Gli Scultori del Far West
01 Set 2015

Gli Scultori del Far West

Un viaggio nel marmo di Carrara (capitolo 1)

“Andate a farvi fottere, non mi beccherete mai! Sono andato a vivere su a Castelpoggio, in cima alle Apuane lontano da tutto, le cave di fronte al balcone dove una volta si estraeva marmo rosso sangue, come nel ’44 quando i nazifascisti uccisero mezzo paese, parroco compreso (..) Ah! Ah! Ah! Raccolgo amanita muscaria, la mangio e la vomito fuori. Il diluvio underground rilascia spore magiche pronte a esplodere dopo anni, a chilometri di distanza”  Prof. Bad Trip

Vendesi. Vendesi. Vendesi. Chiuso. Benvenuti a Carrara. I luoghi e i personaggi che troverete nel racconto sono reali. Tutti gli scultori che ho incontrato sono stati colti di sorpresa e nessuna intervista è stata pensata in anticipo, anche perché all’inizio del viaggio non sapevo bene cosa stessi cercando tra le cave e i fondi dell’ultimo ovest toscano (forse solo una scusa per tornarci).

marmo-di-carrara-claire-minipaniers

Montagne bianche e un’atmosfera distopica. La prima volta a Carrara data una domenica particolare perché gli studi degli artisti erano eccezionalmente aperti al pubblico. Eppure quando chiedo a una passante se sappia indicarmi almeno un bar aperto, questa sbotta a ridere aggiungendo: “Lo so lo so, mi vergogno di essere carrarina”. E’ evidente che non siamo nella Toscana da cartolina.

Una città spettrale circondata da spettri di montagne: fatte a fette, sventrate, ma di una bellezza irresistibile. Montagne di… mare, di quello che ne resta strato su strato, era dopo era. Tutto fuso insieme dal tempo. Il marmo è affascinante perché intreccia la storia dell’arte con la preistoria del mondo.

E tra questi monti, nascosti in polverosi laboratori, un centinaio di scultori (per la maggior parte uomini) lavorano alle loro opere in marmo. Che non è come dire che fanno illustrazione. A Carrara la sensibilità e il gusto estetico convivono come niente fosse con i flessibili e le seghe circolari.

L’arte dello scolpire rende manifesto ciò che nelle altre arti resta solo implicito, creare non è un atto pacifico. Non c’è espressione senza lotta: “il marmo vuole il sangue” ti ripetono sempre da queste parti…

§1

Il mestiere del Ghost Artist | Arte e tecnica nella scultura

DSCN7485

Nello studio di Alessio Cerasa

Dicono che Alessio Cerasa, 29 anni, sia uno dei più bravi formatori di Carrara. Ci incontriamo una mattina nel suo studio e lo trovo a lavorare con il legno. Che ci farà mai uno scultore di marmo col legno? Stava costruendo una culla per la sua bimba, perché di lì a poco Alessio sarebbe diventato papà. E’ bastato questo a farmi abbandonare la deontologia del reporter, causa affetto smisurato. E continuando a parlarci mi dico che la mia fiducia è ben riposta, perché Alessio sembra molto onesto nel suo lavoro. La spocchia da artista qui dentro non ce l’ha nessuno. E infatti chi ha detto Artista? Alessio si definirebbe scultore. L’artista è quello che pensa l’opera, mentre lui è quello che la fa. Vi torna? Il mio nuovo amico ha lavorato per anni negli Studi d’Arte Cave Michelangelo (laboratorio di fama internazionale, scelto dai più quotati artisti contemporanei) fino a quando non ha deciso di mettersi in proprio. La squadra degli Studi Michelangelo ha realizzato opere di Jan Fabre, Vanessa Beecroft, Jan Van Oost, Paul McCarthy, Daniel Buren. In che senso? Nel senso che gli artisti vengono qui con un progetto e si affidano ad un team di formatori, modellatori, scultori e rifinitori per ottenere uno o più esemplari della loro scultura. E’ in questi laboratori che Maurizio Cattelan ha fatto realizzare il suo dito medio. Ed è sempre qui che l’artista franco-algerino Abdel Abdessemed ha commissionato 5 statue di Zidane che dà la testata a Materazzi in marmo nero.

Ora, non serve aver dedicato i migliori anni della propria vita intellettuale all’Estetica del Pelo Caprino (non guardate me!) per accorgersi che questioni come l’autorialità dell’opera d’arte o il rapporto tra copia e originale non sono poi così ovvie. L’idea che ci sia un titolare dell’opera (Artista) che progetta quello che un braccio realizzerà alla lettera sembra di un’astrazione esagerata. Basterebbe essere capitati una volta su un set cinematografico, in un laboratorio di serigrafia o a veder tracciare i graffiti sul lungolinea per appurare che l’esecuzione non è mai un freddo automatismo: la tecnica pensa, aggira ostacoli, crea. Allora se non siete dualisti nemmeno voi, riconoscerete che la Pietà di Michelangelo è anche il suo marmo di Carrara e il modo in cui è stato lavorato, pur non riducendosi in questo.

Tornando a Zidane che esprime il suo disappunto a Materazzi, potremmo dire che l’opera d’arte Coup de tête è incorporata nell’oggetto fisico (il marmo lavorato) ed emerge da questo.

La testata c’è stata davvero, quasi un ready made, ed è rimasta scolpita nella memoria di tutti. Abdessemed ce la ripropone scolpita in marmo nero come una lotta epica -spero non senza ironia, anche se nelle sue noiose interviste dell’ironia non c’è traccia. I fisici statuari dei due calciatori, gli eroi contemporanei, diventano monumenti mediatici -e quest’intenzione culturale va certamente oltre il marmo. Dal punto di vista percettivo però noi godiamo di scelte tecniche e stilistiche che gli scultori hanno portato avanti, in parte in maniera autonoma e imprevedibile (artigianale, originale). Molte delle qualità estetiche che apprezziamo nell’opera provengono dall’interazione tra l’ideazione dell’autore, gli ostacoli della materia e la rielaborazione degli esecutori (che in questo senso possono dirsi autori). La chiudo qui prima che prendiate me a testate, ma ripensateci la prossima volta che siete di fronte a una statua del Canova. A proposito: anche Canova si affidava ad una squadra e sceglieva il marmo bianco di Carrara, solo che a differenza di molti Canova di oggi, lui sapeva davvero scolpire (e quindi guidare e valutare l’operato di chi scolpiva per lui). Alessio invece ogni tanto deve accontentarsi di bozzetti grossolani accompagnati da un bel “fai tu”. Ma forse è meglio se fa lui.

§2

Whitexploitation | Il traffico di marmo delle Apuane

DSCN7586

Cava di versante

Diciamolo subito: dietro l’immaginario dell’arte monumentale ed eterna, a cui il marmo è da sempre associato ma che oggi riveste una percentuale minima del suo impiego, c’è uno sfruttamento intensivo delle montagne. Una distruzione che viene chiamata produzione. Com’è possibile? Non avete idea di quanti prodotti industriali (soldi) si facciano col carbonato di calcio.

La prima volta che capiti in queste zone hai la sensazione di essere circondato da montagne innevate, ma magari siamo in agosto. I giacimenti marmiferi conferiscono un’identità inconfondibile a questo territorio e non certo da ieri: in Lunigiana si cavava il marmo prima ancora che arrivassero i romani. Ma quando c’erano i carri trainati dai buoi anziché i camion cassonati e non avevamo ancora inventato il filo diamantato né tantomeno il capitalismo, si trattava di una pratica lenta e per così dire sostenibile (il marmo veniva persino riciclato dai monumenti più antichi per non estrarne di nuovo). L’accelerazione incontrollata degli ultimi decenni ne ha fatto invece uno dei più grandi disastri ambientali d’Europa. L’intero ecosistema delle Alpi Apuane (flora, fauna, grotte, falde acquifere) è oggi gravemente compromesso da un abuso del territorio dettato da pure logiche di profitto e interessi privati. Dico privati perché a beneficiare davvero di questo business non sono stati i comuni -tantomeno la comunità locale- ma le ditte che hanno le concessioni delle cave (tipo la famiglia Bin Laden, comproprietaria di metà della Marmi Carrara, l’azienda di marmo più importante di Carrara cioè del mondo).

Sotto la brillante formula ‘coltivazione degli agri marmiferi’ (roba da Leone d’oro a Cannes per il copywriter) ogni anno vengono asportati 1.500.000 metri cubi di alpi apuane. Negli ultimi 20 anni insomma abbiamo cavato via un’era geologica -un fotoritocco di 20 milioni anni di cui si è accorto anche Google Earth.

Aggiungeteci i fiumi bianchi di marmettola durante le piogge, le frane e le alluvioni per intasamento del fiume dovute alla cattiva gestione degli scarti di lavorazione, le malattie respiratorie connesse alla concentrazione di polveri di marmo rilasciate durante il trasporto, l’escavazione in aree protette, incidenti e morti bianche… e avrete un’ottima brochure turistica per gli amanti del romanzo distopico. Con tutto questo disastro però l’arte non c’entra nulla: il CAI stima che per ogni tonnellata di marmo in blocchi impiegabile in scultura e decorativo, vengano distrutte dieci tonnellate di montagna. Gli altri nove cosa sono? Detriti destinati al grande mercato delle polveri di marmo, un bel giro d’affari che si giova di normative risalenti ai tempi in cui per cavare si usava dinamite a sfregio.

Dal 2009 un movimento ‘No Cave’ denuncia la situazione e si batte per salvare le Apuane fermando gli usi impropri del marmo (colle, plastiche, isolanti, dentifricio) e promuovendo una riconversione delle aree coinvolte e uno sviluppo economico alternativo a reale vantaggio del territorio anziché dei magnati russi che fanno shopping di marmo in vacanza a Forte dei Marmi. La maggior parte dei blocchi infatti se ne va lontano senza nemmeno essere lavorata in loco, mentre gli scultori della zona spesso contrattano gli scarti dei ravaneti (sorta di discariche abusive del marmo) e il personale delle cave è diminuito drasticamente a causa dell’automazione dei processi (anche se il ritmo di lavoro non sembra consono ad un ‘lavoro usurante’ quale sarebbe il loro).

Una sfrenata corsa all’oro bianco in un’atmosfera da Far West.

Eppure a un passo da tutto questo…

[Fine Capitolo 1 – Gli Scultori del Far West]

Continua…

Capitolo 2 : Martedì 8 settembre


Claire Mini-Paniers

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *