La bellezza educativa della natura. Intervista a Gianumberto Accinelli
11 Mag 2016

La bellezza educativa della natura. Intervista a Gianumberto Accinelli

La natura oggi, la parola stessa che la definisce, vive un momento di grande popolarità. Chiamata in causa per tutte le dispute, abusata e stiracchiata come alibi di molte argomentazioni, rischia di diventare una di quelle parole inutilizzabili. A maggior ragione quando viene usata in contesti in cui al centro c’è l’ambiente culturale, e non naturale, nel quale viviamo.

“Natura”, di fatto, non vuol dire nulla: è un albero? una foglia? un ambiente incontaminato? un campo? la nostra natura selvaggia e primitiva? il nostro corpo? La parola cambia la sua portata a seconda del contesto in cui la utilizziamo. È un concetto definito dall’uomo e per l’uomo, capirne le sfumature e la sua inconsistenza è importante, soprattutto per trovare dentro di noi lo spazio per poterci dialogare. Spazio necessario, soprattutto nel contesto urbano e iper-cementificato che abitiamo.

L’opera di divulgazione che da anni porta avanti l’entomologo Gianumberto Accinelli in questo senso è fondamentale. Venerdì a BAUM presenterà, assieme a Wu Ming 2, il suo ultimo libro La meravigliosa vita delle api.

Qual è il ruolo della natura nella vita dell’uomo urbanizzato?

Ne ha diversi, il primo è sicuramente quello pragmatico, la natura ci dà la vita: se distruggiamo gli ecosistemi distruggiamo noi stessi. Ma la natura è anche dotata di una bellezza preculturale, che non dipende dalla cultura, dall’epoca, dal genere. È pre-umana. E di questa bellezza abbiamo bisogno, è qualcosa che ti slancia oltre la quotidianità e che è totalmente fuori controllo. Una bellezza educativa.

Osservare la natura è anche necessario per costruirsi un immaginario interiore.

Assolutamente, non è un caso che spesso il nostro mondo interiore sia descritto rubando dei termini dalla natura: sei una persona solare, sono grigio, triste come una giornata di novembre. Il sole in effetti è sia l’astro del cielo sia qualcosa che ci abita dentro, così come la pioggia così come tutta la costellazione di mondo interiore e di emotività complessissima che abbiamo dentro di noi e che va tradotta. Va tradotta in maniere adulta, in maniera anche rigorosa, e la natura ci aiuta a tirar fuori delle giuste parole per descriverla. Avere tante parole a disposizione è importantissimo, è per questo che è importante anche scrivere di natura.

E quindi ci ricolleghiamo ai tuoi progetti di econarrazione..

Sì, per questo lo faccio, per questo scrivo libri sulla natura. E non li presento mai con entomologi, ma con scrittori, con persone che si confrontano con linguaggi dell’interiorità, non dell’ecologia.

Necessità di raccontare e di narrare che incarna perfettamente uno dei capisaldi del Festival BAUM, fondamentale per sviluppare linguaggi e strumenti di trasformazione nell’arte e nella cultura.

La storia, la prosa, è un linguaggio universale, attraverso le storie uno può raccontare tutto: la natura, come cerco di fare io, gli eventi storici come fanno i Wu Ming, la fisica, l’arte, la musica. E quindi c’è bisogno di storie, c’è bisogno di narrarle bene. E per narrarle bene bisogna munirsi di strumenti. La cosa bella delle parole e della cultura è che sono di tutti, davvero di tutti. I grandi scrittori hanno lasciato un segno, ma non è un loro segno, è un dono che ci hanno fatto.

farfalle

In questo periodo la natura è utilizzata per difendere ideologie, o per appellarsi a etiche e morali. Parlare di natura, divulgarne le storie, quanto è importante per disambiguare questo concetto?

Una vera cultura della natura, come la chiamava Giorgio Celli, non c’è ancora, non è ancora matura. Quando non c’è cultura c’è barbarie, in tutti i sensi: sia in quelli che la sfruttano sia in chi la vorrebbe difendere.

I fatti, spesso, vengono interpretati secondo i nostri bisogni, non secondo una reale contingenza. E quindi di natura bisogna parlarne molto bene, sia di quella esterna, sia di quella interna, il rigore è importante. Quello della natura utilizzata per difendere tesi in merito alla giustezza o meno di certi tipi di sessualità, di unioni, di famiglie, credo che sia stato un errore eclatante. Prima di tutto gli esseri umani fanno parte di un mondo a sé stante, dove ci sono delle regole che non esistono nel mondo naturale. E poi nel mondo naturale c’è tutto e il contrario di tutto, le api, le nuvole, gli alberi non ci dicono cosa è giusto e cosa è sbagliato. Questo dobbiamo deciderlo noi. Non dobbiamo imputare alla natura cose nostre, come la sessualità, il ruolo della donna e dell’uomo, queste faccende non hanno niente a che fare con la natura, ma con la nostra cultura. È necessario distinguere molto bene. La sessualità è un tassello molto importante e problematico per noi. Questa problematicità spesso crea pregiudizi, e si utilizza la natura, “pura” e che “va bene”, per giustificali: ma non è così, quella non è la natura, è il pregiudizio che sta parlando, non gli alberi, le api, il cielo. Quelli ci dicono tutt’altre cose, non certo che un omosessuale è sbagliato.

Perché hai scelto le api per il tuo ultimo libro?

Le api sono gli insetti più interessanti che ci siano. La loro società è talmente complessa e straordinaria che è un argomento assolutamente affascinante. L’ape ha un ruolo fondamentale per gli ecosistemi: è come se in qualche modo fosse sposata con l’ecosistema, l’ape è lo specchio dell’ambiente e l’ambiente è lo specchio dell’ape, si sono forgiati a vicenda e questa danza antichissima ha qualcosa di miracoloso. L’altro aspetto racchiuso nel fascino delle api è che rappresentano un mondo alieno, completamente diverso da noi, e talmente strano, dove noi abbiamo proiettato un sacco di cose nostre, è forse l’animale più antropico che ci sia. Basti pensare a tutte le metafore legate alle api, la terminologia ( l’ape operaia, l’ape regina): il nostro modo di concepire il mondo viene gettato nell’alveare, ma non è assolutamente così, il mondo dell’alveare è un mondo veramente alieno. Questa perfezione, questa danza che si crea sia all’interno dell’alveare sia tra l’alveare e il mondo dell’ambiente è una cosa sorprendente che non viene coordinata da nessuno. L’interazione tra le parti crea questo magico gioco che ha davvero del miracoloso, e lo dico da scienziato.

Che cosa possiamo imparare da un insetto come l’ape per il nostro “ecosistema”?

È un mondo alieno, quindi è difficile estrapolare delle leggi, ma in generale io credo dalla natura. Spesso la natura è fatta portavoce di un’etica, di una morale, secondo me in modo erroneo. La natura dice tante cose, ma non dice cosa dobbiamo fare, come bisogna comportarsi, credo che ci dica rispetto, meraviglia. Ci parla attraverso un mondo interiore, ci evoca un linguaggio che va tradotto. Però c’è una cosa che l’ape e in generale gli ecosistemi dicono: per funzionare in maniera perfetta ci vuole una comunicazione diretta e chiara. E le api lo sanno fare. Credo che questo manchi nella nostra società, la nostra comunicazione è sempre mediata dai nostri bisogni, dalle nostre paure.

Mariagrazia Salvador


Bolognina Basement

Bolognina Basement è una visione centralmente periferica sul presente, sulle produzioni culturali e su cosa significa fare cultura indipendente oggi in Italia. Illustrazione, cinema, fumetto, arti urbane, letteratura e musica sono il punto di partenza per raccontare le storie di persone, luoghi, territori e relazioni, per tracciare percorsi di lettura personali e collettivi.

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