Gli Scultori del Far West – Capitolo 2
08 Set 2015

Gli Scultori del Far West – Capitolo 2

Un viaggio nel marmo di Carrara

Nel capitolo precedente

§3

Lo Zen e l’arte della levigatura | Da Robert Gove

Cava dei Fanti Scritti. Io che per la prima volta somiglio alla mia gemella, ingegnere ambientale.

Nello studio di Robert, con fiamma sacra e ruota mistica

Robert Gove arriva da San Francisco 45 anni fa e qualcosa lo trattiene a Carrara, dove ancora lavora nel suo studio sul fiume. Appena lo vedo penso che alla faccia dei suoi 76 anni, quest’uomo sia davvero un gran figo. Appena ci parlo penso che alla faccia dei suoi 76 anni, quest’uomo sia davvero ubriaco. Robert è buddista ma ciò non gli impedisce di farsi il giro delle chiese, cioè le tappe dei bar. Ipnotizzata dai suoi occhi blu e dalla lentezza con cui cerca le parole in italiano, lo seguo alla scoperta delle opere: sculture di dimensioni ridotte e installazioni, tutte disposte secondo precisi accorgimenti scenografici.

Un universo germogliante di maschile e femminile, concavo e convesso. Dal cilindro panteista di questo prestigiatore del marmo fuoriescono composizioni mobili -tanto sottili da divenire translucenti- e lucide curve biomorfe che ti sembra di accarezzare con la vista.

La translucenza è quella proprietà fisica di un materiale che permette il passaggio della luce in modo diffuso: se osservi qualcosa attraverso un materiale traslucido, la figura retrostante appare ma in versione distorta. Lavorato molto sottile il marmo mostra questa caratteristica, e alcune opere di Robert la sfruttano a meraviglia. Ma i numeri della sua tecnica non finiscono qui. Ci indica un serpente in posizione di attacco e annuncia orgoglioso: “una scultura per reggersi ha bisogno di almeno 3 punti di appoggio, questa ne ha due”.

Di tanto in tanto si lecca le dita e le passa sulle sculture, strofinando con la maglia per tirarle a lucido. Come se scorresse le dita lungo la fessura di una conchiglia o tra le labbra di una monumentale vagina. Mi guardo intorno e trovo sinuosi pistilli, gusci rigonfi e steli affusolati… “Scusate ma sono l’unica che vede clitoridi qui?”

Il sorriso dell’autore svela una certa approvazione: “Ormai sono 17 anni che non sto con una donna, ma non ho mica dimenticato!”. Lui, che pratica meditazione da quando frequentava un centro zen californiano, dice di averci provato a purificare la sua arte indirizzandola al bianco e al mondo invisibile. Ma niente da fare: l’ascetismo cede sempre alla biofilia e le forme ritornano alla physis, le pietre tornano colorate.

Nello studio di Robert

Robert, l’avrete intuito, non si serve di ghost artist. Lungo il corso del fiume sceglie le pietre che più lo ispirano (dove vede già la forma da ricavare, alla maniera di Michelangelo). Ed e’ lui stesso a trasportare i marmi in laboratorio per lavorarli tappa dopo tappa, dalla sgrossatura alla rifinitura fino alla levigatura e lucidatura finale. Il che comporta una competenza tecnico-manuale straordinaria ma anche una grande consapevolezza di quello che si sta facendo:

“Qualsiasi cosa fai, per farla bene devi prima essere a casa qui [nella pancia], avere il senso di te stesso”.

Leggenda vuole che se tratti male una sua scultura o non la posizioni come si deve lui venga a riprendersela -e ti va già bene se non ti richiama a distanza di anni per l’impellente bisogno di modificare l’opera che ti ha venduto tanto tempo prima. Ecco cosa c’è in quell’angolo: lo scorrere del tempo. Negli anni Robert ha raccolto dal letto del fiume una collezione di pietre parzialmente lavorate e ne ha composto un muretto a secco di non finiti, scarti del lavoro di qualcun altro.

Marmi levigati dal fiume del tempo, tenuti insieme da un’energia invisibile che annulla la risultante delle forze.

Ma persino lui, il più lirico e filosofico degli scultori che ho incontrato, mi conferma: “per imparare a scolpire devi perdere un po’ di pelle”, e la pila di pietre rappresenta proprio questo.

Il “muro della tradizione” racconta la storia di un mestiere tramandato da generazioni, e lo fa come un puzzle, un libero gioco del caso -senza design, senza un piano.

Non so cosa ci sia nel passato di Robert, ma quando gli domando se ha mai desiderato tornare negli Stati Uniti scuote la testa deciso e ho come l’impressione di aver chiesto troppo. Il suo posto ora è qui. E se ti fermi ad ascoltare il rumore del fiume che sale… non ti serve più neanche domandare: “Ho imparato a stare seduto, senza alcuno scopo”.

§4

Per chi suona la campana | Il marmo visto dalla cava

Cava dei Fanti Scritti. Io che per la prima volta somiglia alla mia gemella buona, ingegnere ambientale.

In cava (io che sembro la mia gemella buona, ingegnere ambientale)

Piero Marchetti insegna all’Accademia di Belle Arti di Carrara da circa 40 anni.

“Piuttosto che andare a lavorare in cava vai a rubare” gli aveva sempre detto suo padre che di mestiere faceva il cavatore. Se Piero lo vedeva tornare a casa a metà mattina voleva dire che qualcuno era morto in cava. Tutta la città lo capiva perché le campane delle chiese suonavano a lutto. Si aspettava solo di sapere chi era, e si pregava che non fosse…

Il padre di Piero se ne andava dritto a letto saltando il pranzo, rialzandosi nel pomeriggio per andare a bere con i compagni. I cavatori si sono sempre affidati alla Vergine del Cavatore e all’alcol per tirare avanti, così quando la Madonna falliva non restava che l’osteria.

Ascolto il racconto nel bar dei cavatori. Non so essere più precisa perché quando ho chiesto il nome al suo gestore quest’ultimo, preso alla sprovvista, mi ha risposto: “Bar Tabacchi”. Sono le 11 di mattina, che per me vuol dire un caffè e per il mio interlocutore una specie di spritz. Mentre fingo nonchalance a dispetto dell’urgente bisogno di un bagno dopo la nottata in furgone, Piero sposta la mia attenzione su un altro avventore: “Lui è un cavatore”. Sta un po’ sulle sue ma ha un’aria bonaria, così provo ad attaccar bottone. Scopro che pochi giorni prima lui e i colleghi erano in sciopero per il rinnovo del contratto integrativo di settore. Manifestazione e presidi. Nonostante tutto è contento del lavoro che fa (non si è mai schiacciato un’unghia, dice) ma di infortuni ne ha visti tanti, l’ultimo solo qualche settimana fa. Colpa dei ritmi di lavoro, secondo lui. Ancora oggi gli incidenti in cava, anche mortali, sono all’ordine del giorno. Eppure il mestiere del cavatore fa presa anche sui giovani, forse perché è un lavoro da 200 giorni all’anno (con la pioggia e la neve non si va in cava) ed è considerato ben retribuito (giudicate voi se 1500€ + straordinari valgono il rischio). Prima di salutarci mi invita a visitare la cava in cui lavora, dove posso tranquillamente fare il suo nome. Alessio commenterà: “Sì certo, una donna in cava, così si ferma tutto!”.

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Lo stand del Marmo Tour (non chiedetemi di piu’)

L’ho visitata davvero una cava. Sedotta dal kitsch più sfacciato e dalla completa gratuità di un fantoccio-di-cavatore-obeso esposto all’ingresso, ho scroccato un Marmo Tour nella Cava dei Fanti scritti, che deve il nome ad un bassorilievo sul quale alcuni giovani scultori (Canova tra questi) si erano dati al writing incidendo le loro tags. Siamo nel cuore della montagna, a uguale distanza dal livello del mare, dalla cima, dall’entrata e dall’uscita.

Sembra di essere nel castello di un gigante. Indossiamo dei caschi di protezione ma sento che ci sta piovendo addosso. “Gigante, il tuo soffitto di marmo perde!” Ma del gigante neanche l’ombra. Deve essersene andato perché non c’è traccia di mobilio, ad eccezione di qualche macchinario le stanze sono vuote. Marmo lato per lato.

La guida assicura che ogni stanza viene abbandonata (l’escavazione interrotta) quando si raggiunge il limite di sicurezza del soffitto.

Mi stringo nel pile in dotazione, fa freddo dentro il marmo. Tutte quelle montagne con le pance vuote… dovranno essere stanche, affamate e arrabbiate.

Come si estrae il marmo? Il monolito di marmo presenta elevata durezza ma bassa duttilità, ed è in base a queste caratteristiche che abbiamo adottato tecniche di taglio via via più sofisticate ma sempre basate sullo stesso meccanismo, la frattura fragile. Immaginate di aprire una frattura nella roccia con tantissimi micro-utensili che lavorano in sinergia: il filo diamantato che ha rivoluzionato il processo di estrazione sfrutta proprio questo procedimento, essendo costituito da “perline” rivestite di diamante sintetico (minerale più in alto del marmo sulla scala di Mohs, cioè più duro). Alla velocità di 150 km orari i diamanti erodono la materia dividendola in frammenti pulviscolari, mentre gli strumenti per aprire i fori (nei quali il filo corre inizialmente) detteranno le forme geometriche dell’estratto. Il marmo tagliato viene ribaltato e fatto cadere su un letto di detriti per attutire il colpo (non vogliamo mica rompere il pavimento del Gigante).

Come si trasporta il marmo? Il bancale viene riquadrato in blocchi commerciali che saranno sollevati e caricati sui camion per affrontare curve a gomito e stradine talmente ripide che io non mi farei neanche in mountain bike (ah: se questo tipo di trasporto fa gia’ abbastanza paura, immaginatevi cosa succedeva in passato con la lizzatura). Oggi il marmo si fa un gran viaggio, dalla montagna al mare, dal mare alla Cina o agli Emirati Arabi…

Il tipo di marmo cavato a Carrara va dal bianco puro fino al grigio del bardiglio, con infinite sfumature nel mezzo. Quello chiamato Bianco P è puro carbonato di calcio privo di “impurità” (ferro o altri metalli) e si caratterizza per cristalli interni molto compressi che lo rendono meno poroso, quindi ideale per i dettagli della scultura. Lo statuario è il marmo pregiato di solito riservato agli scultori mentre il marmo ordinario può essere quello che avete sul piano della cucina. Se vi può interessare, a me piace molto il Calacata, un marmo bianco-avorio con venature grigie e giallastre. Il prezzo di un blocco dipende da colore, dimensione, qualità ed uso che ne viene fatto -ed è di solito contrattato- ma si va dai 100 ai 5000 euro a tonnellata. Uno scultore del posto può comprare il marmo direttamente in cava pagando anche il trasporto, scegliere un blocco già pronto all’uso nei laboratori delle cave o piuttosto frugare nei ravaneti, distese di marmi abbandonati al sole e alle intemperie finché qualcuno non li vuole (allora probabilmente te li fanno pagare). Ma ancora una volta mi trovo d’accordo con Alessio: “Il marmo è vivo, può avere crepe, macchie o buchi. Non conta com’è il marmo, conta com’è fatto il lavoro”. Basterebbe adottare questa filosofia per evitare un sacco di sprechi.

E dalle cave agli studi…

[Fine Capitolo 2 – Gli Scultori del Far West]

Continua…

Capitolo 3 : Martedi 15 settembre


Claire Mini-Paniers

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