Immagine tratta da "L'albero Azzurro", di Amin Hassanzadeh Sharif Sharif, Kyte Edizioni, 2015
04 Mag 2016

Sguardi sulla città di una comunità silenziosa. “Metropoli”, di Nader Ghazvinizadeh

Come si può raccontare la città, le sue evoluzioni ed involuzioni? Come si può dar voce a chi attraversa quotidianamente lo spazio urbano, con altri spazi nella testa e nel cuore? Nelle 34 poesie raccolte in “Metropoli”, Nader Ghazvinizadeh sceglie un linguaggio fatto di immagini che si affastellano, si sovrappongono, sfumano e si confondono l’una nell’altra, per restituire il quadro di un ambiente cittadino in perenne cortocircuito con altri ambienti, attraverso la lente della memoria.

Esiste, difatti, una collettività rassegnata e nostalgica, nascosta tra le pieghe di questa Metropoli. Non è una folla brulicante, non si tratta del verminaio umano riversato nelle strade affollate della grande città. È, piuttosto, l’insieme di numerosi io che vivono lo spazio urbano in maniera distaccata, con la testa altrove, osservando passivamente il movimento delle cose e degli esseri umani. La persona plurale utilizzata dal poeta ci restituisce un racconto corale che vuole farsi epopea di questa comunità silenziosa: silenziosa perché impotente dinanzi al fluire del progresso, silenziosa perché racchiusa nelle proprie nostalgie collettive.

Nader

Nader Ghazvinizadeh

“Livido e plumbeo è, invece, il nostro vestire in città”, dice il primo verso della raccolta. E nello spazio di una congiunzione, di questo “invece”, viene racchiusa la sofferenza di chi vive sulla propria pelle una delle antitesi più antiche e ricorrenti della letteratura: quella fra lo spazio urbano e lo spazio naturale. La campagna e il mare ritornano a intermittenza tra le parole delle poesie di Metropoli, ma non sono che presenze fantasmagoriche, miraggi lampeggianti che sovrappongono immagini antiche alla città dei nostri giorni, in un cortocircuito che le mischia e le confonde senza soluzione di continuità: “cingono la città di grano/necropoli di fattori, anfiteatri cantieri”. E non vi è possibile convivenza tra questi mondi illusoriamente compresenti. Questo sembra raccontare Ghazvinizadeh; sono infatti due, inconciliabili, i tempi che scandiscono l’epopea di Metropoli.

Il primo è il ritmo della “città che sale”, per dirlo con il titolo di un quadro di Umberto Boccioni; la città fucina, la città caldaia bollente e febbricitante è la metafora dominante nelle prime poesie della raccolta. “Stanno costruendo il nuovo quartiere”, così negli stessi versi troviamo disseminate, quasi correlativi oggettivi, le tracce materiale di questa progressione, di questo cambiamento continuo dello spazio urbano: “uomini di calce, grembiuli furgoni/le donne della città sempre impolverate”, perché “è di calce/la città dei muratori”. Il processo urbano è vissuto sulla propria pelle (o meglio, pensando sempre all’incipit, sui propri vestiti) dalla collettività a cui il poeta dà voce. Una collettività che è partecipe, presta le braccia e le teste al frenetico mutamento cementifero, e allo stesso tempo se ne trova segregata. Separata dai diaframmi delle vetrine dei bar, dei caffè che sono tra i luoghi urbani più ricorrenti di questa raccolta. C’è una metropoli umana ad osservare impotente il fermento di cemento che si sviluppa lungo un “orizzonte ortogonale”; e lo fa bevendo vino, giocando a carte, fumando o sorseggiando un caffè, in locali vuoti “dove l’angoscia si scioglie in inquietudine/e si risolve prendendo da bere”. Si cerca in tal modo di recuperare la ritualità comunitaria di un tempo passato che nella Metropoli di Ghazvinizadeh non può più esistere.

L’altro tempo nascosto tra le maglie della narrazione è difatti quello naturale delle stagioni, che scandiva questi rituali collettivi. Se tra le prime righe della poesia si riconosce un umido e piovoso inverno, il racconto della collettività con un moto contorto ci porta verso l’estate. Ma il tempo scandito dalla “città che sale” sconvolge ogni ritmo naturale, Gennaio diventa “fecondo”, l’estate viene “come un cancro benigno”; persino la primavera non è rinascita, o quanto meno il poeta non può rispecchiarsi nel ritmo della natura: “viene primavera,sono vecchio”. Il tempo della vita nella Metropoli ribalta i valori e cambia di segno: “è finita la vita in giugno”, “la morte è in campagna”.

L’io che sceglie di raccontare prova a specchiarsi in questa città, nei suoi ritmi e nelle sue immagini. Ma nel momento in cui il poeta riafferma l’appartenenza reciproca fra il proprio essere e la città, ciò che sale sembra cadere, e il fermento sembra mutarsi in stasi:

“…Bologna
la mia città che cade
ogni volta che torno è tutto fermo
aspettano che io vada per ricominciare”

Proprio quando dal collettivo sorge un io singolare, è allora che diviene ancora più evidente l’inconciliabilità tra i tempi dello spazio urbano e i ritmi individuali della vita, di un’esistenza che porta nel cuore la memoria collettiva di diversi spazi, di un tempo differente.

Nader Ghazvinizadeh, Metropoli, cfr-poiein, 2011 

Sabato 14 maggio dalle ore 16.00 NADER GHAZVINIZADEH sarà a BAUM, al Mercato di via Albani, per un reading di alcune poesie tratte da “Metropoli” e del suo racconto “Boedo”.

Immagine di copertina tratta da “L’albero Azzurro”, di Amin Hassanzadeh Sharif, Kyte Edizioni, 2015

Foto @Nader Ghazvinizadeh


Neb Minoja

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