di libri grossi. Perché la cültura, cari lettori, la cültura ci difenderà dalle sventure! In questo caso, visto che si accenna ad un’opera di più di 900 pagine, mi riferisco anche alle sconfinate possibilità difensive che un tomo di 10 chili offre nei momenti di pericolo, trasformandosi magicamente in un’arma di distruzione di massa. Ma andiamo oltre, restando in tema: come convincere i deboli di cuore ad approcciarsi al così detto “mattone”, sapendo che lo stesso, appoggiato sul vostro stomachino, vi causerà un malessere fisico, prima ancora che intellettuale? (Perché sì, angoscia e turbamento fanno sempre parte del gioco.)

Si può partire dall’intrigante fatto che 2666 non è un solo libro, bensì cinque. Uno e “cinquino”: batte Dio, capite? Il bello non finisce qui, perché l’ordine delle 5 parti, in cui il romanzo è diviso, avrebbe dovuto essere del tutto arbitrario e Bolaño stesso pensava di lasciar scegliere il coraggioso lettore da dove iniziare. Questo è possibile perché le narrazioni, che (de)costruiscono la struttura dell’opera, creano quelle concatenazioni di storie e intrecci postmoderni (che ci piacciono tanto), dove il Caso diventa il vettore principale che muove l’evoluzione delle varie trame, paradossalmente legate tra di loro, anche solo per un attimo, per un’improbabile coincidenza, che ha come “ombelico del mondo” la città di Santa Teresa.

Ma, giusto per sapere, di cosa si parla? Una prima risposta superficiale: 1) c’è un francese, uno spagnolo, un’inglese e un italiano. Non è una barzelletta e, stranamente, il connazionale non è l’idiota della crew. Sono, invece, tutti accademici alla ricerca di uno scrittore tedesco, Arcimboldi- eh, il crucco non poteva mancare!- di cui nulla si sa. 2) C’è Amalfitano, anche lui studioso di Arcimboldi, ma maggiormente preso da altri fantasmi: voci nella testa, una figlia, il ricordo della moglie che ha preferito la fuga a lui e alla già citata figlia, Duchamp e disquisizioni filosofiche. 3) C’è Fate, un giornalista afroamericano, in direzione Messico, per un importante incontro di boxe. 4) Ci sono omicidi, senza soluzione di continuità. La città è, appunto, Santa Teresa, che nel mondo reale si chiama Ciudad Juarez, “la città che uccide le donne”. 5) C’è l’incredibile bildungsroman del fantasmatico Arcimboldi.

In realtà, è tutto molto più di questo: oltre alla miriade di personaggi che s’insinuano nelle altrettante vicende, 2666 parla di tematiche ben più pregne di significato. Alcune di queste sono l’inquietudine, la solitudine e il presagio di un male mai comprensibile e declinato in tantissime forme (Kafka è il “prezzemolino” della letteratura del Novecento, se non lo sapevate). Riporto un passo della prima parte, riferito nel testo agli intellettuali messicani, in un criptico discorso di Amalfitano, che si potrebbe decontestualizzare ed estendere alla condizione di molti dei protagonisti:

La tua ombra, tuttavia, non ti segue più. A un certo punto ti ha abbandonato in silenzio. Tu fai finta di non essertene accorto, però te ne sei accorto, la tua ombra del cazzo non è più con te, ma questo, bè, si può spiegare in altri modi, la posizione del sole, il livello d’incoscienza che il sole provoca nelle teste senza cappello, la quantità di alcol ingerita, il movimento del dolore come carri armati sotterranei, la paura di cose più contingenti, una malattia che s’insinua, la vanità offesa, il desiderio di essere puntuale almeno una volta nella vita.

Insomma, produzione seriale di identità vuote, questa è la prima declinazione del male. L’ossessiva ricerca di una propria dimensione è, in primo luogo, cerebrale: i personaggi sono vagabondi della propria mente, tanto da spingersi, spesso, nel labile confine tra realtà e onirico. La narrazione ha effetti allucinogeni (quanti sogni riportati!) e l’evanescenza dei protagonisti stessi si giustifica proprio nel loro sradicamento totale.

Eppure, la marginalità del singolo non si può considerare a prescindere dal contesto (lasciatemi passare questo termine fastidioso). D’altra parte, dietro alle esperienze individuali, anche la storia umana collettiva ha ben indicato la via per arrivare alla totale perdita di senso, e 2666 ce lo ricorda con forza. E’ significativo che non poche pagine abbiano come sfondo la Prima e la Seconda Guerra Mondiale e i traumi seguenti, decritti però nel loro aspetto grottesco e del cattivo gusto.

Strettamente legato a quanto detto prima, si articola un’altra componente altrettanto importante: la violenza. Questa irrompe, in modo radicale, nelle incessanti descrizioni delle lavoratrici di maquiladoras, violentate e uccise, alcune riconosciute, molte non identificate. Anche esse ombre, oltre che cadaveri da ammucchiare in fosse comuni, attraverso le quali si determina il passaggio che dal piano esistenziale ci scaraventa in una dimensione storico- sociale, totalmente corrotta e priva di umanità. E il femminicidio “routinario” e meccanico, che non trova né ragione, né colpevoli, non diventa forse il simbolo della catena di oppressione che si protrae da secoli e secoli? Amen.

Infine, non voglio tralasciare il fatto che il romanzo di Bolaño porta noi, giovani squattrinati desiderosi di viaggiare, a spasso per il mondo, senza spendere un soldo e guadagnando molto in quell’angoscia di vivere, di cui non si può fare a meno. Vero è che la strada non è lineare e il rischio di perdere il centro di gravità permanente è il presupposto fondamentale per iniziare il percorso.

Senza Fonte

P.p.s.: Robertone nostro, dopo la sua morta, è stato colpito da “caso letterario mediatico”, una malattia grave e di difficile cura. Per me, ha scritto semplicemente un grande e grosso libro e, in questo momento, l’unica cosa che mi sento di criticare è la scelta della montatura dei suoi occhiali, che alla prima vista mi urla “la Lega è sempre armata, ma di manico!”.

2666

Roberto Bolaño, 2666; Traduzione di Ilide Carmignani; gli Adelphi; 2009, pp. 963


(senza fonte)