Pugni e socialismo: la boxe secondo la Scuola Cubana
07 Giu 2015

Pugni e socialismo: la boxe secondo la Scuola Cubana

Qualche settimana fa si è svolto uno degli eventi più attesi dagli amanti della boxe, l’incontro tra Manny Pacquiao e Floyd Mayweather. In molti, compresi me e il mio amico Louverture, hanno salutato le luci dell’alba per assistere alla diretta di quello che ci era stato presentato come l’incontro del secolo: due pugili molto forti, famosi in tutto il mondo, ma che non avevano mai incrociato i guantoni sul ring. Alcuni si erano spinti a paragonarlo al “The Rumble in the Jungle”, l’incontro del secolo (scorso) tra Muhammed Alì e George Foreman. Inutile dire che le luci dell’alba non hanno acceso i riflettori del ring di un grande incontro, mentre il ruggito della giungla è stato presto sostituito dai nostri sbadigli leonini e dal desiderio di cadere tra le braccia di Morfeo quanto prima.

L’episodio, di per sé, non è particolarmente interessante. E’ interessante, invece, il fatto che eventi del genere siano capaci di catalizzare l’attenzione su ogni minimo aspetto della vita di un atleta, che si senta parlare di loro per mesi, e che in definitiva si assista ad una estrema spettacolarizzazione di un incontro che di spettacolare ha avuto solo il record di introiti. Insomma, la cosa certa è che sappiamo tutto della boxe statunitense e dei sui protagonisti, dei suoi successi e dei suoi fallimenti, dei suoi punti di forza e dei suoi limiti. Non sappiamo molto, invece, di un’altra boxe di successo, quella cubana, che è da sempre ai vertici mondiali, e che offre uno spettacolo vero e non spettacolarizzato. Ho così avuto la fortuna di approfondire l’argomento scambiando quattro chiacchiere con Chiara Gregoris e Giuni Ligabue, autori del libro Pugni e Socialismo: storia popolare della boxe a cuba (2015, Red Star Press, con in allegato il documentario Gancho Swing), dove la Scuola Cubana di boxe viene raccontata in tutte le sue sfaccettature.

Come nasce l’idea di raccontare la boxe cubana attraverso un libro e un documentario?

Giuni – Nasce perché si incrociano due passioni comuni, lei fa le foto e io faccio video, facciamo boxe entrambi, e avendo avuto la possibilità di fare un viaggio di un mese dall’altra parte del mondo abbiamo pensato di unire l’utile al dilettevole. Inizialmente dovevamo fare Cuba e Messico, quindi mettere a confronto due tipi di boxe. Poi, alla fine, abbiamo deciso di andare solo a Cuba – per fortuna! – grazie a lei che ha deciso di vedere solo Cuba, e anche per l’incrocio di una nostra terza passione, che è appunto quella di Cuba, perché tutto quello che temevamo venisse smentito una volta arrivati lì, quando si parla di socialismo reale, perché quando vai a toccare con mano spesso si rimane scottati. Invece siamo rimasti folgorati dal fatto che funziona tutto come ci immaginavamo. Il discorso del pugilato nasce anche dal fatto che sulla base di quelli che sono i fatti, il pugilato è l’unica cosa che agli occhi del mondo non può essere smentito come è successo per altri aspetti della rivoluzione cubana.

Infatti il successo della boxe cubana non può essere smentito perché ha regalato alla storia dei grandissimi campioni. Però, dal documentario e dal libro, la cosa che emerge è che questi grandi campioni sono stati possibili anche perché c’è stata una vera e propria “Scuola Cubana”. Quali sono le caratteristiche di questa scuola?

Giuni – La Scuola Cubana è un’evoluzione basata su delle decisioni, degli scogli che sono stati fondati su alcuni argomenti principali. Il primo è il discorso di abbandonare il professionismo, ovvero l’idea di uno sport legato al denaro, e che è stata una caratteristica comune a tutto il blocco socialista. In più loro avevano, soprattutto per ciò che riguarda il pugilato, il discorso della tutela dell’atleta. Il pugilato era stato a Cuba uno sport estremamente diffuso. L’Havana era la seconda piazza mondiale del pugilato negli anni ’50 sulla base di quella che era stata costruita come pattumiera degli Stati Uniti da parte del governo, ed era uno sport che aveva causato dei morti negli anni ’20. Il pugilato era stato persino bandito dall’Havana per la morte di un pugile. Quindi l’idea della Scuola Cubana è stata quella di riprendere uno sport molto amato dai cubani ma far in modo che gli atleti siano tutelati, perché il professionismo di quegli anni, almeno fino agli anni ’70, era piuttosto barbaro, i guanti che usavano erano praticamente delle calze e… ci sono stati un sacco di morti nel pugilato, quindi la scelta del dilettantismo era determinata anche da queste cose. Poi l’altro elemento era quello di costruire una boxe vincente, quindi di mettere a valore il melting-pot che Cuba esprimeva: dalla tradizione statunitense a quella che era la tradizione iniziale sudamericana (perché il pugilato è stato portato a cuba da un cileno), per arrivare a quello che era l’istruzione di tutto il blocco socialista, quindi i maestri dell’Unione Sovietica e della Germania Est, in particolare, che venivano come consiglieri alla corte di Sagarra, che era il luminare della boxe cubana. In pratica sono stati messi insieme questi vari tipi di varianti della disciplina ed è stato creato uno studio del pugilato che è un pugilato vincente. Poi da lì il sistema sociale socialista ha fatto sì che si creasse questa prassi di modello educativo, socio-educativo, sportivo, scolastico, per cui l’atleta viene formato da quando ha 7 anni per arrivare a quando abbandona la carriera agonistica, fino al passaggio successivo che è quello di formare gli atleti, di diventare allenatori. Quindi c’è un avvicinamento allo sport che è molto diverso da quello di altri Paesi, lo pratica un ragazzo su due, e ciò offre un turn-over che ha permesso di avere un susseguirsi di atleti sempre fortissimi. In Italia si è vinto quando abbiamo avuto la fortuna di avere qualche atleta forte per poi non vincere per tanti anni. Questo fa capire che loro hanno un piano, mentre da noi è uno sport che non viene praticato o viene praticato molto poco.

Boxe Cubana

Foto di Chiara Gregoris.

C’è un’altra cosa che mi ha colpito. E’ l’episodio riguardante Muhammed Alì, che sostenne che se c’era qualcuno in grado di batterlo questi era sicuramente il suo amico cubano Teofilo Stevenson, che è stato uno dei più grandi pugili della storia. Questo match non c’è mai stato, Stevenson rinunciò alla possibilità di combattere con Alì, e rifiutò 5 milioni di dollari perché per lui non erano nulla in confronto all’amore di 8 milioni di cubani. Questo episodio in qualche modo è centrale nella narrazione che avete fatto della boxe cubana: perché?

Chiara –Intanto perché in maniera simbolica rappresenta quella che è la concezione dello sport a Cuba. Nel senso che il rinunciare al professionismo, il considerare lo sport come un diritto del popolo, il fatto di avere una quantità di personaggi che a livello sportivo hanno portato avanti la bandiera cubana in quanto rivoluzionaria, il loro approccio allo sport, sono elementi che hanno fatto sì che divenissero dei simboli e dei mentori per le nuove generazioni, cioè per i ragazzini che si avvicinano al contesto sportivo. A me piace molto rispetto alla vicenda Muhammed Alì e Teofilo il fatto che loro abbiano più volte comunicato questa loro grande amicizia e vicinanza, cosa che di solito tra i pugili non c’è. Quindi il percorso anche politico di Muhammed Alì e quello di Teofilo Stevenson…diciamo che si uniscono in maniera perfetta!

Giuni – Poi sì, al di là del fatto che la vicinanza dei pugili può esistere, erano anche due pugili che si erano battuti contro la sovranità imperialista degli Stati Uniti, perché Muhammed Alì prese delle decisioni che lo condizionarono parecchio e che condizionarono la sua carriera in maniera devastante. Emblematico fu il suo rifiuto della metodologia imperialista degli Stati Uniti in quanto si rifiutò di andare nel Vietnam. E anche lui infatti di frase celebri ne disse parecchie, disse ad esempio “nessun vietnamita mi ha mai chiamato negro, quindi la guerra non la vado a fare”. Tra di loro c’era inoltre grandissimo rispetto. Muhammed Alì era famoso per avere la lingua lunghissima, prendeva per il culo tutti, ma non si è mai permesso di prendere per il culo Teofilo Stevenson proprio per questo rispetto che aveva nei sui confronti. Poi è nata questa amicizia, lo andò a trovare a Cuba. Da qui l’idea di mettere la frase di Teofilo come frase iniziale del film, che a noi era venuta in mente perché noi viviamo con il mito di un popolo, quello cubano, che scappa dal comunismo, affrontando gli squali dello stretto che c’è tra Cuba e la Florida, che scappano a gambe levate da questa gabbia di dittatura, di tortura, di barbarie, ecc… Ma se davvero fosse così sarebbe strano che Teofilo Stevenson nel 1977 non accetti 5 milioni di dollari per otto milioni di cubani, e dopo 30 anni la popolazione è cresciuta di 4 milioni di abitanti, quindi tre mezzi di quello che era praticamente. Quindi per questo abbiamo scelto di mettere questa frase agli inizi, per esprimere da subito questo concetto: ci dicono che scappano tutti a gambe levate però c’è anche una crescita demografica che smentisce queste voci. Sul rapporto tra di loro credo che anche a livello pugilistico ci fosse un grande rispetto…

Sarebbe stata una bella sfida da vedere!

Giuni – ..sarebbe stata una bella sfida, erano due pugili in realtà molto simili, ma nessuno si è mai permesso di dire chi avrebbe vinto tra i due!

Visto che ne stiamo parlando…. Parlavi di questo tentativo di raccontare la fuga dei talenti. Un altro pugile di cui parlate, e che è anche nell’immagine di copertina del libro, è Rigondeaux. In particolare il figlio di Savon sostiene che Rigondeaux sia il più grande pugile cubano. Ecco, anche rispetto a Rigondeaux avete provato a raccontare ciò che è accaduto.

Giuni – Rigondeaux è stato scelto per due motivi. Innanzi tutto per quel che mi riguarda, è probabilmente il pugile cubano più forte che sia mai uscito. Quindi non si può non parlare di lui. Poi la vicenda di Rigondeaux è stata raccontata in maniere diverse: c’è chi ha detto che è scappato dalla cittadella per andare a rimorchiare; c’è quella che dice lui in una intervista tornato all’Havana dopo che era andato negli Stati Uniti, che è quella che abbiamo riportato nel libro in cui la spiega in maniera un po’ più dettagliata; e adesso sta per uscire un film in cui vedremo se avrà cambiato versione un’altra volta o meno. Dunque, la vicenda Rigondeaux è abbastanza particolare prima di tutto perché è l’unico pugile verso cui i cubani sono un attimo risentiti. Il tenore di vita non è certo alto, quindi se uno volesse aumentare il proprio tenore di vita della propria famiglia, loro lo giustificano tranquillamente e comprendono la scelta di lasciare il Paese. Un esempio è quello di Gamboa, che da quanto mi è stato raccontato, anche da persone che lo hanno conosciuto personalmente, pare fosse un uomo di una perfezione accademica impressionante. Adesso lo vedi in tv che si allena nella palestra di 50 Cent di Las Vegas e sembra un cretino, ma nessuno ha risentimenti nei suoi confronti perché tutti conoscevano la sua storia personale, la sua famiglia. Invece Rigondeaux pare che fosse benestante, quindi non aveva motivo di scappare e invece lo ha fatto lo stesso. Però la cosa di Rigondeaux è carina perché nonostante sia notoriamente uno dei pugili più forti del mondo, ci spiega un’altra cosa, ovvero che i pugili li fanno scappare, sparano la notizia ai quattro venti, poi quando arrivano negli Stati Uniti non li fanno combattere. Perché? Perché l’idea è quella di creare la notizia politica di aver salvato un grande atleta dal comunismo. Rigondeaux è arrivato negli Stati Uniti 8-9 anni fa, ha fatto 14 incontri, quindi si capisce che lo fanno combattere poco e si capisce anche che per qualsiasi pugile è controproducente combattere contro pugili così forti perché sanno che perdono. Quindi il discorso della compra funziona in questo modo qua e il caso Rigondeaux è abbastanza eclatante. Poi Rigondeaux ha sempre dichiarato ufficialmente “io sono rivoluzionario, sono sempre stato rivoluzionario” e ha sempre dichiarato di voler dedicare tutte le sue vittorie a Cuba.

Un altro tema centrale in “Gancho Swing” emerge dal protagonismo dei bambini, ed è quello della concezione della “formazione integrale” del sistema educativo cubano e quello di un percorso che chiamano “piramide”. Potete spiegarci cosa è la formazione integrale e cosa è la piramide?

Chiara – A Cuba funziona che sport e istruzione vanno di pari passo. Questo significa che c’è un avvicinamento dei bambini allo sport fin da quando sono piccoli, ed è sempre in relazione col percorso formativo, per questo si chiama “formazione integrale”, perché una fase non va mai sconnessa dall’altra. Questo significa anche che i due circuiti che sono quelli della formazione sportiva e quelli della formazione scolastica sono in stretta relazione. Attraverso questo percorso si va a step attraverso quella che loro chiamano la “piramide”: la piramide è una sorta di salita per step che fanno tutti, e non fanno solo le eccellenze, attraverso quelli che sono i vari circuiti, per cui si parte dalla palestra di quartiere salendo poi nelle varie accademie. I numeri degli atleti sono altissimi, quindi è come se fosse una piramide che non ha una punta, nel senso che il numero di ragazzi che praticano una disciplina sportiva è altissimo. D’altra parte ogni ragazzo, oltre a frequentare la scuola, si specializza in una disciplina sportiva. I ragazzini nel quartiere vivono quindi una formazione sportiva, vivono lontano dalla strada, passano i loro pomeriggi nelle palestre di quartiere, vivono una situazione di socialità che non mi risulta ci sia da altre parti, perlomeno a livello anche sportivo, quindi non è una sorta di possibilità ma è anche un diritto. La relazione con la scuola si fonda anche nella percezione dei ragazzini di dover dare il massimo in entrambe le aree. Questo significa che se un ragazzino è bravo a fare pugilato ma non ha buoni risultati scolastici non può avanzare nella piramide, questo allora li fa entrare nell’ottica di dover sempre dare il massimo, di una forte relazione fra le due parti e quindi non di compensazione, ma di crescita su vari livelli, che sono quelli dell’istruzione e della salute, perché quando si parla con i ragazzini si parla di sport, ma quando si parla con i loro maestri si parla di salute, sopratutto quando si tratta di palestre di quartiere.

Félix Savón

Pausa allenamento con Félix Savón. Foto di Chiara Gregoris.

A contribuire alla narrazione del documentario ci sono anche i volti dei grandi campioni della boxe cubana. Come li avete intercettati e come è stato dialogare con dei campioni mondiali?

Chiara – Mah….intercettati a caso! Nel senso che noi anche prima di partire avevamo provato a relazionarci con i vari ministeri dello sport e vedere se era possibile intercettare le palestre e fare delle interviste: non ci hanno mai risposto. Nel momento in cui siamo arrivati là abbiamo capito perché non ci hanno mai risposto: perché loro sono assolutamente tranquilli e disponibili e non c’è bisogno di questo iter burocratico se non per andare in alcune palestre che sono un po’ più “a porte chiuse”. Ma anche questo poi non è vero, perché se hai il “gancio” di qualcuno di loro, che può essere il maestro della palestra di quartiere, volendo, che ti fa da tramite e da mediazione, allora riesci ad entrare anche nelle palestre più importanti. Per esempio siamo capitati per caso alla Trejo, che è la palestra più antica dell’Havana e si trova all’Havana vecchia. Siamo entrati e lì ci siamo relazionati con i maestri, con i ragazzi, siamo andati lì ad allenarci, e quindi poi abbiamo fatto le interviste. In seguito abbiamo scoperto che erano dei campioni, poi diventati maestri, e che erano lì a fare le lezioni ai ragazzini. Questo perché chi ha fatto il pugile con buonissimi risultati e non continua più con la carriera pugilistica si diploma, prende l’attestato di insegnante, e inizia a insegnare nelle varie scuole di pugilato e nelle palestre di quartiere. Ci siamo trovati con delle persone umilissime, molto disponibili a raccontare la loro storia, molto ospitali e… anche a livello pugilistico assolutamente preparati. Tramite i professori della Havana vecchia siamo capitati casualmente, un giorno, a casa di Félix Savón. Quindi siamo andati a casa sua, abbiamo mangiato con la sua famiglia, abbiamo fatto l’intervista, abbiamo conosciuto il figlio, ci siamo ubriacati…ed è andata così…

…infatti una delle cose che raccontate nel libro è la grande voglia di chiacchierare dei cubani.

Chiara – Sì, e noi siamo molto contenti anche perché abbiamo avuto dei rimandi positivi da parte loro. Ci hanno detto “oh, finalmente c’è qualcuno che ci fa delle domande sensate, interessate, che ha voglia di conoscere il pugilato e di scoprire cosa è il pugilato cubano” perché di solito le interviste che si ritrovano a fare riguardano altre cose. Per esempio“El Chino” è stato intervistato su come si fa il Mojito! Quindi per noi è stato bello avere dei rimandi positivi da parte loro e lo vediamo ancora perché ci scrivono e con molti di loro è nata una buona relazione.

Una cosa che avete accennato agli inizi di questa intervista è che siete entrambi amanti della boxe, la praticate, Giuni è anche un insegnante, ma soprattutto la praticate nelle palestre popolari (Giuni al Tpo e Chiara a Xm24), quindi c’è un modo di vivere e vedere lo sport e la boxe in un certo modo. Come è la pratica dello sport qui in Italia e cosa pensate si possa imparare dalla boxe cubana?

Giuni – Allora…io il pugilato lo pratico da tanto e sono appassionato da sempre. Appassionato da sempre perché lo seguiva la mia famiglia, mio nonno faceva il pugile e io sono cresciuto, non so se per il momento storico o se per il posto da cui provengo, che è Modena, con l’idea del pugilato come un qualcosa di militare, di poco ospitale, e questa cosa mi ha tenuto lontano dall’agonismo e dalle palestre. Poi una volta che ho avuto il coraggio di cominciare non mi sono più staccato, come capita al 90-95% delle persone che prova a fare la boxe..

Chiara – Come anche te!

Sì, me compreso!

Giuni – Appunto, difficilmente uno se ne riesce a staccare. E io mi sono chiesto il motivo per cui la gente deve essere così prevenuta riguardo al pugilato. E il motivo è molto semplice: viene insegnato in una maniera che sarà forse una prerogativa italiana perché si è sviluppato in un momento storico particolare. La federazione pugilistica italiana nasce nel 1916, un periodo in cui lo sport si basava sugli ideali del culto del corpo, che è una cosa che può anche spaventare (troppo militarismo,troppa disciplina). E infatti in Italia lo guardiamo in un contesto forse un pochino troppo militare. E’ una disciplina troppo ferrea perché non è che la disciplina deve essere per forza qualcosa di brutto: l’esempio cubano è interessante perché ci fa vedere una disciplina più sviluppata che in Italia ma che viene vissuta con gioia. Per quanto riguarda la nascita delle palestre popolari secondo me, al di là di tutte quelle che possono essere le prerogative della palestra popolare basata sull’antifascismo, antisessismo, antirazzismo, offrire uno sport che possa essere accessibile, nasce anche per creare degli ambienti più ospitali, più divertenti, dove poter praticare questo sport in maniera un po’ più gioiosa e dove lo puoi fare tranquillamente. Per questo, oltre che per i motivi che ti ho detto prima nascono le palestre popolari. In effetti noi a Cuba abbiamo visto un pugilato basato sugli stessi principi… e posso confermartelo perché oramai gironzolo da anni tra le palestre popolari d’Italia. E sono principi molto diversi da quelli della maggior parte del pugilato italiano, perché quando si parla di “distruzione dell’avversario e tutela dell’atleta” allora io ti dico una roba. Non è che nessuno ti verrà mai a dire, in qualsiasi palestra di boxe, “noi qua pratichiamo un pugilato inteso come distruzione dell’avversario”. Però, poi, nella realtà, quando partecipi alle riunioni di boxe senti a bordo ring, quando gli atleti vengono incitati, senti dire “ammazzalo, uccidilo!”. Dunque, non voglio sminuire il pugilato in Italia, il pugilato fa bene ovunque, anche in Italia, però credo che questo atteggiamento allontana la gente dallo sport. E poi riguardo la tutela dell’atleta la federazione ha sbagliato tutto, ci vengono a parlare di tutela dell’atleta, ci dicono che le visite mediche servono a salvaguardare l’atleta ma in realtà servono a far spendere soldi e a far avere un’assicurazione alle società che così non ci vanno di mezzo se succede qualcosa. Quindi non è vero che la visita agonistica ti salva se poi ti insegnano che devi avere la supremazia sull’avversario ad ogni costo. Sfido tutti a trovare questo tipo di atteggiamento nei pugili cubani, sia nel professionismo che alle olimpiadi! E’ normale vedere un pugile che nel momento in cui accusa un colpo e riceve l’assalto finale, lo sfidante gli si avventa addosso e continua ad infierire finché non lo mette per terra: è una prassi normale. Il pugile cubano, fateci caso, nel momento in cui mette il colpo definitivo, si ferma, si gira, e va verso l’angolo neutro, perché è abituato in quel modo lì, è abituato a farlo da quando aveva 7 anni. Non si tratta di essere smidollati, ma capire che si tratta di uno sport e non di una guerra.

Chiara – Sì, condivido le cose che dice Giuni. Per quanto riguarda i punti di vicinanza tra la boxe cubana e le palestre popolari…la cosa che mi ha colpito molto è stato partire da come vedevamo la boxe italiana: arriviamo a cuba e ci sembra una meraviglia. Quello che sta saltando fuori nei percorsi delle palestre popolari è la stessa cosa che ci ha affascinati a Cuba. E’ la stessa: c’è una condivisione molto ampia, nelle palestre popolari non c’è differenza di genere, uomini e donne praticano la disciplina insieme, o il fatto che lo sport è per tutti, quindi il maestro non segue solo chi vuole combattere, ma c’è un apprendimento che è reciproco, c’è un tipo di preparazione che è molto diverso da quello che ho potuto vedere nelle palestre federali, c’è un modo di fare sport che è simile a quello che abbiamo visto a cuba.

Inoltre tu hai appena dato vita anche ad una palestra popolare denominata appunto “Teofilo Stevenson”.

Chiara – Sì, diciamo che mi sono inserita in un percorso appena avviato e ho portato il mio contributo. In passato frequentavo la palestra popolare Red Rose al Laboratorio Crash!, quindi un minimo di esperienza l’avevo avuta. La palestra Stevenson è nata a Novembre e adesso possiamo già dire che siamo ad un buon punto del nostro percorso: abbiamo un corso gratuito di una ventina di persone, maschi e femmine – e c’è qualche ragazzino del quartiere. Ma soprattuto la modalità per far vivere la palestra è la partecipazione, cioè il fatto che la gente non percepisce la palestra solo come un corso di pugilato ma attraverso una forma di partecipazione attiva la fa crescere, la arricchisce, e prende sempre più spazio nella realtà di cui fa parte, cioé Xm24. In quartiere, in bolognina, non abbiamo ancora avuto modo di fare grandi uscite, ma faremo il 30 (Maggio) questa iniziativa con incontri di pugilato e dove presenteremo anche Gancho Swing. Ma la cosa bella è che i ragazzi che frequentano la palestra stanno già rilanciando per settembre con un sacco di proposte per poter portare il pugilato fuori da Xm. Quindi fare delle iniziative in Piazza dell’Unità, e questo è il risultato che si vuole avere: un modo di vivere lo sport che è assolutamente comunitario, che è assolutamente autorganizzato, autogestito e che si autofinanzia. Abbiamo avuto una buona risposta e quindi siamo contenti perché è così che ci immaginiamo che si debba vivere lo sport ed è per questo che lo definiamo popolare. Lo definiamo così perché lo sport per come viene pensato da tutti è fatto nelle palestre popolari in maniera diversa e il pugilato è emblematico in questo senso.


Marco Pignatiello

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