Appunti per un discorso sull’odio di Andrea Alessandro Di Carlo
22 Ott 2014

Appunti per un discorso sull’odio di Andrea Alessandro Di Carlo

Foto di copertina @ Jacques-Armand Cardon

Il 27 settembre Bébert Edizioni ha inaugurato una nuova collana editoriale, Gli Irrisolti, con l’uscita di “Appunti per un discorso sull’odio” di Andrea Alessandro Di Carlo.

Dopo l’esordio con “La rabbia” (NdA, 2003), testo scandito da un susseguirsi incessante di immagini- in cui anche l’articolazione delle frasi si spezza in semplici sintagmi- ritroviamo in questi “Appunti” la stessa ricerca di ritmo, ma in una prosa più distesa.

Il flusso di coscienza di un’entità polimorfa, allo stesso tempo vittima e colpevole, osserva e riflette su ciò che gli accade intorno, sui riverberi del passato e su un senso di perdita costantemente presente, ma non sempre definibile. Sorge spontaneo chiedersi: e l’odio dov’è?

Cercando una risposta, siamo andati a trovare Andrea per approfondire alcuni spunti suggeriti dal racconto e, più generalmente, la sua idea di scrittura.

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Qual è il tuo rapporto con la scrittura?

Con la scrittura ho un rapporto saltuario, per me scrivere significa prendere appunti- al di là della banalità del richiamo- ma è davvero così: prendo nota di tante piccole cose e poi le sviluppo, magari in un secondo momento, sottoforma di racconto. Questo avviene senza un ordine preciso e non c’è una regola che, per dire, mi faccia scrivere un’ora al giorno, tutti i giorni, viene quando viene come una cosa naturale.

Qual è la funzione primaria che deve svolgere?

La funzione della scrittura è semplicemente quella di raccontare delle storie, delle emozioni e delle sensazioni da un particolare punto di vista. La stessa storia può essere raccontata da quattro persone che l’hanno vissuta sulla propria pelle e avere quattro sfumature completamente diverse, quindi potrebbero uscire quattro storie del tutto diverse. Secondo me poi, la bellezza in un libro è quella di trovare una cosa che tu hai pensato e che lo scrittore è riuscito a scrivere al posto tuo, senza la pretesa di essere il primo e il solo in grado di dirlo, ma magari l’ha detta in un modo che spiega perfettamente le stesse cose che anche tu hai provato.

Il tuo racconto è nato pensando alla lettura ad alta voce, qual è il motivo?

Per me scrittura e lettura ad alta voce sono due aspetti imprescindibili, quando scrivo rileggo sempre le cose che ho scritto in funzione di un ritmo della parola. Non mi immagino capace di scrivere delle cose che rimangono rilegate alla lettura mentale, per questo il testo è volutamente pensato per essere letto ad alta voce. Sotto che forma non lo so, non è né un proclama né un racconto con dei protagonisti, sono dei punti vista scritti. Qualche tempo fa, quando parlavo delle cose che scrivevo, di solito dicevo di usare la penna come una macchina fotografica. Faccio un’istantanea e scrivo quello che c’è, poi  da lì ognuno può inventarsi il resto del paesaggio.

Ed è questo aspetto che segna la linea di continuità con La rabbia?

Sì, la continuità è data dal mio interesse nell’affinare questo tipo di scrittura. A me interessa un racconto che sia molto nervoso, mi piace la parola parlata, quello che può dire una parola detta ad alta voce rispetto a quella detta in silenzio, un po’ come il principio della preghiera, che è una cosa intima ma detta, rivelata. Nel mio caso, è dire anche quelle cose che possono sembrare banali o molto ovvie- e ne La rabbia questo era molto più evidente- ma diventano una cosa tua, perché ti rendi conto che gli elementi possibili sono tantissimi e tu devi cercare di mettere in relazione quello che c’è fuori con quello che c’è dentro. È come se fosse un macinino, dove la realtà entra dentro, fa i suoi lavori- attraverso l’esperienza, quello che ti è successo nella vita- e poi la ributta fuori, ma lasciando sempre ampissimi margini di possibilità per chi lo legge.

@FSTN

@FSTN

Quindi le descrizioni dell’ambiente rientrano, in un certo senso, nell’interazione con il pubblico durante i reading?

Rientrano nel momento in cui il pubblico che ascolta il testo riesce a vedere le immagini che suggerisco. Per esempio, se dico “c’è un bimbo che piange e un gelato a terra”, il pubblico in silenzio potrà pensare a quella scena come vuole, se ognuno in quel momento avesse una mano perfetta per disegnare quel bimbo, verrebbero fuori disegni completamente diversi. Se avessi invece fatto una descrizione dettagliata, in cui dico il colore dei capelli, i gusti del gelato, ecc., lascerei molte meno possibilità di pensare all’ambiente. Non è la descrizione perfetta che mi interessa, ma la possibilità di dare massima libertà nel vedere i propri particolari. Altrimenti lasci poco spazio alla fantasia di chi legge o ascolta. Questo vale sia per le visioni oggettive che per le visioni interiori, che infatti fanno parte di un personaggio che nel racconto è scorporato.

Proprio in relazione a questo, vuoi approfondire l’entità delle due voci narranti, l’“io” e il “noi” che si alternano.

L’io narrante non è nemmeno un personaggio vero e proprio. Il narratore non è riconoscibile, è un “io” che diventa un “noi”, e un “voi”/“loro” quando è accusatorio, ma alla fine fa parte di un tutto dove l’ “io” è ognuno di questi soggetti. Mentre il “tu” al quale si rivolge è sempre più buono. Per cui viene spontaneo arrivare a chiedersi dove sia chi parla, se rimanga sempre nella stessa testa. Anche l’uso del tempo dei verbi è volutamente sconnesso rispetto alle cose narrate, c’è la consequenzialità data dai titoli (o pseudo-titoli), ma non si capisce la collocazione temporale degli avvenimenti. Si presume che sia un tentativo di ordinarli, ma non c’è un ordine, anche perché l’idea è che tutto ricominci, seguendo un flusso di coscienza che ha preso quella specifica forma in quel momento.

Dove sta l’odio nel racconto? Si lega all’incapacità di comunicazione dei soggetti?

L’odio non c’è in questo racconto. Cito una frase nel testo che dice: “serve solo a caricarsi prima di colpire” (p.44), perché questa possibilità di comunicazioni o di sfogo è come se non esplodesse mai. C’è però un accumulo di tensioni, anche stupide, date dai ricordi -a partire dall’allineamento a scuola, fino al dover rispettare delle regole o delle leggi, in cui si macina questa capacità di scoppiare, ma chi parla ad un certo punto si rende conto che non ce l’ha fatta, ammette il fallimento. Avrebbe voluto scrivere questo “discorso sull’odio” ma si è trasformato in dolore, in qualcos’altro. E’ la pompa che carica il palloncino prima che il palloncino scoppi, è tutta l’aria che c’è dentro. Per questo sono “appunti”, è il pre-testo, quello che avviene prima dell’esplosione. Poi se l’esplosione avviene, non lo so. Magari, dopo La rabbia e Appunti per un discorso sull’odio, la prossima cosa che uscirà si chiamerà “L’odio” e sarà un’esplosione di bestemmie e roba violentissima.


(senza fonte)