Tra fumetto ed editoria. Un’intervista ad Andrea Bruno
20 Gen 2015

Tra fumetto ed editoria. Un’intervista ad Andrea Bruno

Andrea Bruno è illustratore e autore di fumetti. Il suo stile, riconoscibilissimo nel tratto e nel particolare uso della china, si unisce a narrazioni costruite su personaggi marginali e ambientazioni distopiche.
BB l’ha incontrato per parlare dei suoi bellissimi lavori e del progetto culturale ed editoriale che porta avanti con Canicola Edizioni.

E sì, tra una cosa e l’altra, vive in Bolognina.

Partiamo dal tuo ultimo lavoro, Cinema Zenit (Canicola, 2014). E’ la prima volta che fai un fumetto a puntate. Com’è nata la scelta di fare una trilogia e quali sono le tempistiche?

Non avrebbe dovuto essere così all’inizio. Io avevo in mente un libro di oltre 100 pagine, quindi un fumetto piuttosto lungo e impegnativo, poi l’anno scorso con Canicola è venuta fuori l’opportunità di farlo così, cioè in tre albi di grande formato, e io ho immediatamente detto di sì perché mi dava la possibilità di frazionarlo nel tempo e di pubblicarlo in un formato enorme, cosa che mi piace molto.

Proprio in questi giorni dovrei iniziare la seconda parte che uscirà più o meno verso primavera. Comunque, l’idea è di finire entro il 2015, di concludere il progetto in tempi brevi per non farla diventare una cosa troppo lunga, sia per il lettore che per me.

I tuoi lavori raccontano sempre storie di marginalità, è una scelta mirata o ti ritrovi “per indole” ad affrontare questo tipo di storie?

Sin dalle mie primissime storie, c’è sempre stata questa voglia di guardare alla marginalità, per cui diciamo che è una scelta, ma anche una non-scelta, perché è quello che mi viene più naturale, quello che mi piace. Non si tratta però di una scelta esplicitamente politica, molti aspetti delle storie sono  inventati, quindi c’è un tentativo di creare un mondo immaginario che ha a che fare con la marginalità, ma non li definirei fumetti di “denuncia”.

@Andrea Bruno

@Andrea Bruno

Per quanto riguarda il lavoro con Canicola, cosa pensi della situazione editoriale nel campo del fumetto?

Canicola è una realtà editoriale – e un progetto culturale – nato ormai dieci anni fa. In questo lungo periodo il progetto ha cambiato forma. Nella prima fase iniziata nel 2004 (nel 2005 è uscito il primo numero della rivista) Canicola era un collettivo di autori che si sono messi insieme per collaborare. Questa esperienza è andata avanti un po’ di anni, in cui ci siamo fatti conoscere in Italia e anche all’estero.

Poi il collettivo si è sciolto e da qui è iniziata la seconda fase. Due componenti, Edo Chieregato e Liliana Cupido, hanno voluto andare avanti e alcuni autori hanno deciso di restare come collaboratori, da qui Canicola è diventata più che altro una casa editrice. E’ un progetto che ha un’identità forte e ha una linea editoriale molto precisa e riconoscibile. La realtà è piccola, si basa largamente sulle nostre energie personali, e in termini puramente economici non funzionerebbe, se non ci fosse la forte volontà di andare avanti.

Siamo molto lucidi nell’affrontare la realtà editoriale del fumetto, e non solo, perché tutto questo rientra in un discorso generale sull’editoria tout court. Qui potrebbero subentrare considerazioni sconfortanti, perché avere un’identità e lavorare sul fumetto contemporaneo e di ricerca secondo me non paga, almeno nel breve termine. A me pare che sotto molti aspetti il mondo editoriale segua una logica sempre più economica e meno culturale.

Com’è il vostro rapporto con le realtà estere?

Sin dall’inizio siamo andati all’estero, andando a cercare realtà, festival ed eventi allora ancora poco conosciuti, per cui spesso ci siamo trovati ad essere gli unici italiani. Siamo venuti in contatto con  realtà simili alla nostra, conoscendo scene nazionali (Finlandia, Germania, Portogallo…) molto interessanti anche se periferiche rispetto alle culture forti del fumetto (quella francobelga e quella americana). Anche all’estero queste esperienze vivono in circuiti di nicchia ma, soprattutto nell’area nordica, esistono delle condizioni diverse a livello di politiche pubbliche culturali, per cui diventa più facile portare avanti questo tipo di progetti.

Ci sono fonti d’ispirazione esterne e quanto sono determinanti nei tuoi lavori?

Un autore processa, digerisce svariate influenze, poi produce e qualcosa di quello che ha processato viene sempre fuori. Ho letto tanti fumetti in passato ed è stata quella la mia formazione, però non mi piace cercare ispirazione per fare i fumetti dentro ai fumetti. M’interessa provare a fare le cose a modo mio, in modo personale. Trovo indispensabile cercare stimoli fuori dal campo del fumetto. La letteratura- sono un lettore accanito- il cinema e la fotografia per me sono molto importanti.

Prendendo spunto dalla pubblicazione per Alessandro Berardinelli Editore, la Biblioteca Onirica, vorrei chiederti invece quanto è importante la componente del sogno.

Quel lavoro nasceva con la richiesta di disegnare dei sogni, per cui l’idea era molto stimolante, ma poi necessariamente il progetto ha preso una direzione diversa. Per prima cosa perché io non mi ricordo i sogni, quindi in quel caso sono partito da qualcosa che mi ricordavo e poi il resto è frutto d’invenzione.

Seconda cosa, non mi interessava tanto disegnare i sogni come semplici ricostruzioni, ma partire da lì per andare altrove, o comunque creare una certa atmosfera che avesse a che fare con il mondo onirico ma che non ne fosse una mera riproduzione.

2biblioteca onirica

Biblioteca Onirica, ABE, 2013

Come ti sei deciso a prendere questa strada, cosa ti ha spinto a intraprendere il lavoro del fumettista?

Ho sempre avuto la passione del fumetto e disegnavo sempre anche quando ero bambino: è stato naturale, era già una vocazione in un certo senso. Ma adesso non ho più lo stesso entusiasmo per i fumetti che avevo da bambino o da ragazzo, anche perché sono subentrati molti altri interessi.

Da adolescente, negli anni 80, leggevo le riviste dell’epoca, che si basavano su questa nozione del “fumetto d’autore” ed è stata quest’idea a darmi una spinta decisiva. Quello che mi interessava non era tanto disegnare fumetti, ma disegnare i miei fumetti. E’ stata l’ambizione di provare a essere un autore (con il suo mondo e il suo stile personale) che mi ha spinto verso questo linguaggio.

Com’è il tuo rapporto con il quartiere?

Il rapporto è ottimo, io vivo in Bolognina da un anno e mezzo e a Bologna da quasi 15 anni. E’ stato il primo quartiere che ho conosciuto, anche se dopo un anno mi sono spostato e sono tornato solo adesso. Quindi pur conoscendolo, in un certo senso sono un nuovo arrivato. Però sono felicissimo di abitare qui, mi sembra che sia ricco di possibilità, un ex-quartiere operaio che è diventato il quartiere dell’immigrazione: qui ci vedo una ricchezza di potenziale.

Mi trovo bene nella quotidianità e trovo anche che ci sia la necessità di smontare il discorso pubblico, soprattutto quello fatto dai media locali, basato sull’allarme sociale e sul pericolo. Non solo perché c’è dietro un’ideologia conservatrice, ma anche perché probabilmente è funzionale a un progetto di riconquista, che potrebbe trasformare la Bolognina in una nuova zona di gentrification, con tutte le dinamiche sociali connesse, quindi allontanamento e ulteriore marginalizzazione delle fasce di abitanti più disagiate. E’ un discorso pubblico che va respinto e smontato ed è un aspetto che mi interessa, per cui cerco di seguirlo e d’informarmi. Penso che vivere il quartiere in un certo modo sia già una minima risposta politica a questa situazione.

Immagine di copertina di Andrea Bruno


(senza fonte)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *